Intervista a Jan Brokken

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Incontro il grande scrittore e giornalista olandese, il cui esordio letterario risale addirittura al 1984, durante la fiera Più Libri Più Liberi 2016, e colgo al volo l’opportunità di chiacchierare un po’ con lui e fargli alcune domande. Molti lo hanno accomunato a Graham Greene e Bruce Chatwin. Della sua sterminata produzione in Italia per ora è arrivato poco, ma la casa editrice Iperborea ha cominciato una meritoria pubblicazione dei suoi splendidi romanzi.




L’amicizia tra Fjodor Dostoevskij e Alexandr Igorovich Von Vrangel che racconti nel tuo Il giardino dei cosacchi ricorda molto l’amicizia rinascimentale: l’Amico come Doppio di sé stesso. Questo si riallaccia anche alla visione del Sosia, del Doppio dostoevskiano...
Penso che nel diciannovesimo secolo, specialmente in Russia, esistevano delle amicizie forti tra uomini. Era parte della cultura. Mi sono chiesto perché e penso che certo era legato alla grande distanza tra le persone così dovevi avere delle amicizie forti. Ma questa amicizia tra Alexandr e Fjodor era nata in maniera molto naturale. Erano entrambi in Siberia, lontani da San Pietroburgo, due viaggiatori, erano soli, non avevano alcuna donna accanto. Erano per così dire “condannati” ad essere amici. Ma sono sicuro che per entrambi fosse importante perché crescevano all’interno di questa amicizia. Dostoevskij è diventato un migliore scrittore grazie a questa amicizia e Von Vrangel un importante diplomatico.

Il rapporto profondo nato tra Von Vrangel e Dostoevskij è stato paragonato da alcuni giornali olandesi all’amicizia che ti legava a Jurij Egorov, descritta nel tuo romanzo Nella casa del pianista. È un paragone che regge?
Non avrei potuto scrivere questo libro senza la forte amicizia con Jurij Egorov. Sapevo che era importante. È morto molto giovane e prima della sua morte mi ha ricordato il detto russo: “I buoni amici sono con te nei momenti peggiori, e i cattivi amici in quelli migliori”. E in questo senso, Dostoevskij è stato entrambi: un buono e un cattivo amico. Quando Jurij si è ammalato era un pianista noto a livello internazionale, aveva le “groupies” che lo seguivano, durante un concerto ad Amsterdam c’erano tutti: televisione, gente dello spettacolo, chiunque. Poi si è ammalato di AIDS e improvvisamente intorno a lui sono rimasti pochissimi amici. Ho descritto questo tipo di amicizia pensando a Jurij ma anche all’esperienza di mio padre. Lui è stato in un campo di prigionia durante la guerra e lì ha trovato un grandissimo amico. Avevano entrambi la stessa età, erano sposati e ciascuno con due figli, e insieme vivevano in un campo in Giappone. Non avevano problemi, fisici o mentali, perché avevano la loro amicizia. Ma poi verso la fine della guerra, si sono ammalati di dissenteria. L’amico di mio padre è morto e mio padre è sopravvissuto. Ma ha avuto un crollo. Quando è uscito dal campo, era distrutto. Scrivendo il libro ho pensato che se Alexandr non fosse stato in Siberia, Dostoevskij non ce l’avrebbe fatta, non sarebbe sopravvissuto senza la presenza del suo più caro amico. Alexander fu quello che dopo la loro liberazione, lo accolse in casa, gli diede del cibo, gli aprì anche le porte della sua dacia, dove poteva scrivere senza pensieri. Gli ha davvero salvato la vita.

C’è un legame in molti dei tuoi libri, che è la presenza della Russia, sia come sfondo o come vera protagonista…
La famiglia di mia madre è russa. È parte delle mie radici. Quando avevo 12 anni mia madre mi ha portato ad un concerto, credo Rachmaninov, E mi sono detto: “Io voglio conoscere questo mondo!”. È un mondo infinito, enorme, pieno di pathos.

Questo si lega alla prossima domanda. Da giornalista e conoscitore della Russia, secondo te come è possibile che un tale Paese sia passato da un fermento politico come quello degli anni di Dostoevskij e del gruppo Petrashevskij all’apatia generale del presente?
Credo che la cultura, la letteratura, il teatro, la poesia siano così grandiosi in Russia perché non c'è altro. Non esiste la stampa libera in quel Paese, non è mai esistita. Neanche una vera forma di democrazia. Gli scrittori hanno sempre dovuto lottare per la loro libertà e il potere li ha sempre osservati, inviandoli nei gulag nei peggiori dei casi. È una cosa triste, ma ha creato esempi potenti come Anna Achmatova, o Pushkin. E questa lotta continua oggi, con Putin, con l’intero sistema. Come nel caso di Svetlana Aleksevich, che ritengo la Dostoevskij di oggi. Il suo romanzo Tempo di seconda mano è uno dei più bei libri usciti negli ultimi quindici anni. I suoi romanzi sono veri capolavori di letteratura impegnata.

Quanto nel tuo libro Il giardino dei cosacchi è pura finzione e quanto composto, invece, da fatti storici?
Tutto ciò che c’è nel libro è basato su testimonianze storiche. Le lettere scritte dai due protagonisti, ad esempio, o le memorie scritte da Alexander. Anche la storia su Maria e suo marito è stata raccontata da Alexander. Certo, intorno a questi documenti ho dovuto creare il carattere dei due uomini, usando la mia immaginazione. Ho dovuto creare questa amicizia, svelarla, spiegare il suo significato. Potremmo dire che ho usato zero per cento di immaginazione e, allo stesso tempo, cento per cento di immaginazione. Ne ho dovuta usare molta per Semipalatinsk, ad esempio, perché mentre i luoghi descritti di San Pietroburgo sono visitabili, Semipalatinsk, essendo stato un importante poligono nucleare non esiste più. L’intera regione è distrutta. Gli abitanti sono malati di leucemia, di tumore. Ho potuto visitare questa zona soltanto nella mia immaginazione.

In molti tuoi libri (soprattutto, in quelli pubblicati in Italia) si parla di figure importanti dell’Europa dell’Est, della Russia. C’è un personaggio della cultura olandese a cui dedicheresti un libro?
In questo momento sto scrivendo un romanzo su un olandese che nella seconda guerra mondiale era di stanza in Europa meridionale. In passato ho scritto molti libri su scrittori o personalità della politica olandese, persino un’autobiografia. Anche se credo che sia meglio trovarsi al di fuori della storia narrata. Ovviamente, c’è una certa identificazione con alcuni dei miei personaggi, come Alexandr Von Vrangel o Gidon Kremer in Anime baltiche. La storia di Gidon Kremer e suo padre, che è stata una vera vittima dell’Olocausto, ricorda molto quella tra me e mio padre. C’è sempre qualcosa di me in quello che scrivo, ma spesso è più facile trattare di altri che di se stessi.

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