Intervista a Jane Harris

Articolo di: 

2012. Fuori fa un freddo boia, un cielo grigio cemento minaccia neve su Roma (e oh se nevicherà, ma questa è un’altra storia). Mentre un fottutissimo pneumococco si moltiplica subdolo nei miei bronchi (e oh se si moltiplicherà, ma anche questa è un’altra storia), siedo davanti a un fuoco scoppiettante sorseggiando tè nella penombra – sì, lo so, sembra una balla per fare colore, invece è la pura verità – assieme a Jane Harris e alla sua risata tonante da vera highlander. E me ne racconta, di cose... 2017. È bello sentire di nuovo la voce di Jane dopo qualche anno: è a Milano per promuovere il suo ultimo romanzo, non ho potuto incontrarla di persona stavolta ma non potevo lasciarla ripartire senza farci quattro chiacchiere, dai.




Ho letto una storia stranissima su come hai cominciato la tua carriera di scrittrice. È proprio tutto vero?
Già: mi trovavo in Portogallo, in procinto di iniziare a lavorare in una scuola d’Inglese, ma non avendo ancora iniziato ero lì ferma, senza fare nulla. Un giorno mi beccai un’influenza: non avevo un soldo, non conoscevo nessuno, non avevo nemmeno la televisione, solo fogli e penne, e così ho iniziato a scrivere. Prima erano semplici appunti, poi sono diventati dei racconti, infine uno di quei racconti è diventato un romanzo, che ho rivisto molte volte prima di reputarmi soddisfatta. Lo spunto per iniziare a scrivere, oltre alla noia, è stato un mio ex che aveva fatto outing rivelandomi di essere un travestito: quindi tutto sommato devo ringraziare lui se oggi sono una scrittrice.

Beh, sul fronte del “come” direi che siamo a posto. Ma che ci dici del “perché”? Perché si scrive?
Scrivere questa e altre storie è innanzitutto per me una fonte di puro piacere. Vedere quelle parole che si affastellano sulla carta, riarrangiarle, limarle, leggerle ad alta voce per vedere che effetto fanno: questo mi piace immensamente. La vita è caotica, è bello per una volta controllare i pezzi di una storia, dare loro un senso se non perfetto almeno organizzato.

In una intervista sul web di qualche anno fa hai dichiarato che trovi molto irritante che ti si chieda se è stato difficile scrivere il tuo secondo romanzo gestendo la pressione psicologica del grandissimo successo de Le osservazioni. Ma come faccio a non chiedertelo?
Devo confessarti una cosa: quando ho concesso quell’intervista pensavo che i giornalisti e i critici mi avrebbero bombardato con quella domanda, invece non me l’ha fatta praticamente più nessuno!

Vabbè, avevano tutti paura della tua reazione, no?
Deve essere andata così! Comunque, per rispondere alla domanda, c’è una specie di senso d’attesa che si crea, te lo senti dentro, ma devo dire che questo non ha reso più difficile scrivere il libro. Paradossalmente il successo del mio primo romanzo mi ha dato la forza di scrivere il secondo: se Le osservazioni fosse passato inosservato sarebbe stato ancora più difficile scrivere I Gillespie, chissà poi se l’avrei fatto.

Il personaggio di Sybil è centrale nel plot de I Gillespie: sin dalle primissime pagine si avverte in lei qualcosa di disturbante, direi quasi malvagio. È una scelta narrativa precisa o ti è venuto naturale? E – perdona la domanda – ti piacciono i bambini?
Ma sì, amo i bambini: ho dei figliocci, ho fatto uno sforzo per tratteggiare il personaggio di Sybil in questo modo. Anzi, a dire il vero c’è un retroscena: nella prima stesura del romanzo era dipinta a tinte non così fosche, poi mio marito mi ha consigliato di aggiungere alle prime pagine una serie di indizi e particolari per rendere il personaggio più credibile e coerente, così ho riscritto molti punti scurendo le atmosfere ma cercando sempre di vedere Sybil con gli occhi di Harriet.

Hai un interesse personale per i processi, i casi celebri di cronaca nera e i legal thriller?
Sì, direi di sì: mi piacciono i libri sui grandi processi, ma non sono molto ferrata in Giurisprudenza. E questo ha reso più difficile portare a termine la mia duplice sfida: raccontare la storia mantenendola avvincente e saper scrivere la parte processuale: mentre scrivevo i primi capitoli sapevo che sarebbe arrivato il momento di descrivere il processo ed ero terrorizzata. Non è stato facile, in effetti, perché la legge può essere un argomento molto arido se non trattato a dovere, e poi ho dovuto fare continui interventi 'a posteriori' sulle cose già scritte per non perdere la coerenza interna.

Chi è Harriet Baxter?
È una donna vecchia e solitaria, che guarda alla sua vita passata e la ripercorre per trovarci un senso, perché gli eventi che hanno segnato la sua esistenza possano essere compresi dai lettori. Una donna creativa, ma limitata dalla cultura dominante del suo tempo: forse avrebbe voluto essere come Ned, l’artista, ma semplicemente e crudelmente non poteva.

Leggendo I Gillespie si avverte una strana sensazione di spiazzamento: ci si aspetta un grande affresco vittoriano, una complessa storia d’amore, magari con qualche ingrediente gotico, ma piano piano il romanzo diventa tutt’altro...
Svolte nel plot a parte (non roviniamo la sorpresa ai lettori, dai) ogni situazione è volutamente complessa, sfaccettata. Nel rapporto di Harriet e Ned non c’è solo amore, non c’è solo invidia, non c’è solo frustrazione, non c’è solo solitudine, ma un insieme di tutti questi sentimenti.

È vero che per arrivare a scrivere Sugar money sono state necessarie persino alcune sedute di ipnosi?
In realtà è andata così, in un certo senso! A parte gli scherzi, ho usato le sedute di ipnosi soltanto per vincere la paura dell’aereo. Desideravo tantissimo andare a Grenada ma non ci ero mai riuscita innanzitutto perché non mi potevo permettere un viaggio così costoso, e poi perché avevo questa paura folle di volare. Avevo viaggiato altre volte in aereo ma solo per brevi tratti, non avevo mai avuto il coraggio di fare un viaggio così lungo. Così sono andata da questo esperto di ipnosi che effettivamente mi ha tolto la paura di volare e sono riuscita a partire per questo fantastico viaggio da cui è nato il libro.

Quanto c’è di storia e quanto di fiction in questo romanzo?
Diciamo che tutte le tappe più importanti della trama sono assolutamente vere, si tratta di fatti storici, non mi sono permessa nessuna licenza di inventare su quelli. L’unica vera differenza con la realtà è che – per quanto ne sappiamo – la missione fu portata avanti solo da una persona: io ho valutato che per lo sviluppo del romanzo sarebbe stato un viaggio troppo lungo da fare da solo per il protagonista e così mi sono inventata un fratello minore del protagonista, il giovane Lucien, e una serie di personaggi di contorno. Questo mi ha permesso per così dire di “riempire i buchi” dei fatti realmente accaduti, sui quali non sono disponibili molti particolari nemmeno scartabellando negli archivi storici.

Sugar money è solo uno splendido romanzo d’avventura o questa storia ci comunica qualcosa di più?
Sono in molti a parlare di Sugar money come di un romanzo d’avventura, ma non è questa la definizione giusta secondo me: è il racconto di una ricerca, la storia di qualcuno che è alla ricerca di qualcosa. Il termine “avventura” è forse un po’ troppo leggero, qui si affrontano argomenti molto seri. È un romanzo che parla di libertà e schiavitù, di giustizia e ingiustizia, di rivalità e amore tra fratelli. C’è anche una storia d'amore e tutto questo si intreccia con lo sfondo storico, il traffico degli schiavi attraverso l’Oceano Atlantico.

A che libro stai lavorando?
Al momento non sto scrivendo nulla, ma a dire il vero un’ideuzza già ce l’ho – eppure non mi capita spesso di ragionare in anticipo sui miei libri, di programmarli. Il mio prossimo romanzo racconterà un divorzio e sarà ambientato nell’epoca attuale.

I LIBRI DI JANE HARRIS



 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER