Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti

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Jean Toschi Marazzani Visconti, accurata analista e collaboratrice di varie riviste e testate in ambito geopolitico, ci fornisce uno sguardo ampio e competente sulla situazione attuale nei Balcani, mettendo in evidenza tutte le contraddizioni e le problematiche di un’area geografica che, a distanza di tanti anni, ancora non ha trovato pace.




La situazione bosniaca, che a lungo ha suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica ai tempi della guerra, adesso sembra quasi una realtà dimenticata. Come mai?
Effettivamente è stata archiviata come operazione compiuta. Anche se tutte le cancellerie responsabili sono al corrente della situazione precaria, l’attenzione generale è rivolta ad altri problemi più scottanti ed immediati. D’altra parte la Bosnia-Erzegovina è stata un’esercitazione sul cui modello sono state impostate le politiche internazionali in Iraq, in Libia, in Sudan, in Somalia e oggi in Siria, dove gli interventi armati degli Stati Uniti e alleati lasciano zone instabili, un disordine voluto che consente qualsiasi genere di traffico, corruzione e manovra politica in previsione di ulteriori divisioni dei territori. Quindi, in BiH la soluzione migliore rimane lo statu quo, fino al momento in cui si verificasse lo scoppio di tensioni provocate magari appositamente, e allora la Bosnia Erzegovina riceverebbe quell’attenzione, tardiva, che avrebbe dovuto ottenere dalla fine della guerra. I funzionari dell’OSCE sul posto sono consci che tutte le tre etnie sono bene armate. La BiH è considerata per la sua composizione una piccola Jugoslavia. Le potenze occidentali hanno voluto il disfacimento della Jugoslavia in Stati indipendenti, ma sembrano voler tenere la Bosnia unita a tutti i costi senza considerare le necessità e i diritti delle due entità, la croata cattolica e la serba ortodossa, che desiderano separarsi da questo Stato artificiale. Čedomir Antić, un giovane storico belgradese studioso dei rapporti USA/Serbia, intervistato nel libro, formula l’idea che gli americani in realtà non vogliano che i bosniaci abbiano un loro Stato e per questa ragione insistono su una Bosnia unita e mista, dove ci siano anche i Serbi come nota di disturbo. Ci si può solo augurare che le cose continuino come stanno: nessun progresso,ma niente danni eccessivi.

Per quanto tempo ancora potrà resistere questo stato creato a tavolino e diviso in tre etnie? Alla fine la componente musulmana diverrà definitivamente maggioritaria e metterà all’angolo serbi e croati? Se così dovesse essere, che genere di Islam dobbiamo aspettarci in Bosnia?
Molto dipende dall’influenza di forze esterne al Paese. La tendenza occidentale è di superare il Trattato di Dayton e la Costituzione della Bosnia (formata dagli allegati del Trattato) e unificare i diritti costituzionali delle tre etnie sotto il governo di Sarajevo. Indubbiamente il Paese non può funzionare quando ogni otto mesi cambiano a rotazione Presidenti e Primi Ministri. Questo pasticcio è stato creato dal Trattato di Dayton che ha voluto ripetere la forma di governo antecedente la guerra, quando la Bosnia era parte della Federazione di repubbliche jugoslave, un sistema evidentemente impraticabile con l’assetto attuale. Però l’unificazione è impossibile. Negli ultimi venti anni nulla è stato realizzato per riavvicinare le tre nazioni costituenti. Al contrario attraverso i media e con imposizioni tendenti a favorire principalmente l’etnia musulmana (è bene ricordare che si tratta di serbi convertiti durante l’occupazione ottomana) l’odio fra le componenti del Paese è cresciuto a dei limiti superiori al periodo della guerra e la mancanza di lavoro e benessere accrescono l’insoddisfazione e aumentano le divisioni. La Turchia considera tuttora la BiH un suo territorio, parte della “trasversale verde”, quell’insieme di zone musulmane nei Balcani che guardano alla Turchia piuttosto che all’Europa, e gli Stati Uniti le hanno concesso, almeno fino al golpe, un potere prossimo a un governatorato. Ovviamente la politica turca osteggia i Serbi finanziando gruppi politici di opposizione all’attuale governo della Republika Srpska. I croati sperano in una Erzegovina indipendente, contano sull’aiuto della Croazia, e, in possesso del doppio passaporto, si sentono in qualche modo già in Europa. Anche Iran e Arabia Saudita sono molto presenti con le loro ONG. Molto denaro fluisce a Sarajevo, ma non è impiegato per creare strutture o occasioni di lavoro. Viene impiegato per costruire nuove Moschee e per aprire scuole islamiche, dove i giovani disoccupati e senza futuro trovano istruzione e soldi. Ovviamente da quelle scuole non escono dei laici. Molti ragazzi, al termine degli studi nelle madrase, ricevono finanziamenti e con questi comprano villaggi distrutti sui confini del territorio della Republika Srpska, li riadattano e ci vanno a vivere seguendo le più strette regole islamiche che li autorizzano ad avere molte mogli e molti figli in disobbedienza alla Costituzione bosniaca che proibisce la poligamia. Un’invasione demografica? Fra l’altro in questi villaggi albergano anche alcuni dei dodicimila combattenti islamici, giunti all’inizio della guerra in aiuto ai fratelli bosniaci, che hanno ottenuto la cittadinanza per meriti di guerra. Alcuni di loro sarebbero terroristi dormienti, altri addestrano i combattenti in partenza per il Califfato via Turchia. In questa situazione complicata i giovani più svegli lasciano il paese perché non vedono un futuro. Dopo molte esitazioni e dubbi sulla correttezza del procedimento, il 30 giugno scorso è stata pubblicata dall'Agenzia statistica di Bosnia Erzegovina l’esito dell’ultimo censimento, dove risulta che attualmente si dichiara Bosgnacco il 50,11% della popolazione; i serbi sarebbero il 30,78%; i croati il 15,43%. Il rimanente 2,73% del totale è rappresentato da coloro che rifiutano di dichiararsi membro delle tre nazioni costitutive. Nel 1991 i musulmani erano il 43,47%. Cosa ci si può aspettare? Il defunto abilissimo leader musulmano, Alija Izetbegović, padre dell’attuale presidente Bakir Izetbegović, nella sua Dichiarazione islamica pubblicata negli USA nel 1984 e a Sarajevo nel 1990, proponeva una visione fondamentalista del mondo in cui auspicava la nascita di una grande Federazione islamica dall’Indonesia, al Marocco, alla Bosnia e si riprometteva di trasformare la BiH in uno Stato islamico dalla Croazia alla Drina (il fiume che separa la Bosnia dalla Serbia). Sosteneva che non ci può essere coesistenza fra fede islamica e fede non islamica. Nel suo partito SDA, Partito Nazionale Democratico, ci sono molti falchi che credono nel suo lascito morale. Se anche il figlio, Bakir, può essere definito una colomba, è presumibile pensare che non possa resistere alla pressione di forze e finanziamenti di origine turca, wahabita e salafita che spingono verso la realizzazione del progetto paterno. Questa possibilità evidentemente non è stata valutata dagli esperti americani che hanno formulato il trattato di Dayton per un paese nel cuore dell’Europa. O forse sì?

Al pari di altri autori, hai criticato duramente la risonanza data al cosiddetto genocidio di Srebrenica, sostenendo che si sia trattato di un avvenimento brutale al pari di tanti altri e che sia stato utilizzato come veicolo di propaganda da Stati Uniti e Unione Europea in chiave anti-serba. Credi che questi tentativi di manipolazione siano stati attuati anche in altri casi nel corso della storia recente o Srebrenica rappresenta un unicum?
Genocidio indica la volontà di eliminare (caedere) un’intera popolazione di uomini, donne e bambini (genes). Solo il Tribunale dell’Aja ha emesso una sentenza di genocidio per la morte di uomini in età militare e soldati in guerra. Nel suo ottimo libro Hillary Clinton, la Regina del caos (Zambon Editore) Diana Johnstone scrive a pag.80: “È importante rendersi conto che l’attuale ossessione degli Stati Uniti per il genocidio non risponde né a interessi di difesa nazionale né a considerazioni umanitarie. Si tratta di un’ideologia, e il suo obiettivo è politico (...) Il genocidio viene considerato come il prodotto di cause psicologiche puramente soggettive, invece che di situazioni destinate a creare rivalità tra gruppi, quali la scarsità di risorse essenziali, come nel caso del Darfur”. E a pag. 148: “Ogni qualvolta gli Stati Uniti prendono posizione in un conflitto etnico o politico in atto in una data regione, la procedura abituale consiste nell’accusare la parte avversa di tramare un genocidio”. L’uso del genocidio o la macabra scoperta di fosse comuni a scopo mediatico sono stati utilmente impiegati molte volte negli ultimi anni. Ovviamente il giusto orrore di chi ascolta e vede queste mostruosità alla televisione, mentre consuma la cena in famiglia, produce consenso. E questo consenso è utile per fare accettare e giustificare operazioni militari non autorizzabili. Da qui alcuni genocidi ignorati e altri inventati per una buona causa. Vorrei invece ricordare due veri genocidi che per ragioni politiche sono stati immersi nella nebbia di un comodo oblio. Nel 1915, i giovani turchi hanno causato la morte di un milione e mezzo di Armeni, un’intera popolazione eliminata per ripulire una regione della loro presenza. Nel 1918 a Versailles, durante le trattative di pace con l’Impero Turco, perdente ma geopoliticamente importante, il numero delle vittime è stato ridotto a 300mila e il genocidio dichiarato nullo e non avvenuto. Solo oggi, dopo cento anni il crimine è riconosciuto con difficoltà e imbarazzo. Fra il 1941 e il 1945 la Croazia aveva impiegato le foibe per eliminare Ebrei, Serbi e Rom. In seguito aveva creato un campo di sterminio della grandezza di Auschwitz, diviso in otto sotto campi, di cui uno era dedicato ai Rom e un altro esclusivamente a bambini fino ai quattordici anni. Questo campo si chiama Jasenovac e si trova fra la Croazia e la Bosnia. In quel periodo sono stati uccisi quasi un milione di esseri umani. Di questo campo non si parla, probabilmente perché il clero cattolico croato ne porta molta responsabilità.

Le interviste che hai effettuato nel tuo libro La porta d’ingresso dell’Islam sono state rivolte a personaggi che hanno recitato un ruolo da protagonisti nella crisi balcanica degli anni ’90. Fra le tante interviste fatte, qual è quella che ti è più cara e che trovi maggiormente rappresentativa di quanto accaduto in quel periodo?
Ho trovato tutte le interviste interessanti. Alcune mi hanno affascinato più di altre, come la testimonianza del Generale Giorgio Blais, capo dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) dal 2003 al 2009. Mi è piaciuta molto per la distaccata comprensione degli avvenimenti che aveva vissuto in prima persona durante l’espletamento del suo compito. Il duro racconto di Dževad Galijašević che si definisce un musulmano jugoslavo e sostiene che la religione islamica è diventata politica, perché, se si priva un musulmano bosniaco delle sue radici di Slavo, l’unica identità che resta è la religione, mi aveva impressionato per la lucidità con la quale descriveva fatti e personaggi che ritenevo intoccabili. Infine, l’intervista che forse mi ha toccato più delle altre, perché l’autore vive la kafkiana vicenda di un uomo condannato a pagare senza possibilità di avere giustizia da un Tribunale che l’ha condannato a priori prima del processo e della sentenza.. Un uomo tradito da un accordo fra gentiluomini con il mediatore statunitense Richard Hollbrooke e quest’ultimo, probabilmente, costretto a mancare alla parola data nel duro gioco per la conquista dell’incarico di segretario di stato contro Hillary Clinton dopo l’elezione di Barack Obama. Mi riferisco a Radovan Karadžić e all’intervista che mi ha concesso dalla prigione dell’Aja.

Hai sottolineato le responsabilità dell’Unione Europea per quanto concerne l’attuale ristagno della situazione balcanica. Dando per scontato che l’Unione Europea ‒ così come è ‒ è un organismo quantomeno imperfetto, lei crede che sia destinata a durare nel tempo oppure subirà un progressivo sfaldamento? E in questo secondo caso, cosa potrebbe accadere?
Forse era solo una stupenda utopia: l’Europa è nata venti anni fa e sta già agonizzando. Probabilmente se non si fosse allargata a 28 membri e fosse rimasta ai 15 Paesi iniziali, l’EU non sarebbe soltanto un’unione finanziaria tenuta insieme dal collante dell’euro, ma avrebbe potuto avere una Costituzione e una politica estera comune. L’annessione degli Stati dell’Est con tutte le differenze e i contrasti rispetto alle tradizioni democratiche comuni ai fondatori, non ha favorito lo sviluppo della Unione Europea. Ovviamente gli Stati Uniti hanno forzato la mano per ottenere la loro ammissione, faceva gioco poter stabilire delle basi negli ex satelliti sovietici proprio a guardia della Russia. La tendenza americana a voler favorire una nuova Europa, formata da paesi baltici da ex sovietici e da alcuni Stati nordici, da contrapporre alla vecchia Europa degli Stati fondatori, ha creato una frizione che si è rivelata in tutta la sua ampiezza di fronte all’arrivo della marea di profughi dalla Turchia. Ci si potrebbe anche domandare se questa ondata umana non avesse proprio lo scopo di sconvolgere la UE. Comunque è un dato di fatto, il Trattato di Schengen non è più rispettato, la Brexit è una realtà e altre nazioni pensano a referendum diversi. L’Europa si trascina e sarà sempre peggio, se non verranno prese forti decisioni comuni. Rischiamo di languire tenuti insieme dalla moneta comune senza aver altro in comune. È indubbio che siamo il ventre molle dello scacchiere internazionale, membri di una NATO agli ordini dei progetti militari statunitensi. Cosa potrà accadere? Nulla di buono se i membri fondatori non reagiscono in fretta.

Nel suo libro non risparmia critiche agli Stati Uniti, accusati di destabilizzare a tavolino sulla base del principio latino del divide et impera. Trovandoci in prossimità delle elezioni, cosa si aspetta e cosa si augura dall’esito delle urne?
Onestamente, trovo ambedue i candidati pericolosi. Donald Trump, secondo le sue dichiarazioni, vorrebbe un’America isolazionista e razzista. Hillary Clinton durante la sua carriera di Segretario di Stato ha mostrato di non disdegnare le operazioni belliche, vedi la Libia, e sembra simpatizzare con il war party. Comunque, dal Presidente Eisenhower in poi, chi ormai realmente decide in America è il MIC (Military-Industrial Complex) quell’insieme di poteri militari-industriali che hanno influenzato le decisioni di tutti i Presidenti in materia di politica estera. Sfortunatamente la crisi del 2008 sembra riacutizzarsi e niente è meglio di una guerra per rimettere in ordine i conti. L’Europa al momento è troppo debole per proporre una via diversa.

L’attuale situazione globale, all’insegna di un mondo multipolare, è caotica e complessa. Quali player stanno adottando politiche che nel medio-lungo periodo possono risultare vincenti?
Sono appena rientrata dalla Cina, dove sono stata colpita dall’energia e dall’entusiasmo che si percepisce. Sono un popolo giovane con una tradizione millenaria alle spalle. Se riescono a non cadere nelle trappole della ricerca ossessiva del loro passato perduto, ma ne acquisiscono i lati di saggezza e capacità politica, io scommetterei su di loro.


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