Intervista a Jane Sautiére

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Quando pensiamo alla moda, all’haute couture, alla sartoria, istintivamente pensiamo a qualcosa di raffinato, di elegante. Qualcosa con la erre moscia. E la scrittrice francese Jane Sautiére, che incontriamo a Più Libri Più Liberi 2018 sotto le bianche curve della Nuvola di Fuksas e che ha appena pubblicato un romanzo autobiografico che parla di moda e sartoria, è perfettamente in linea con le nostre aspettative. Una signora molto chic, con un bel taglio di capelli e un outfit impeccabile. E dalla gentilezza squisita.




Tu affermi che nella tua famiglia si è molto cucito, quindi sin da piccola hai subito il fascino del tessuto: come mai hai fatto la scrittrice e non la stilista?
Perché le cose sono un po’ simili: io lavoro con dei piccoli pezzi separati tra di loro che cerco attraverso la scrittura di ricucire insieme. Quindi è come se attraverso la scrittura facessi del cucito.

Il tuo guardaroba ‒ a parte il tuo romanzo che si intitola appunto Guardaroba, intendo proprio il tuo personale ‒ ti mostra come una donna in continuo movimento, sempre in evoluzione e pronta a mettersi in gioco. Questo mettere nel guardaroba tante persone diverse è una caratteristica tipica delle donne?
Non so se questa sia una cosa tipica delle donne: gli abiti, i vestiti, corrispondono perfettamente agli esseri umani, che sono sempre spinti a cambiare dalla vita che cambia, e quindi trovo che sia abbastanza normale che gli abiti seguano questi stessi cambiamenti, questi stessi movimenti avanti e indietro, queste strade traverse che si intraprendono. Quindi non so se definirmi come una donna particolarmente in movimento: penso sia la vita stessa che ti spinge a modificarti di continuo.

Tu hai raccontato che al tuo ritorno in Francia, dopo l’adolescenza passata in Cambogia, hai sofferto il grande freddo di Parigi, fino a diventare quasi blu. Non hai mai pensato di tornare al caldo, libera dai vestiti pesanti ma anche dalle sovrastrutture del mondo occidentale?
Innanzitutto devo dire che amo moltissimo le stagioni: in Cambogia ci sono pochissime stagioni, e per la maggior parte del tempo si hanno temperature altissime, così come il tasso di umidità; quando sono tornata in Francia ho riscoperto le quattro stagioni, e credo sia una fortuna vivere dove ancora si possono avere le stagioni: il mio rimpianto è non riuscire più a vivere l’inverno come dovrei. Vivo in Francia semplicemente perché questo è il mio Paese; è complicato, sì, ma quale Paese non lo è? Le complicazioni politiche spingono le persone alla ribellione, a chiedere il cambiamento, perché ‒ spero ‒ ogni cittadino desidera che il proprio paese sia un Paese più giusto e più accogliente per tutti. Vorrei anche aggiungere che quello che sta avvenendo ora in Francia con i cosiddetti “gilet gialli” è sì una rivolta, ma prima la gente era come morta, ferma, immobile: la questione è come riusciremo a capitalizzare questa rivolta, ciò che riusciremo a tenere di questa ribellione, perché avere la febbre è meglio che essere morti.

Quali soddisfazioni, insegnamenti e sofferenze hai tratto dalla tua esperienza come educatrice penitenziaria?
Quello che ho imparato è che non esistono mostri: quello che trovo terribile è considerare un atto, per quanto sbagliato, come qualcosa che riassume completamente la persona che lo compie; come se all’interno della stessa non potesse coesistere anche una parte sensibile, accanto a quella meno buona. Trovo anche inaccettabile che a tale atto debba corrispondere una punizione, senza invece cercare di incentivare e sviluppare ciò che di positivo c’è nella persona che lo ha compiuto.

Immaginiamo di creare un abito, un abito ipotetico, senza alcun vincolo pratico se non quello di dover rappresentare la tua anima... come sarebbe?
Penso che sarebbe, come nelle fiabe, un vestito capace di trasformarmi in un animale; un vestito magico che mi trasformi in un uccello, un gatto, un cavallo. Una cosa così.

I LIBRI DI JANE SAUTIÉRE



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