Intervista a Joanne Harris

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Joanne è come te la immagini. Avvolgente, sorridente, morbida, gentile, ciarliera, con quell'accento così fascinoso. E' la regina di una certa letteratura e di una certa sensibilità tutta femminile, dicono. Sarà, ma anche da uomo è stato un vero piacere fare due chiacchiere con lei sul soffice divano di un bookcafè esoterico del centro di Roma. Tra aromi di tè e di cioccolata e polvere di libri.

 

Come si colloca il tuo romanzo fantasy Le parole segrete nel tuo percorso letterario? Si tratta di una svolta brusca o di una logica evoluzione?

Non sono sicura di essere abituata a pensare in questi termini, normalmente tendo a scrivere storie che appartengono ai momenti della vita che via via sto attraversando. Nel caso de Le parole segrete era un periodo in cui pensavo molto alla maternità, a come crescono i figli, e quindi ho scritto una storia soprattutto per intrattenere mia figlia. All'inizio infatti il romanzo non doveva essere nemmeno pubblicato, poi il progetto è cresciuto ed è diventato un mio libro vero e proprio.

 

La protagonista del romanzo, la teenager Maddy, è un tipico personaggio joanneharrisiano, non trovi?

Sì, Maddy ha molto in comune con tanti altri miei personaggi: tendono a essere ribelli, ad avere problemi con l'autorità, a entrare in contrasto con qualche sistema sociale o religioso autoritario di stampo patriarcale. Ma al tempo stesso ha i problemi di sempre delle tredicenni: si sente sola, diversa, quasi un'aliena... solo che non sono paranoie adolescenziali, stavolta è vero. Ne Le parole segrete racconto un conflitto tra due mondi, simile alla transizione che viviamo ora. Ci sono i tempi antichi, tempi di dei, magia ed esseri naturali, e una modernità – nata dopo un cataclisma misterioso – nella quale vige un ordine religioso e un sedicente progresso: e Maddy vive proprio nel mezzo.

 

Ne Le parole segrete lanci anche un'accusa a chi invoca ordine a tutti i costi nella società, anche a costo di reprimere la libertà...

L'ordine in linea di principio può sembrare una buona cosa, finché non ci si rende conto che di solito viene costruito a danno di cose importanti. In questo caso dei sogni, delle idee, delle storie, tutte cose delle quali abbiamo bisogno, se no saremmo cloni. I sogni possono scardinare certezze, spaventare, ma è dai sogni che viene il cambiamento. Se vengono repressi tutto ciò che è diverso viene ritenuto perverso, e si vuole un mondo in cui tutti sono uguali. Siamo dalle parti di George Orwell e del suo 1984, del nazismo, dell'oscurantismo religioso, dell'Inquisizione.

 

Il potere delle parole, il potere dei sogni. Tu ci credi?

Non sarei qua se non ci credessi. Tutta la mia carriera è basata sul potere dei sogni. E comunque c'è sempre stato bisogno di storie. Il fatto che viviamo in una società evoluta tecnologicamente non ci rende diversi dai nostri antenati che sedevano attorno ai fuochi in campagna a raccontarsi storie di fantasmi. Le fiabe sono nate per esorcizzare vite violente, dolorose e brevi: oggi viviamo di più e meglio, ma abbiamo ancora bisogno di storie per affrontare la paura, per oltrepassarla. I tabù sono tanti, forse più che in passato, e quindi c'è tanto interesse per segreti, congiure, formule per avere successo: cerchiamo risposte per cambiare la vita.

 

A proposito di parole, nel tuo romanzo le rune hanno un ruolo molto importante. Perché questa scelta e perché la scelta dei miti norreni in generale come sfondo per la tua storia? E pensi di dedicarti ancora al fantasy in futuro?

Le rune sono in giro da qualcosa come 30.000 anni in Europa. Non erano soltanto un alfabeto pre-romano, ma anche simboli magici che venivano interpretati personalmente. Nelle lingue più antiche i significati delle parole infatti mutano a seconda dell'utilizzo. Provengo da un mondo, l'Inghilterra, dove l'influenza culturale nordica ha molto a che fare con le rune. La gente se le tatua persino, ne fa gioielli, pietre, rituali. Il lato affascinante dei miti norreni è che molti sono incompleti, alcune storie sono andate perdute, altre leggende sono apocrifi di epoca più tarda, quindi c'è stato spazio per 'lavorarci su' partendo da personaggi mitici ben noti e poi improvvisando. Per me è un territorio molto familiare, si tratta delle prime storie con le quali ho avuto a che fare, quelle che ho letto durante l'infanzia e quelle delle quali volevo occuparmi quando ho iniziato a scrivere, più di 25 anni fa. Più che un distacco dai miei temi classici si tratta quindi di un ritorno alle origini: quando ho iniziato a scrivere volevo fare romanzi fantasy, ma gli editori allora mi dicevano che non c'era mercato per quella roba, che si trattava di favole. Ho dato loro retta, certo, ma sono testarda e ora ho deciso di tornare a ciò che amavo. Quindi proseguirò sicuramente la saga iniziata con Le parole segrete, anche perché mia figlia è già molto seccata di non aver ancora avuto da leggere un sequel!

 

Cosa significa per te il cibo e perché ne scrivi così spesso?

Si capisce molto delle persone guardando come mangiano: il cibo per molti è un piacere, ma per altri no, e quindi c'è un ampio raggio di reazioni e comportamenti. Si mangia per socialità, per conforto, per indulgenza, per colpa, per necessità, per litigare con i familiari a Natale: in generale mi piacciono molto le persone entusiaste del cibo. Ho utilizzato spesso nei miei romanzi la metafora del cibo per esprimere altro, magari la tensione tra persone ma anche il senso di un piacere semplice, fatto della stessa matrice dell'anima.

 

I tuoi fans sono tra i più attivi su Internet. E' una cosa che ti fa piacere? E che rapporti hai con il Web?

Ho in effetti una community di fans molto attiva e appassionata, e questo non è solo piacevole e confortante, ma anche molto utile per chi fa il mestiere dello scrittore, che in fondo è un'attività molto solitaria. Internet è una risorsa meravigliosa per entrare in contatto con le persone, e grazie al Web spesso riesco a spiegare molte cose ai miei lettori, cose che nei libri non si possono spiegare compiutamente. In questo modo il contatto, lo scambio vanno avanti, non si fermano.

 

Molti si dicono delusi dalla versione cinematografica di Chocolat, molti altri invece si sono avvicinati alla tua opera grazie al film. Che sensazioni hai su questo argomento libri-film che da sempre scatena reazioni contrastanti?

Quando confrontiamo libri e film dobbiamo secondo me sempre tenere presente che sono creature molto, molto diverse, che vanno prese per quello che sono. E' la cosa più saggia da fare. So che molti fans giudicano male la versione cinematografica di “Chocolat”, ma occorre capire che non si può mettere in un film tutto ciò che c'è in un libro. Punto. Per quanto mi riguarda è stato un vero piacere conoscere il cast e frequentare il set del film di Lasse Hallstrom. Molti scrittori hanno paura delle riduzioni cinematografiche o peggio ci sputano sopra, eppure quando vedo il mio libro sugli scaffali non mi pare che sia cambiato, che gli sia successo qualcosa, che sia stato intaccato o profanato. E' sempre là. 

 

I libri di Joanne Harris:

Chocolat

Le scarpe rosse

Le parole segrete

 

 

 

 
 
 
 
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