Intervista a Jill Santopolo

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Sorseggiare una bibita con Jill Santopolo in un caldo pomeriggio romano, a pochi passi dall’elefantino di Bernini in Piazza della Minerva, è senza ombra di dubbio esperienza assai piacevole. La scrittrice di Hewlett è una donna solare, sorridente, estremamente gentile e disponibile. Si sottopone ad una raffica di interviste con il sorriso sulle labbra, ansiosa di presentarsi ai lettori italiani.




Attraverso le “sliding doors” della vita il primo amore dura per sempre o è soltanto una questione di fortuna?
Credo che un po’ del primo amore rimanga con te per sempre anche se poi alla fine non sei rimasto con quella persona. Il tuo primo partner ha un effetto sul tuo mondo, sulla tua identità, sulla tua crescita. Cambia la tua prospettiva perché per un po’ il tuo cuore rimane aperto alla possibilità che qualcuno veda realmente chi sei e che ti ami per come sei, e lo stesso magari fai tu: credo che sia una esperienza molto profonda, quasi magica. E dunque anche se non è la persona con cui starai per sempre credo che l’imprinting del primo amore rimanga con te per tutta la vita. Quanto alla questione di fortuna,credo che molte cose della vita siano legate al caso. Per esempio ti trovi in una certa situazione o con una certa persona e sai che le decisioni che prenderai ti porteranno in una direzione o nell’altra, su strade diverse. Quindi sì, il primo amore è anche una questione di fortuna.

Hai sempre scritto per bambini e anzi, di più: tieni corsi di scrittura per bambini da anni. Che differenza c’è ad affrontare un romanzo per adulti?
La differenza principale è il punto di vista dei personaggi. Voglio dire, se so che il mio protagonista ha 8 anni penso: OK, che tipo di linguaggio userà? Che tipo di immagini gli frullano in testa? Che tipo di punti di riferimento ha? Che esperienza può aver avuto della vita? E così si forma una specie di vademecum per quel personaggio, per come farlo andare avanti nella storia e così succede se il mio protagonista è un adulto e soprattutto se i miei lettori sono adulti. È esattamente lo stesso procedimento creativo, solo che guardo alla storia attraverso lenti diverse.

Darren e Gabe ‒ gli amori di Lucy, la protagonista di Il giorno che aspettiamo ‒ sono due tipi di uomo molto diversi, quasi opposti. È proprio vero che gli uomini sono o stabili o eccitanti, o seri o mascalzoni, o selvaggi o noiosi?
Ovvio che tante persone “contengono moltitudini”, sono un insieme di diverse caratteristiche. In questa storia Lucy desidera tante cose diverse assieme, spesso in conflitto fra loro: vuole l’avventura, ma cerca la stabilità. Mi servivano quindi due personaggi maschili che incarnassero i diversi desideri di lei. Poi so benissimo che nessuno è perfetto. E che noi donne a volte non sappiamo bene cosa vogliamo.

È di pochi giorni fa la notizia delle bombe al concerto di Manchester. E nel tuo libro l’11 settembre 2001 ha un ruolo breve ma essenziale. In che modo tragedie come queste possono influenzare le nostre vite e i nostri amori?
Innanzitutto sono rimasta sconvolta e agghiacciata quando ho saputo dell’attentato a Manchester, e mi terrorizza il fatto che ancora ci siano persone che commettono simili atti di violenza. Quanto all’11 settembre, ci ho sempre pensato molto: ero all’Università a New York quel giorno, non mi sono innamorata e quindi la mia testimonianza non è poi così diversa da quella dei tanti newyorchesi. Ma la cosa che veramente mi ha colpito di quell’esperienza è la sensazione di vulnerabilità che scese su tutti noi quel giorno, come una cappa. La nostra vita, la nostra città, il nostro Paese era stato attaccato, non eravamo più al sicuro, forse non lo eravamo mai stati. E questa vulnerabilità aveva anche un risvolto positivo: permise alle persone di vivere in quel giorno una profonda empatia, il bisogno di stare vicini, di superare così l’assenza di difese.

Che New York è la tua New York, la New York di Il giorno che aspettiamo?
Non so se c’è una mia New York e una del romanzo: sono le stessa cosa probabilmente. Ho dedicato questo romanzo a New York City e una delle cose che ho cercato di fare è di trasmettere il mio amore per la mia città attraverso le pagine del libro. È una città liquida, in perenne cambiamento per molte ragioni: lo sviluppo urbanistico, gli immigrati che aggiungono i loro colori al quadro generale… New York non rimane mai la stessa.

Ti percepisci come una scrittrice di Romance o è una definizione che non senti tua?
Il giorno che aspettiamo e anche il romanzo che sto scrivendo in questo momento hanno un ingrediente romantico, questo è vero. Se però penso a me stessa mi vedo innanzitutto come una scrittrice, punto. I miei libri possono parlare d’amore ma anche dell’amore di un genitore, dell’amore per i bambini, dell’amore tra fratelli. Voglio dire che in fondo la cosa che mi piace raccontare sono i tanti modi in cui le persone possono amarsi. E questo non è necessariamente argomento da Romance.

Il tuo cognome tradisce origini italiane…
Sì, la famiglia di mio nonno è originaria di un piccolo paesino vicino Campobasso, sono arrivati negli Stati Uniti ai primi del Novecento o giù di lì. Mio padre soprattutto è sempre stato orgoglioso della sua italianità, la ricetta per il pesto e il sugo alla marinara è una nostra istituzione familiare!

Un messaggio ai lettori italiani: perché dovrebbero comprare e leggere Il giorno che aspettiamo?
Per scriverlo sono partita da un’esperienza personale, da una storia d’amore che è finita circa cinque anni fa. Ma nonostante fosse un qualcosa di personale dopo l’uscita del romanzo in circa 30 Paesi vengo sommersa da mail che mi dicono “Capisco perfettamente come si sente Lucy, è successo anche a me”, “Mi ricorda il mio primo amore”, “Grazie di aver scritto questa storia”, ed ecco che l’esperienza diventa universale, è molto emozionante. Così il messaggio che vorrei lanciare ai lettori italiani è che non importa dove viviamo, non importa che storie abbiamo avuto: l’amore è universale, l’amore e la perdita sono parte della vita umana e spero che la lettura del mio libro metta in connessione tutte le persone partendo da questa consapevolezza.

Che effetto fa parlare in tante interviste di un libro che hai scritto ormai cinque anni fa?
Per me ormai Il giorno che aspettiamo è un compagno di vita. Siamo amici da cinque anni e credo che lo saremo ancora per lungo, lungo tempo.

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