Intervista a James Frey

James Frey
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Non si può certo dire che James Frey sia un simpaticone, uno di quelli che ti concede confidenza al primo sguardo. No, a lui importa solo di scrivere e, giustamente, quando gli poni una domanda ti risponde perché deve, perché è lì, è il suo lavoro. Questa è solo un’impressione, però. Frey ha un legame viscerale con la sua terra e con le storie a cui dà forma, la sua finta antipatia è solo uno schermo per nascondere una timidezza a tratti affascinante. Altrimenti non masticherebbe una gomma come se stesse cercando di scomporla in molecole infinitesimali, dico io.

Come mai proprio Los Angeles come sfondo al tuo terzo libro?
Los Angeles è una grande città del mondo, nessuno l’ha mai presa sul serio e io ho voluto darle spessore, concederle quella voce che altri le hanno negato. È una città estremamente rappresentativa, ha grandissimi potenzialità, ma è infestata dal crimine, dalla disoccupazione, dall’immigrazione massiccia, dalle disparità economiche insanabili. È un luogo in cui la gente è disperata: o sei ai vertici o sei posizionato sul gradino più basso della scala sociale.
 
Quanto c’è di vero nelle storie che racconti e quanto è frutto della fantasia?
Intramezzo storie inventate con aneddoti reali estrapolati dai giornali o da riviste storiche. I temi fondanti sono due: l’assenza e il sogno inteso come il grande sogno americano, l’ambizione e la speranza. Ci sono pochissime persone che vanno a Los Angeles senza un motivo. Moltissime di loro non riescono nell’intento di avere successo, di fare carriera, di trovare un posto nel mondo. Se ci fai caso e leggi le statistiche solo una piccola percentuale della popolazione è nata a Los Angeles, infatti. Gli altri ci arrivano perché stanno cercando qualcosa e faranno di tutto per ottenerla.
 

Quattro storie per un libro...
Sì, in realtà sono partito da quindici storie per arrivare a quattro. Volevo che ogni personaggi fosse in qualche modo rappresentativo di una realtà così vasta come quella di LA. La città contiene tutto: ispanici, neri, bianchi. Il fenomeno della migrazione è verso l’interno, ma anche verso l’esterno, ogni essere vivente appartiene a una zona precisa della città.
 

Los Angeles quindi come una città che nulla regala e tutto toglie?
A Los Angeles te la devi cavare da solo, nessuno ti dà una mano. Puoi avere una grandissima botta di culo, essere fortunato o stare malissimo, deprimerti, raggiungere il fondo. È la città dei sogni infranti, ha una tale quantità di problematiche umane da lasciare a bocca aperta. Conta che la disoccupazione per gli scrittori, gli attori e i registi è pari al 90%. Solo uno su dieci ce la fa. E tieni presente che Los Angeles ha dieci milioni di abitanti. 33.000 persone sono in carcere, è un numero spropositato.
 

Eppure aleggia un certo ottimismo, al di là di tutto...
Tra i sogni infranti c’è sempre l’idea che il fallimento possa essere una possibilità per rialzarsi. Il titolo originale del libro è “Bright Shiny Morning”, è originale e ottimista. Io scrivo guardando al futuro, con uno sguardo sempre aperto al passato. La storia del passato è qui, in Italia, ne sono consapevole.
 

Non sei solo scrittore, ma anche sceneggiatore…
Infatti, come per il cinema, voglio cercare di dare moltissime informazioni quando scrivo. Non voglio essere noioso o lento, voglio che la lettura sia una sfida. Non significa che quello che scrivo sia difficile, io rispetto i miei lettori, ma bisogna entrare nell’ottica e capire che quello che tratto non è sempre divertente. Scrivere sceneggiature, poi, è svuotante, è ripetitivo. Devi tirare fuori i personaggi dai loro casini tutti i giorni. Ho solo voluto provare a scrivere un grande romanzo americano, spero di esserci – almeno in parte – riuscito.

 
I libri di James Frey

 

 

 

 
 
 
 
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