Intervista a Joe R. Lansdale

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Il prolifico autore americano - ha all’attivo un numero in doppia cifra di romanzi e oltre 200 racconti - in Italia vende moltissimo, al punto che il nostro paese è il suo secondo mercato dopo gli Stati Uniti. Lansdale viene dal Texas, che è lo scenario paradigmatico delle sue narrazioni: una regione pervasa di umori terragni, piena di paludi, alligatori, e a prova di tornadi, densa di contrasti e rimozioni violente. Maestro di arti marziali, ti stringe la mano con forza e ti guarda negli occhi mentre ci parli. E sorride, sorride.




Cos’è per te la scrittura e qual è il tuo processo di scrittura?

Come per Stephen King, anche per me scrivere è una forma di terapia e, al contempo, un metodo di osservazione. Pur avendo sempre presente che ciò che scrivo deve essere innanzitutto intrattenimento, non riesco a prescindere dalle mie esperienze personali, che agiscono sempre da propulsore, sono le molle che mi portano a scrivere una storia in maniera convincente. In più, moltissime idee mi vengono anche dalla mia quotidianità. Per esempio, nelle ultime settimane, non lontano dal posto in cui vivo ci sono stati, se non ricordo male, almeno sette omicidi, tutti siglati da un’organizzazione chiamata Fratellanza Ariana. Riferirsi ad eventi realmente accaduti significa anche individuare le passioni che li hanno animati e provocati e, dunque, creare un tessuto di contorno a queste passioni, immaginare storie in cui non mancano di rispecchiarsi anche i miei sentimenti e le mie sensazioni rispetto a queste realtà.

 

La tua prosa è caratterizzata dal mescolarsi di linguaggio corrente e scritto, con un effetto che qualcuno ha definito di “purezza noncurante”. Puoi soffermarti su questa caratteristica della tua scrittura?

Una parte fondamentale del mio processo d’ispirazione è rappresentata dallo sforzo di intuire i processi mentali di chi mi sta accanto e, da qui, arrivare a capire come pensa. In ciò il linguaggio è una spia fenomenale, ascoltare il linguaggio impiegato da altri fa comprendere molte cose di una persona e di una cultura. Il linguaggio di cui si fa uso in Texas, per esempio, è denso di iperboli: una cosa non può essere soltanto “grande”, si dice “più grande di Dallas, più grande di qualcos’altro”. Ecco, io cerco di riportare tutto questo in ciò che scrivo.

 

I tuoi libri sono contenitori di diversi generi letterari, tradizionalmente ritenuti 'bassi': horror, fantascienza, fumetto, ammantati di tragedia greca, per dirla con Tullio Avoledo. Come si pone Joe Lansdale verso l’annosa questione della differenza tra generi alti e bassi?

Mah, io non ho mai fatto simili distinzioni. Ho sempre scritto quello che mi piaceva scrivere e, di conseguenza, ho sempre letto quello che volevo leggere, passando per Edgar Rice Burroughs, Jack London, Raymond Chandler, William Faulkner, Ernest Hemingway, John Steinbeck ma anche Fredric Brown, Ray Bradbury e, tra i viventi più giovani Andrew Vachss e George Pelecanos. Il mio scrittore preferito però è Philip Josè Farmer, sono senza dubbio un suo grande fan: ha la capacità 'magica' di essere lo scrittore migliore e peggiore del mondo nella stessa frase. E in generale per la fantascienza continuo ad avere un grande amore. Mio padre era analfabeta, mia madre non aveva una grandissima istruzione, perciò i miei mi hanno incoraggiato a leggere qualsiasi cosa, non c’era la possibilità di operare una distinzione tra alto e basso. Sono contento che sia andata così. Sopra a tutti sono stato influenzato dai fumetti: è sulle strisce che ho imparato a leggere, è sulle strisce che ho capito cosa significhi mescolare i generi (tante volte ho letto storie in cui si intrecciavano fantascienza, horror e fantasy). Da giovane ero convinto che sarei diventato uno sceneggiatore di fumetti, perché non sapevo disegnare.

 

E poi c'è la questione del tuo amore per il cinema. Per un certo cinema soprattutto...

Sì, altro grande ascendente su di me lo hanno avuto i B-movies - quelli di Roger Corman, per esempio: quand’ero ragazzo, li passavano in Tv a tarda notte e per vederli occorreva restare alzati; questo significava non farsene accorgere dai genitori e combattere il sonno tenendo le palpebre sollevate con le dita. Tutto ciò contribuiva a creare una certa atmosfera. E poi solo nei film horror, di fantascienza e fantasy potevo trovare soddisfazione per il mio bisogno di bizzarro, inusuale, weird. Anche se ormai è sempre più dura trovare del buon trash al cinema, sono tutti tributi o remake. Anche i drive-in sono stati molto importanti. Adesso stanno cominciando a scomparire, però da ragazzo erano ovunque e rappresentavano una delle forme di intrattenimento sociale più diffusa e popolare. In questi enormi cinema all’aperto, dove si andava in auto e in auto si vedeva il film, proiettavano le peggiori pellicole, talvolta fatte apposta per i drive-in, e non mostrate altrove. È stato lì che ho visto “La notte dei morti viventi” e “Non aprite quella porta”. Naturalmente i drive-in erano anche luoghi di passione, dove gli adolescenti andavano per amoreggiare, dove non era raro scoppiassero risse, e dove spesso si cercava di intrufolare più persone del previsto in macchina, nascondendole nel bagagliaio (allora le auto erano munite di sedili posteriori reclinabili, bastava ribaltarli per venir fuori). Tutto ciò per dire che altri media - in particolare il cinema e la televisione - hanno rivestito per me la stessa importanza della letteratura. Sono convinto, però, che la maggiore ispirazione per uno scrittore resti comunque la vita reale, e che, se si scrive ossessionati soltanto dai modelli letterari d’elezione, i propri testi difetteranno di autenticità, “puzzando” sempre di libresco.

 

Il cinema invece che rapporto ha con l’opera di Joe R. Lansdale?

I miei libri vengono spesso saccheggiati dal cinema, tanto che molto spesso quando ho finito di vedere un film mi capita di domandarmi perché il mio nome non sia nei titoli di coda. A volte mi capita di sentire interi dialoghi presi di peso da miei romanzi, ma che ci vuoi fare. Anzi, a dire il vero, una volta una querela l’ho sporta, e perdipiù a un grande regista che non voglio nominare. Ma i tizi della produzione cinematografica – pur sapendo benissimo che avevo ragione io – hanno fatto valere la loro forza economica immensamente superiore alla mia, e ho dovuto battere in ritirata se non volevo finire sul lastrico.

 

È vero che fai il tifo per i cattivi dei tuoi libri quando scrivi?

È solo che i buoni e i cattivi sono sempre molto simili tra loro, se si va a scavare bene. Forse proprio per questo sono diffidente verso qualsiasi morale e non amo la religione. Tanto che quando ne parlo lo faccio sempre in accezione negativa, facci caso.

 

L’etichetta di splatterpunk affibbiata ai tuoi primi romanzi è ancora valida? E come ti ci ritrovi?

Quando alcuni anni fa affibbiarono a me e ad alcuni altri scrittori l’etichetta di splatterpunk io mi sono sentito minacciato. Vedevo alcuni colleghi euforici della visibilità ottenuta, dei titoli sulle riviste, ma dentro di me pensavo: “No, non fatelo, rischiamo di morire, così”. Voglio essere etichettato come lansdaliano, non splatterpunk né cowpunk come ha proposto qualcuno o qualcosa di ancora più assurdo!

I LIBRI DI JOE R. LANSDALE


 

 

 

 
 
 
 
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