Intervista a Jo Nesbø

Jo Nesbø
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I giallisti nordici? Praticamente una casta... sono là,in alto, per loro il giallo non è neppure narrativa di genere, per loro è solo letteratura: scandìnava o scandinàva? A proposito, come si dirà? Confido nell'interprete. Ho un appuntamento con Jo Nesbø, pochi minuti poi deve scappare... Mi siedo al tavolino, lo saluto con l'imbarazzo della distanza della lingua. Sembra un musicista... infatti scopro che con la musica ha avuto a che fare... è squisitamente gentile... parla lentamente in modo che possa capire. E infatti capisco... almeno credo.



Che rapporto hanno per te musica e letteratura?

Sono un musicista rock, in passato ho scritto molti testi di canzoni e trovo che anche quando si scrive prosa gran parte della magia sia affidata proprio al coinvolgimento del lettore/ascoltatore e che l’autore sia un musicista che accompagna, che da' un’indicazione, suggerisce una strada e che incida sul risultato finale unicamente per un 10%. Sono convinto che il 90% dipenda dalla capacità immaginativa del pubblico. Quando scrivo prosa mi piace sentirne il respiro, infatti molto spesso leggo a voce alta le pagine appena affidate alla carta proprio per sentirne il ritmo, la musicalità. Molti critici del mio paese sono concordi nel dire che ho una prosa molto musicale, guarda caso, lo hanno detto anche critici italiani. Non so se tutti siano però influenzati dal fatto che sono un musicista o se sia veramente così, chissà.

 

Ascolti musica mentre scrivi?

Molto spesso mi piace mettere in sottofondo musica jazz. Amo John Coltrane, Chet Baker, Miles Davis, ma non solo jazz: anche Brian Adams, Tom Waits.

 

Cosa ha convinto i lettori ad accogliere il giallo scandinavo con così grande favore?

Credo che non ci siano veri e propri ingredienti precisi che hanno decretato il largo successo del giallo scandinavo, non penso che ci siano ragioni particolari. A differenza di altri paesi, nei paesi scandinavi il giallo non è considerato letteratura di genere, ma semplicemente letteratura. Già dagli anni 70 i primi gialli avevano un loro settore ben preciso all’interno delle librerie e autori come Maj Sjöwall e Per Wahlöö erano in testa alle classifiche con libri splendidi, gialli politici di grande qualità. Il successo del giallo nordico credo vada ricercato nella qualità della scrittura e delle storie, i maestri sicuramente hanno aperto la strada agli altri che si sono infilati in quella corrente, hanno certamente mostrato un ambito di interesse e fatto scoprire anche cose diverse. Non tutti i giallisti scandinavi infatti si somigliano, hanno tutti caratteristiche diverse e sono forse avvicinati unicamente dalla qualità alta della loro scrittura. Se ci pensiamo bene una cosa analoga è successa anche per la letteratura sudamericana, Gabriel García Márquez ha solo aperto una finestra su un mondo variegato fatto di tanti scrittori diversi accumulati da tratti comuni ma tutto sommato profondamente diversi tra loro.

 

Giallisti si nasce o si diventa?

Quando ero piccolo con amici e parenti avevamo l’abitudine di trascorrere un po’ di tempo in un cottage in campagna; a una certa ora della giornata noi ragazzi ci chiudevamo in una stanza, qualcuno spegneva la luce e chiedevano sempre a me di raccontare una storia di fantasmi. Molti anni dopo le stesse persone mi hanno confessato che non erano tanto le storie che loro amavano dei miei racconti - benché, ehm, avessi già un precoce talento di narratore (sorride, ndr)- ma il fatto che percepivano la paura dalla mia stessa voce.

 

C’è un periodo dell’anno o un luogo in cui preferisci scrivere?

D’abitudine scrivo i primi mesi dell’anno, gennaio e febbraio, mi prendo una pausa da tutto e viaggio. Scrivo sempre in un Paese diverso dal mio, amo scrivere mentre viaggio. Quando lo faccio solitamente seguo una dieta sana, faccio sport e scrivo. Spesso accade nelle lobby degli alberghi, nelle sale d’aspetto delle stazioni, all’aeroporto. E lo faccio in qualsiasi momento della giornata. Mi piace farlo nei luoghi pubblici e l’andirivieni delle persone non mi distrae, posso interrompermi e ricominciare a scrivere senza troppi problemi. Ma se per un motivo o per un altro non riesco a viaggiare e devo rimanere a casa, comunque per scrivere scelgo sempre un posto diverso dalla mia abitazione, vado nei bar, nei luoghi pubblici. La stella del diavolo per esempio l’ho scritto interamente nella hall di un hotel a Buenos Aires, sono stato quasi due mesi lì tanto che oramai le persone che frequentavano l’hotel pensavano che lavorassi lì e spesso mi chiedevano di aprire loro la porta.

 

 

 

 
 
 
 
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