Intervista a Jean Michel Guenassia

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L’opportunità non solo di intervistare Jean Michel Guenassia ma di farlo in un ambiente sofisticato e allo stesso tempo informale come quello del Caffè della Triennale di Milano ‒ dove il suo editore ha organizzato un aperitivo per pochi giornalisti ed estimatori in occasione della kermesse Tempo di libri ‒ è una di quelle che fanno tremare le gambe. Non solo è uno dei mostri sacri della Letteratura francese contemporanea, vincitore del prestigioso Goncourt des Lycéens con uno dei più bei romanzi di sempre, ma occupa anche un posto di prim’ordine nel mio personale panthéon letterario. Si rivela un uomo di grande cultura e pazienza, intrigato e lusingato dall’interesse che il suo ultimo libro sta suscitando.




Hai esordito in letteratura con dei gialli, sei stato sceneggiatore e drammaturgo e ti sei guadagnato le Goncourt des Lycéens con Il Club degli incorreggibili ottimisti. Per te è stato più difficile scrivere di eventi e persone reali come hai fatto ne Il valzer degli alberi e del cielo con van Gogh o lasciare libere le briglie della creatività senza dover stare entro i confini di documenti e fatti reali come hai fatto anche con La vita sognata di Ernesto G.?
Ho dovuto fare un gran lavoro su me stesso per liberarmi, per creare, mi sono costantemente detto che bisognava che io ci riuscissi, che arrivassi ad avere autonomia creativa per poter raccontare le storie che avevo in testa. Quando mi sono lanciato nella scrittura de Il Club degli incorreggibili ottimisti c’erano due personaggi principali, una decina di secondari, qualche trama parallela, ma durante i sei anni che ho impiegato a scrivere il libro il lavoro si è fatto più pesante. Il libro mi è costato una fatica che non avevo immaginato. Un numero considerevole di ore trascorse seduto a lavorarci e il risultato è stato un numero di personaggi decuplicato rispetto all’inizio.

Ne Il valzer degli alberi e del cielo descrivi Van Gogh come un uomo equilibrato e appassionato, Marguerite come una donna ambiziosa, determinata, che non ha paura a dichiarare di amare Heine quando la cultura predominante è antisemita, il dott Gachet non è più “l’amico degli impressionisti” ma un avido approfittatore… Cosa ti ha portato a decidere di scardinare l’ovvio? Hai trovato evidenze documentali o è stato il bisogno di lasciare libera la fantasia?
Ho trovato molte verità nei documenti che ho consultato. Innanzitutto ho scoperto che Van Gogh non si è suicidato, in secondo luogo che il mondo dell’arte è pieno di sue opere false, poi che il dottor Gachet non era il gentiluomo che si pensava. Non è che fosse cattivo, ma è risultato diverso da ciò che credevamo: ha prodotto dei falsi e ne ha organizzato la vendita. Molti di essi sono finiti in collezioni di privati che poi li hanno ceduti ai musei. Uno è stato esposto per anni al Museo Van Gogh di Amsterdam, che solo di recente lo ha ritirato senza fornire grandi spiegazioni. Ciò che mi interessava era avvicinarmi il più possibile a Vincent e rendere su carta l’uomo, la persona. Ti faccio notare che io non lo chiamo mai Van Gogh nel libro, siete voi lettori a pensarlo. Lui firmava le sue opere solo Vincent, è stato dopo la sua morte che è diventato van Gogh ed è solo nelle ultime righe del libro che io uso il suo cognome. Siccome per me sarebbe stato impossibile entrare davvero nella sua testa, rendere i suoi veri pensieri, mi sono detto che avrei scritto la storia dal punto di vista di Marguerite, una ragazza di 17 anni che lo incontra e se ne innamora. Tutto il romanzo si dipana attraverso i suoi occhi. Ho scritto in realtà la storia di Margherite, anche se tutti continuano a farmi domande sul suo amante. È stato molto più difficile per me scrivere un romanzo il cui io narrante è una giovane donna, di quanto lo sarebbe stato scrivere dal punto di vista di un uomo. Bisogna avvicinarsi alla propria identità femminile per poterci riuscire a pieno.

Studiando i suoi ultimi mesi di vita, sei riuscito a rispondere all’interrogativo che da tempo i suoi studiosi si pongono, ossia se Van Gogh era un genio malgrado la sua malattia o a causa di essa?
Van Gogh non era malato né pazzo. Non si può certo affermare che fosse geniale perché era bipolare, né che lo fosse a causa della sua epilessia, della quale del resto era quasi guarito dopo aver incontrato ad Arles un medico che lo convinse a smettere con l’assenzio. Aveva un dono che ha coltivato con sacrificio, che ha saputo sfruttare, nonostante le mille difficoltà. Ha lavorato moltissimo, è stato infaticabile indefesso, si è abbrutito di lavoro e, per di più, era geniale.

Quasi contemporaneamente al tuo sono usciti in Francia altri tre libri su grandi pittori: Monet, Bonnard e un altro testo su Van Gogh e tutti e tre voi autori affrontate le loro storie mettendo al centro tre figure femminili importanti nelle loro vite. Come mai sta diventando sempre più diffusa l’esigenza di scandagliare le relazioni sentimentali dei pittori? Possono aiutare a comprendere i processi creativi di questi grandi maestri?
Se prendiamo ad esempio il libro su Monet, che è eccellente, è scritto in terza persona e parla dell’amore di Monet per una donna che è morta molto giovane per un tumore e lui ne ha sentito la mancanza per tutta la vita, la ferita della sua assenza non si è mai rimarginata. Non ha mai voluto vendere il quadro che la rappresentava, ma, il giorno in cui ha donato le sue Ninfee al Museo dell’Orangerie, il legato era che accettassero di esporre al Louvre il quadro che rappresentava il suo giovane amore, donandole così l’immortalità. Lo stesso vale per la donna di Bonnard, che è al centro della sua opera. Conosco gli autori di questi libri e penso di poter dire che ciò che ci interessava era approcciare le figure di questi pittori attraverso le persone che li avevano frequentati, che, in alcuni casi, li avevano amati, per capire meglio la loro pittura e da cosa questa fosse influenzata. Posso dirti che se Van Gogh non aveva alcun bisogno di Marguerite per produrre opere geniali, così non è stato per Bonnard. L’opera di un pittore è un dono di sé ed è più facile analizzarla attraverso l’amore che una donna ha avuto per loro o quello che essi hanno nutrito per le proprie donne.

La costruzione del libro è molto originale, i paragrafi affidati alla voce di Margherite si alternano alle corrispondenze tra tutti i protagonisti dell’epoca, agli stralci di articoli della Lanterne- quotidiano di Auvers-sur-Oise che ci raccontano gli avvenimenti di cronaca e costume durante i 70 giorni della permanenza di Van Gogh come mai hai scelto questa impostazione?
Non avevo mai trovato un libro che rendesse un’epoca in questo modo e mi sembrava un buon modo di farlo. Io stesso non sapevo nulla della vita quotidiana nel 1890 e ho dovuto documentarmi, scoprendo aneddoti che volevo condividere, per rendere più agevole l’immersione del lettore nella cultura del tempo. Ho scelto dei brani che mi sembravano simbolici perché mostrano la violenza, il razzismo, la misoginia, lo spirito del tempo, insomma, e li ho incastonati nel testo . Ho scelto di non rendere questi intercalari troppo lunghi, sono dei piccoli tagli, delle brevi cesure nel racconto di Marguerite che permettono al lettore di farsi un’idea del contesto storico.

Nel libro affronti anche un altro tabù, ossia il fatto che nel 1890 tutti i più grandi scrittori, poeti, pittori, artisti erano antisemiti e non ne facevano mistero. Nella situazione attuale intravedi un rischio reale per la Francia di veder riemergere tendenze razziste e xenofobe?
Ci sono delle tendenze ma non la definirei un’ondata di xenofobia e razzismo. Più specificamente dobbiamo dire che una parte della popolazione francese è antimusulmana, in quanto identifica questa religione, questa cultura, con l’integralismo e il terrorismo. Per fortuna, però, questo fenomeno resta limitato, non riguarda la maggioranza della popolazione, è preoccupante, certo, ma per fortuna limitato. Posso affermare con certezza che questo fenomeno non cambierà la politica. L’estrema destra non ha mai cambiato la politica in Francia. Probabilmente arriveranno al 25 o 30 per cento ma non cambierà nulla. In Francia non abbiamo il proporzionale, per cui, se si vuole incidere sulla politica nazionale bisogna avere la maggioranza dei voti. Anche con il 30 percento non avranno più di due deputati in Parlamento. Probabilmente è ingiusto, ma tanto meglio! Non è però che il proporzionale sia meglio, ci sono Paesi in cui alcuni partiti religiosi hanno solo due deputati che diventano due ministri perché da loro dipende la stabilità del governo e in quel caso, la governabilità di un Paese si basa sul puro ricatto.


I LIBRI DI JEAN MICHEL GUENASSIA


 

 

 

 
 
 
 
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