Intervista a Jean-Christophe Grangé

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Al mio amato Luigi Magni non sarebbe sfuggita l’ironia della situazione: un popolano romano che la sua passione per i libri conduce proprio nella tana dell’ex dominatore, Palazzo Farnese, la quasi inaccessibile, meravigliosa e antica ambasciata di Francia. Sotto l’occhio impassibile e severo di dipinti, lampadari, stucchi e arazzi, seduto su un liso divano a fiori vecchio almeno di un secolo a sorseggiare un caffè servito da camerieri in marsina, sono palesemente a disagio. La cosa non sfugge al sornione signore francese che siede accanto a me, il mitico cantastorie del Male Jean-Christophe Grangé. Mentre sorbisce il suo caffè guardandomi in tralice, accavalla le gambe sfoggiando scarpe costose e calzini impeccabili. E risponde alle mie domande godendosi la mia affannata exit strategy tra i due fuochi – ugualmente temuti, ugualmente letali - della grandeur e del bon ton.




Le giovani generazioni di lettori sembrano credere che il thriller sia un genere irrimediabilmente made in Usa. Invece l’Europa ha una antica tradizione di noir e polizieschi: in cosa è diversa la letteratura europea di questo genere da quella americana?
Per parlare del presente, senza andare troppo nel passato, quando ho esordito con Il volo delle cicogne i librai statunitensi lo hanno inserito negli scaffali del thriller per una presunta somiglianza con i bestseller Usa di quel genere, che come il mio romanzo erano basati sul plot (che è la cosa tradizionalmente alla quale tengo di più). Tipico degli americani, sono fatti così. In Francia in quel momento invece andava forte il genere neopolar, che invece del plot mette al centro delle storie il messaggio sociale, di solito di impronta progressista. Del resto la figura del poliziotto è un topos letterario francese vecchio di secoli, una tradizione salda che però il nouveau roman (con la sua assenza completa di plot) ha tentato in tutti i modi di screditare. Anche oggi resiste questa tendenza, tanto che per vedere storie vere e proprie tendenzialmente devi andare al cinema. Sarà per questo che in una sala cinematografica mi trovo sempre meglio.


Segreti che tornano alla luce da un passato oscuro, persone che non sono quello che sembrano: se un critico o un lettore fa notare che questi sono gli ingredienti tipici di un romanzo di Grangé sei contento o ti offendi?
Né l’uno né l’altro. È evidente che tali ingredienti riconoscibili ci sono, ma più invecchio e più mi rendo conto che c’è qualcosa di profondo che mi spinge a voler raccontare una storia piuttosto che un’altra. Qualcosa dentro di me: la mia ricerca ossessiva attorno ai temi della memoria, dell’identità, del bene e del male deriva, me ne rendo conto, dalle mie angosce insolute. Delle quali evidentemente voglio parlare, magari in un’ottica terapeutica e catartica. Ho vissuto ben presto con i miei genitori l’esperienza della morte e della malattia mentale, e questo ha lasciato in me dei segni indelebili, non tanto in quanto sofferenze ma in quanto eredità: mi rendo conto di assomigliare più di quanto vorrei a mio padre, le mie ossessioni erano anche un po’ le sue. E a proposito di psichiatria, sono rimasto profondamente colpito dalla mia esperienza personale: quando ho sofferto di una grave depressione poche semplici pillole sono bastate a farmi ritrovare la persona che ero: non più triste, non più allegra, esattamente quella che ero! Questo mi ha aperto gli occhi sulla potenzialità della psichiatria e sui misteri della mente umana.


In Amnesia la tua galleria di poliziotti si arricchisce di una protagonista femminile tormentata...
Se volessimo analizzare tutti i miei poliziotti ci sarebbe da riempire un manicomio! Potremmo dire forse che la cosa più intrigante per me è creare un personaggio con delle ferite, una persona tormentata, non una macchina per fare indagini. Un poliziotto per piacermi deve avere qualcosa di tenebroso. Perché un poliziotto è un cacciatore, e quindi deve conoscere la sua preda, deve conoscere il male, deve brillare di una luce oscura, in fondo deve assomigliare a colui che sta inseguendo. E poi mi piace creare sempre nuovi personaggi, non mi piacciono le serie, voglio ogni volta nuove storie, nuovi traumi,nuove ferite, voglio ripartire da zero. Che poi diciamocelo: il poliziotto di una serie vive una vita impossibile, con indagini incredibili tutte concentrate, roba che non capita nemmeno nella vita di 100 poliziotti.


Il cattivo di Amnesia è particolarmente sgradevole, ma si scopre la profondità della sua malvagità solo nelle ultime 4-5 pagine (dopo più di 700!). Si poteva dargli più spazio, forse?
Beh, forse effettivamente questo cattivo che costruisce a distanza tutta la storia del romanzo avrebbe  avuto profondità da scandagliare, peccato si riveli solo alla fine. A ben vedere, i miei cattivi li svelo ai lettori sin dalle prime pagine o soltanto nel finale, ora che mi ci fai pensare. Però è un personaggio che va visto come un fantasma che aleggia sulle vicende sin dall’inizio, come un dio che dall'Olimpo guida l’azione. Fino allo scontro finale.


Cinema e letteratura hanno sempre avuto un rapporto difficile: tu che frequenti con grande successo entrambi i mondi, ci puoi svelare il segreto di tanta serenità?
La mia fortuna è stata esser stato cambiato subito dall’ambiente cinematografico, dal suo caos e dalla sua complessità. Ho dovuto subito scegliere tra lasciar perdere le riduzioni cinematografiche dei miei romanzi - con le loro inevitabili differenze con i libri – o accettare la sfida per rivolgermi a un pubblico più vasto. Parliamoci chiaro: un libro di enorme successo raggiunge 300.000 persone, un film 3 milioni, e io voglio raccontare le mie storie a più gente possibile. Si vede anche roba grottesca o comica al cinema, lo so benissimo, ma non bisogna essere snob. Col cinema io ci ho fatto bei soldi, e non sono abituato a sputare nel piatto in cui mangio.


Uno scrittore assomiglia un po’ a un pittore: ti piace più il bianco o il nero?
Il bianco e nero. E non vuol dire che io ingenuamente pensi che bene e male siano separati. Ma per dipingere e scrivere servono i contrasti.

I libri di Jean-Christophe Grangé


 

 

 
 
 
 
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