Intervista a Jason Goodwin

Articolo di: 

Incontriamo Jason Goodwin al Chronicae, festival del romanzo storico a Piove di Sacco (PD). Una serie di romanzi tradotta in quasi quaranta lingue con protagonista l’eunuco di corte e investigatore Yashim, sullo sfondo della Istanbul ottomana di metà Ottocento. Una grande passione quella dello scrittore britannico per la città sul Bosforo, iniziata con un viaggio giovanile a piedi dalla Polonia sino all’antica Capitale e proseguita con la scelta di studiare a Cambridge Storia bizantina. Goodwin cattura con facilità l’attenzione del pubblico, che accompagna fra le pagine dei suoi libri con uno stile brillante venato di humour e un’indole curiosa e appassionata, ma altrettanto colloquiale e affabile. Approfittiamo del suo dialogo con la platea patavina per qualche domanda.




Da dove nasce l’idea di ambientare romanzi proprio a Istanbul, e in quel preciso momento storico?
Avevo deciso di scrivere un thriller: un uomo alla guida di una Bentley, un’esplosione e… tanti diamanti. Mi dissi: “Fantastico!”. Andai a dormire e l’indomani mi svegliai con questa idea: “Scriverò di Istanbul. 1840”. Mi ero reso conto che non sapevo niente di Bentley e di Bentley a Londra! Volevo parlare di qualcosa che aveva dominato la mia vita da giovane: un viaggio fatto nel 1990 dalla Polonia fino ad Est, fino ad Istanbul. Bello incontrare chiese, zingari, colori. Bello bere soprattutto il caffè in Turchia …che è invece cattivo in Polonia. Istanbul è particolare perché ha una cultura diversa. Cominciai a leggere, scrivere, studiare. E entrai in crisi: quattro anni. Mi dissi: “In tutto scriverò sei libri nella mia vita”. Poi incontrai un amico che aveva scritto un libro su animali parlanti. “Quanto ci hai messo, quattro anni?” “No, sei mesi”. Pensai: “Anch’io voglio metterci sei mesi. Scrivo un thriller, faccio presto!”. La storia dell’Impero ottomano durò cinque, sei secoli ma il periodo più bello è quello in cui l’Impero ottomano stava facendo riforme. Pensai: “Che anni perfetti! Anni di conflitto, perfetti per un romanzo.

Com’era la Istanbul di metà Ottocento, e che cosa ti colpisce in particolare di quegli anni?
L’ Istanbul di quegli anni era rimasta molto Ancien Régime. Non bisogna pensare ad una tabula rasa in cui fosse stato azzerato e demolito tutto ciò che precedeva. Ma c’era anche un pullulare di realtà. Certo, c’era il sultano, che dal suo palazzo, il più alto della città, dominava con la vista il Bosforo; e c’era a proteggerlo il cordone stretto delle sue guardie. Ma si snodavano anche varie realtà, in una città brulicante di uomini e attività. Ogni individuo apparteneva ad una delle piccole unità che facevano parte di quel mondo. Uno dei livelli era quello religioso. All’epoca Istanbul, turca, era la più grande città greca del mondo e i Greci erano probabilmente la maggioranza. Ma convivevano Greci, Ebrei e Armeni. C’erano diversi gruppi linguistici, molte corporazioni. C’era un brulicare di persone per le strade e nei vicoli, che non si conoscevano. Parliamo di quasi un milione di persone. Era una città in cui tutti erano effettivamente un po’ persi. Era una mescolanza di varie realtà… davvero straordinaria!

Quali sono le micro-realtà, i gruppi, gli ambienti che in questa città così varia e viva hanno catalizzato maggiormente la tua curiosità, e che hai trovato anche più congeniali per i tuoi romanzi?
Ci sono per me due… ingredienti, due gruppi particolarmente interessanti. Uno è quello dei Giannizzeri, un gruppo militare, una corporazione che col passare degli anni e dei secoli aveva raggiunto un potere straordinario, parallelo e in contrasto con quello del sultano. Nel XIX secolo lentamente il sultano cercò di “distruggere” questo gruppo, finché nel 1826 vi fu un ammutinamento dei Giannizzeri e la loro rivolta fu repressa nel sangue dalla Nuova Guardia, il nuovo esercito personale del sultano. Questa repressione è il nodo centrale in quello straordinario scenario che era l’Impero ottomano! L’unica cosa che dava un controllo al potere del sultano era il potere che avevano i Giannizzeri. Altro elemento che mi incuriosisce, il secondo, è l’Harem. Interessante vedere come molti percepivano l’Harem: come fosse popolato di belle donne nude a disposizione del sultano. Basta guardare i quadri del francese Gerome… Ma non è così, la società era diversa. Le donne che vivevano nell’Harem non potevano parlare col sultano, e tanto meno dormire con lui. La maggior parte di quelle che giacevano con sovrano le aveva scelte sua madre. E questo quanto può essere sexy?!?

Parliamo di Yashim, l’eunuco investigatore protagonista di tanti tuoi romanzi. Come è nato?
Prima di iniziare a scrivere di Yashim, ho preso una decisione, perfetta per me ma non per lui: ho deciso di togliergli gli attributi. Volevo così poter raggiungere anche le donne nel romanzo, tagliate fuori dalla società. Mi serviva un personaggio che andasse ovunque, anche fra le donne, e si avvicinasse al detective classico, come Sherlock Holmes. C’è sempre uno strano punto di angolazione: un detective deve poter proteggere la società ma senza essere troppo coinvolto. Volevo che Yashim – un po’ triste per la sua condizione fisica – suscitasse simpatia e fosse empatico, per la sua condizione. Ho pensato poi potesse anche diventare un ottimo cuoco: la cucina la capiamo tutti, e sappiamo dove siamo, quando cuciniamo. Quando cucina, Yashim pensa.

In un romanzo storico cosa può appassionare il lettore e tenerlo incollato alla pagina? Quali gli ingredienti che non devono mai mancare?
Il sesso, ah ah! La storia è la storia, ed è importante in ogni genere - storico, fantasy, contemporaneo. Ma è la qualità dell’ambiente che fa la differenza. Un lettore deve percepire, “sentire” l’ambiente, sia esso fantasy o reale, partendo dalla prima pagina. Deve avere l’impressione che tu abbia dedicato tempo per curare l’ambientazione nei particolari. E la narrazione deve procedere con leggerezza. Il lettore deve essere curioso di quel che accadrà, sentire che ciò che capita al personaggio gli interessa.

Come nasce nella tua mente e prende forma un tuo romanzo? Quanto tempo dedichi alla scrittura e cosa rappresenta la scrittura per te?
Quando il mio amico mi raccontò dei sei mesi per la composizione di un romanzo, pensai che fosse un buon obiettivo, un bel modo per disciplinarsi. Ma per me non funziona così, non c’è una regola. La fiction è liberatoria, stai catalizzando i tuoi istinti. Le idee arrivano senza che tu te ne accorga, senza che ci pensi troppo. Il mio editor mi disse una volta: “È un divertimento intelligente, an intelligent fun!”. E penso che sia un’ottima definizione per la mia attività di scrittore.


I LIBRI DI JASON GOODWIN


 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER