Intervista a Jenny Erpenbeck

Jenny Erpenbeck
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Jenny Erpenbeck, scrittrice tedesca classe 1967, ha una formazione accademica musicale e teatrale (è stata allieva, tra gli altri, di Ruth Berghaus e Heiner Mülle). Per questa intervista abbiamo tradotto e ritradotto dall’inglese e dal tedesco in un lungo giro di mail. Abbiamo parlato con la Erpenbeck del suo ultimo romanzo, della sua scrittura e dei suoi prossimi progetti. Un ringraziamento particolare va a Marina Bignotti e ad Ada Vigliani (ufficio stampa e traduttrice per l'editore Zandonai) per la loro grande disponibilità.




Nel tuo romanzo Di passaggio la memoria, la capacità di restare legati a una storia famigliare o a un luogo per molto tempo, era al centro della storia. In questo romanzo invece sembra che il centro della storia sia il desiderio della protagonista di dimenticare il proprio passato. Come sei arrivata a scrivere due storie così diverse?
Non credo affatto che Di passaggio e Storia della bambina che volle fermare il tempo siano così diversi l’uno dall’altro. In entrambe le storie si tratta, in definitiva, del modo di affrontare il passato e la perdita della propria storia. In Storia della bambina che volle fermare il tempo c’è evidentemente un’infanzia problematica, quella che la protagonista ha alle spalle, mentre in Di passaggio abbiamo un luogo quasi ideale, che appartiene a ciascuno dei personaggi del libro, ma solo per un breve periodo – personaggi ai quali la storia non consente purtroppo un secondo tentativo. La “bambina” invece si inventa un’infanzia, forse quella che le sarebbe piaciuto vivere.


Qual è stata la prima idea, il nucleo centrale, che ha dato vita alla storia?
Una vicenda analoga è accaduta realmente – mia nonna ha conosciuto questa “bambina”. Quando si scoprì la verità, io avevo più o meno quattordici anni. Da allora quella storia ha continuato a ronzarmi per la testa. Alcuni anni dopo, quando cadde il muro – io avevo appena finito l’Università – pensai di farne un libro. A quell’epoca in cui tutti esaltavano la libertà e le nuove possibilità, mi interessava provare a ribaltare di nuovo nel loro contrario questi valori – rappresentare dunque i vantaggi di un sistema chiuso rispetto a un sistema aperto.


Nel romanzo la ragazza non ha un nome. È stato difficile dare una forma a questo personaggio senza darle un nome?
Per me sarebbe stato più difficile dare un nome alla bambina. I nomi dei personaggi letterari sono spesso espressione del gusto dell’epoca, in cui è stato scritto un libro, e non tanto del personaggio in questione. E se invece vogliono rivelare qualcosa del personaggio, mi sembrano solitamente troppo programmatici. Senza contare che, in questo libro, il celarsi della protagonista nell’anonimato è parte essenziale della storia.


Nel romanzo la ragazza sopporta volentieri ogni tipo di dispetto o abuso da parte dei compagni perché questo le permette di mantenere l’ultimo posto nella scala sociale dell’orfanotrofio, il più semplice da mantenere. Mentre scrivevi il libro hai riflettuto sulla necessità da parte dei bambini e degli adolescenti di stabile delle gerarchie, anche e spesso in modo feroce? Cosa ne pensi di questo?
In fondo tutti i gruppi sociali sono sistemi auto-organizzati. E il sistema è gerarchia – i cosiddetti “rapporti chiari”, l’assegnazione di ruoli”. In questo modo le azioni diventano possibili, e nel gruppo viene a crearsi un senso di sicurezza, anche se le conseguenze possono essere ingiuste e terribili per il singolo. Mentre gli adulti creano spesso le loro gerarchie sulla base della competenza intellettuale oppure, in negativo, attraverso il mobbing o il terrorismo psicologico, gli adolescenti purtroppo vi includono anche lo scontro fisico, le punizioni e le torture fisiche. Ma come va a finire la “battaglia” non si sa. D’altronde la Bibbia dice: Gli ultimi saranno i primi. Dunque abbiamo ancora speranza.


C’è stato mentre scrivevi un momento nel quale la storia poteva prendere una strada diversa da quella che poi hai scelto?
Forse, e ciò sarebbe stato ancora più inquietante, avrei potuto far sì che l’esperimento riuscisse, ossia che la bambina restasse per sempre all’istituto, senza essere smascherata. Per un attimo ci ho pensato. Ma poi la bambina si è ammalata e la storia ha preso questa piega, da sé per così dire.


L’orfanotrofio è quasi un secondo protagonista. Ogni luogo ha una forma precisa e la vita dei ragazzi è descritta con estremo realismo. Hai dovuto fare delle ricerche per arrivare a questo? Ti sei ispirata a qualche luogo in particolare?
All’età di dieci anni mio padre fu messo dai suoi genitori per quattro anni in un istituto. Anche la donna, con cui lui si è poi risposato in seconde nozze, è stata in quell’istituto, e precisamente dalla nascita alla maggiore età. Quando ero bambina, una volta mio padre mi portò con sé a visitare quell’istituto, e io ne fui molto impressionata. Più tardi, mentre scrivevo il libro, ne ho parlato a lungo con lui e con sua moglie.


La verità sulla ragazza emerge solo quando esce dall’orfanotrofio, ed è emerge in un modo molto fisico. Che rapporto c’è, secondo te, tra il corpo e l’identità?
L’alterazione del tempo che la bambina vuole ottenere, da un certo momento in poi trova un ostacolo nel suo corpo. Io stessa, quanto più invecchio, tanto più resto sorpresa di ciò che il corpo racconta, senza essere interrogato. Il corpo è me, ma io lo conosco così poco.


Virginia Woolf dice che per scrivere una donna ha bisogno “di denaro e di una stanza tutta per sé”. Secondo te cosa serve per scrivere? In quale stanza scrivi? Cosa c’è ora sulla tua scrivania?
La frase di Virginia Woolf è bella e vera, posso senz’altro farla mia. Magari la completerei dicendo che per scrivere ci vuole molta vita.
Nel nostro alloggio la stanza in cui lavoro dà su uno spazio verde con alberi imponenti. Sulla mia scrivania c’è sempre molto più di quanto ci dovrebbe essere, intorno al computer ci sono pile di fogli, alcuni libri, foto, parecchie matite e foglietti, una statuetta di bronzo, una bilancia per pesare le lettere e una cassettina di legno. 


Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
Ho appena scritto un libretto per un’opera su Lot e la distruzione di Sodoma, che verrà musicata dal compositore italiano Giorgio Battistelli. Dovrebbe andare in scena nel gennaio 2015 ad Hannover, sono molto tesa già adesso. Per il resto, al momento sto preparando le lezioni di poetica che terrò all’Università di Bamberg, e dall’autunno spero di poter cominciare un nuovo romanzo.

I libri di Jenny Erpenbeck

 

 

 
 
 
 
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