Intervista a Javier Cercas

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Amatissimo in Italia – soprattutto dalla critica – Javier come purtroppo molti autori della sua generazione (quella che li vede nascere a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta), confida in una letteratura che non è didattica. Scrivere non significa insegnare. Eppure la sua prosa è fondata sulla storia ed è cardinale per ognuno di noi ritrovare le nostre tracce lì dove non siamo mai stati. La letteratura è per Cercas un diario da pubblicare, una cronaca in cui ritrovarsi. Ma sempre uguali a noi stessi. Disponibile e arrivato, nel senso di giunto in un luogo che non gli compete, quello della tranquillità economica, Cercas sciorina aneddoti e citazioni. Tramuta gli episodi più banali in chiare spiegazioni di vita e trasmette quello che non è ovvio ma dovrebbe, che prima di essere buoni scrittori si deve essere avidi lettori.




Che cosa è un romanzo, per Javier Cercas?
Ogni lettore fa il suo libro, interpreta la storia che viene raccontata. L’unica cosa veramente importante è che rimanga fedele alla partitura del romanzo. Il più bel libro che abbia mail letto è il Don Chisciotte. Un libro letto e amato da tutti. Quando venne pubblicato nel diciassettesimo secolo, era giudicato una commedia, un libro per far ridere. Dal diciannovesimo in poi si è tramutato in un’opera malinconia e introspettiva. Due interpretazioni diverse, ma entrambe giuste. Samuel Johnson diceva che solo gli stupidi scrivono senza essere pagati. In questo senso scrivere mi ha cambiato la vita, anche economica. Questa è l’importanza che attribuisco al romanzo. Solo cambiando la vita di chi lo scrive, un libro può cambiare la vita di chi lo legge. Prima di Soldati di Salamina non mi leggeva nessuno, eccezione fatta per mia madre e pochi intimi. Ricordo un aneddoto in cui è coinvolto il mio grande amico Roberto Bolaño. Anni fa uscì in Spagna un dettagliato dizionario dei più importanti autori in lingua spagnola. Mancava soltanto il mio nome e ricordo Roberto, che aveva un senso guerriero della letteratura, dirmi alterato che doveva esserci per forza qualcuno a cui avevo fatto torto, per meritarmi questa assenza. Gli risposi di no, semplicemente non mi conosceva nessuno all’epoca. Ora vivo di scrittura, perché non so fare altro. Perché sono affascinato dalle immagini e dalla storia. Prima di Soldati di Salamina non raccontavo del passato, solo del presente e per di più non ne ero capace. Il lavoro di un romanziere è quello di farsi domande e il tempo passato è terreno fertile per porsi dei dubbi. Al contrario dei politici, che dovrebbero lavorare per risolvere problemi, lo scrittore  si rovina la vita creandosene ancora di più con ciò che scrive.

La autofiction è un po’ il tuo marchio di fabbrica. No?
Perché la scrittura è un problema di forma, non di contenuto. Non esiste una buona storia indipendente. Può diventarlo solo se si riesce a raccontarla nel modo giusto (è un discorso che vale per molti capolavori, penso a Madame Bovary). Quello che racconto non è la storia della mia vita, semplicemente credo che tutti i romanzi siano autobiografici. Vargas Llosa dice, per esempio, che la letteratura è uno striptease al contrario. Nei romanzi c’è sempre la parte nuda: i nostri sogni e la nostra vita in cui fatichiamo però a riconoscerci. Soldati di Salamina non è un racconto reale, ma una strategia narrativa. Il Javier Cercas del libro è forse più reale del vero Javier Cercas. Sono io che indosso una maschera – e non a caso in latino la parola “maschera” si dice “persona” – non il mio personaggio. Lui sì, scava nel profondo del mio animo.

Cosa ti ha portato ad appassionarti al momento storico della guerra civile?
Non credo di saperlo con certezza. La guerra civile è la grande avventura collettiva del secolo scorso, per ogni spagnolo. Di certo so che la mia famiglia vi ha partecipato. Soldati di Salamina è stato, prima di un grande successo commerciale, un successo sociale. Alcuni autori radiofonici scrissero e misero in onda un programma basato sugli eventi del libro. Venivano messi in scena alcuni racconti inerenti la guerra. Ricordo che mi contattarono dicendomi che durante la prima puntata avrebbero raccontato la storia di un sindaco repubblicano che durante i tafferugli e la fuga per sfuggire alla guerriglia, riuscì a rifugiarsi in un camion di fuggitivi, per scoprire però che questi erano tutti partigiani in trasferimento. Riconosciutolo, ovviamente si trovarono benintenzionati ad ucciderlo. Il conducente del mezzo si impose e riuscì a convincerli a non macchiarsi di un omicidio e lasciarlo libero. Gli salvò la vita. Il racconto era narrato dal vero nipote del sindaco e svelò che il salvatore era mio nonno. Ero sconvolto, mai avevo sentito questa storia raccontata dai miei parenti. Chiesi quindi a mio padre, che ugualmente mi confermo di esserne estraneo. Riuscì così a entrare in contatto con i parenti del sindaco, ormai defunto (anche mio nonno lo era da tempo). Questi invece poterono confermarmi la veridicità della storia e che era un racconto a lungo tramandato e ripetuto nella loro famiglia. Mio nonno, per decenni, non si era mai vantato di questa azione, mai neppure l’aveva raccontata. Ho pensato, con un po’ di scaramanzia, di averla custodita nell’inconscio per lungo tempo e che mi avesse costretto a scrivere il libro. Il silenzio di mio nonno è eloquente. La guerra è orribile e non sempre vale la pena d’essere ricordata.

Avresti scommesso sul successo del tuo Soldati di Salamina? In cosa differisce rispetto ad altri titoli sul medesimo argomento?
Assolutamente no. Un centinaio di lettori erano già un successo. L’ho scritto come tutti gli altri miei libri, con naturalezza e poche aspettative. L’editore era più interessato di me, mi disse che il libro era molto bello e che voleva pubblicarlo in cinquemila copie. Non potevo crederci, per un attimo credetti d’essere uno scrittore importante. Come Hemingway. Era pura fantascienza. Ero perfettamente conscio che l’argomento trattato era fiacco e noioso. L’ennesimo libro sulla guerra civile spagnola, non interessava affatto agli scrittori della mia generazione. Ma quando feci leggere a mio padre le prime centocinquanta pagine mi disse che erano la cosa più bella che avevo mai scritto. Non posso dirlo io quali siano queste differenze. Sono uno scrittore vanitoso, non stupido. So però che dopo Soldati di Salamina si è verificato un vero profluvio di romanzi riguardanti la guerra civile.

Che cos’è un eroe? Oggigiorno è possibile compiere un gesto così solidale come quello compiuto dai tuoi protagonisti?
Anche altri due miei romanzi cercano di rispondere a questa domanda. La velocità della luce e Anatomia di un istante narrano di come sia impossibile essere degli eroi. Purtroppo la parola “coraggio” è una parola prostituta, la retorica del fascismo l’ha resa orribile. Ma non lo è. Certe persone posseggo l’istinto della virtù, in maniera spontanea compiono il bene. Thomas Carlyle diceva che non si può vivere senza eroi, privi di un esempio da seguire. E certamente oggi è molto più facile compiere azioni eroiche e solidali. Bonaparte diceva che ogni guerra è civile. Generosità e solidarietà solo gesti eccezionali, ma possibili. Tutte le epoche sono difficili e la mia generazione è stata la prima a non conoscere in maniera diretta la guerra in Europa. Si vive bene, come non mai.


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