Intervista a Joël Dicker

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Il romanziere svizzero Joël Dicker ha trascorso qualche giorno in Italia in occasione del Salone Internazionale del libro di Torino. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare con lui quattro chiacchiere a Milano, in un incontro riservato ai blog letterari italiani più importanti. Dicker ci ha accolto con un gran bel sorriso, gentile e molto dolce, ha risposto alle nostre domande con attenzione e cura dei dettagli. Ecco cosa ci ha detto.




Ne La verità sul caso Harry Quebert fai una descrizione molto bella, attenta e profonda del mestiere dello scrittore, della figura del romanziere. Che significato dai alla scrittura? Perché hai deciso di scrivere? E com’è cambiato il tuo rapporto con la scrittura nel tempo, dopo tanto successo?
Tra il mio primo romanzo La verità sul caso Harry Quebert e il mio più recente, La scomparsa di Stephanie Mailer, sono trascorsi appena sei anni. È un periodo piuttosto breve e penso che sia ancora presto per capire cosa siano individualmente, credo piuttosto che, proprio per la vicinanza temporale che li lega, vadano considerati insieme. È tramite questi romanzi che mi chiedo cosa sia la scrittura. Mi sono fatto molte domande in proposito e una delle prime cose che mi vengono in mente è che sono più numerosi i libri che mi sono stati rifiutati di quelli che mi sono stati pubblicati. Quindi mi chiedo: “Sono più importante dal momento in cui i miei libri sono stati pubblicati e la gente mi riconosce per strada, o ero già un autore? Sono più importante io, che ho pubblicato, o è più importante un qualsiasi passante, che ha scritto ma non ha pubblicato nulla?” Se uno vuol diventare medico, pittore o calciatore si dedica a una formazione ben precisa. Lo stesso Zidane, ad esempio, per fare l’allenatore dopo essere stato un grande giocatore ha dovuto prendere una nuova strada, ricominciare tutto daccapo tramite una formazione diversa. Per diventare uno scrittore non c’è niente del genere. Niente che ti prepari in maniera tanto netta da poterti fare dire “Ecco: sono un autore”. All’inizio della mia carriera mi interrogavo profondamente e nonostante i miei libri siano stati dei grandi successi la mia è una riflessione che continua ancora oggi, sia internamente sia nei miei romanzi. Quest’ultimo, ad esempio, è sicuramente un libro in cui continuano ad esserci interrogativi sul posto che la letteratura e i libri hanno nella vita di tutti e in particolare, chiaramente, nella mia.

Quando scrivi, hai una trama prestabilita o procedi passo dopo passo?
No, non ho nessuna trama precostituita. È il mio modo di lavorare, anche se le cose in futuro potrebbero cambiare. Non voglio un piano prefissato perché temo che uno schema mi limiterebbe. E in effetti non avere una scaletta da seguire non è una mia prodezza, ma semplicemente un aiuto perché mi consente di avere più libertà di movimento. Uno schema mi inserirebbe in un quadro che, andando in una sola direzione, impoverirebbe il mio lavoro, che a quel punto diventerebbe arido. In un certo senso il fatto di non avere una trama precostituita è una forma di libertà per me.

Non scrivendo con una struttura prefissata, come fai a tenere le fila di una vicenda così complicata senza ingarbugliarti?
Questo è un altro motivo per cui non voglio usare uno schema: mi ci perderei io stesso. Mi metto nei panni del lettore e scopro il libro man mano che vado avanti. Immagino delle possibilità. Immagino una potenziale svolta nella trama. Così poi, rileggendo quanto ho scritto, se io stesso, come lettore, mi ci ritrovo allora penso che lo farà anche il lettore. Se invece ho bisogno di appigli e note e foglietti e appunti per capire a che punto sono, immagino che il lettore, non avendo questi appigli e note e foglietti sotto mano, si perderebbe. Non avere uno schema mi da la sicurezza che il lettore mi potrà seguire. È un po’ quello che succede nella vita. Si incontrano centinaia e centinaia di persone, ma per nessuna di loro, per capirla veramente, abbiamo bisogno di una scheda anagrafica.

In un’intervista hai detto che scrivendo La verità sul caso Harry Quebert volevi dare lo stesso effetto che si ha guardando la serie televisiva Homeland. Televisione e cinema hanno influito molto sul tuo lavoro? E in che modo?
Da quattro anni le serie tv hanno un posto importante nel nostro tempo libero, ma non hanno niente di così innovativo, non hanno inventato nulla. Quando si pubblicavano romanzi a puntate sui giornali era la stessa cosa e, oggi come allora, non c’era una suspence artificiale, qualcosa di magico, ma solo la voglia di raccontare. È quella che è importante. È la voglia di raccontare che aggancia il lettore. E i romanzi sono importanti per questo, per la condivisione: il romanziere comincia la storia, il lettore la completa. Io sono solo chi la comincia. Il lettore fa una grossa parte attraverso la lettura. Ed ecco perché secondo me questa suspence di cui parliamo sta nella condivisone.

Che rapporto hai con i social network?
Un buon rapporto. Ma non perché mi vada di condividere tutte le mie esperienze. Ci sono alcuni che lo fanno e a volte viene fuori un lavoro narcisistico, io preferisco usare i social per avere un dialogo con i miei lettori, un posto dove potersi scambiare le idee. Non parlo della mia vita privata, discuto di attualità e di libri e di letteratura.

Quando scrivi, sai già come andrà a finire la storia?
No, è solo intorno ai tre quarti del libro che comincio a capire dove stia andando la mia storia. Solo allora capisco, proprio come potrebbe fare un lettore, chi è il colpevole e qual è la fine del mio stesso romanzo. Insomma, ogni mattina mi siedo davanti al computer e mi domando: cosa succederà oggi? Ecco, è questo che mi piace quando scrivo: mettermi sullo stesso piano del lettore, scoprire la mia stessa storia.

I LIBRI DI JOËL DICKER



 

 

 
 
 
 
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