Intervista a Johana Gustawsson

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Nata a Marsiglia ma di origini spagnole, ha un marito svedese e vive a Londra. Parla inglese, francese, svedese, spagnolo e catalano: una vera miscela di cultura europea. Johana Gustawsson, amatissima in patria, è da poco arrivata anche nelle librerie italiane grazie alla casa editrice La Corte. L’abbiamo incontrata al Trentesimo Salone internazionale del libro di Torino: bella, sorridente e molto incinta.




Da che cosa nasce il tuo amore per il genere fiction crime?
Ho iniziato a leggere con i gialli di Agatha Christie, mia mamma è stata una insegnante e il primo libro che mi ha regalato è stato La Mystérieuse Affaire de Styles...avevo sette anni. E subito mi sono innamorata del personaggio di Poirot. Il sabato mattina mentre andavo a scuola mi fermavo in un piccolo negozio lungo la strada in cui vendevano libri d’occasione a prezzi molto bassi: compravo sempre i romanzi della Christie, li amavo. Perciò quando ho deciso di iniziare a scrivere già sapevo che avrei scelto il genere crime.

Come sono nati i personaggi femminili protagonisti del tuo thrillerBlock 46, Emily Roy e Alexis Castel?
In Francia il “profiler” è una figura che interessa e appassiona tante persone perché si occupa dell’analisi psicologica criminale, con Emily Roy volevo proprio creare un personaggio del genere, che provasse a comprendere qual è l’origine del male. Lessi un libro scritto dalla criminologa sudafricana Micki Pistorius che mi coinvolse moltissimo, mi sono ispirata proprio a lei per il personaggio di Emily: una donna forte, piena di segreti, un po’ asociale, esperta in scienza comportamentale. Per bilanciare il suo personaggio ho voluto creare quello di Alexis, altrettanto forte ma più dolce, più glamour, più ironica… seppure anche la sua vita sia stata segnata da una tragedia irreversibile.

Tuo marito è svedese: pensi di essere stata influenzata dal genere noir nordico e da autori come Stieg Larsson?
Sì… Già prima di conoscere mio marito amavo molto il thriller scandinavo, le ambientazioni, soprattutto il paesaggio innevato. È un noir molto realistico. Ho iniziato a leggere Henning Mankell e il suo personaggio Kurt Wallander quando avevo quindici anni… mi piace anche Jo Nesbø.

Che tipo di ricerche hai fatto per scrivere Block 46?
Molta ricerca. Innanzitutto sono partita dalla figura del profiler, ne ho conosciuti due, uno canadese e uno inglese, i quali mi hanno prestato libri e mi hanno aiutata a capire il loro lavoro. Una seconda parte di ricerca ha riguardato invece la seconda guerra mondiale. Mio nonno paterno fu deportato nel campo di concentramento di Buchenwald e sono partita dalla sua testimonianza. Poi ho letto le deposizioni dei verbali del processo di Norimberga, perché volevo capire qual era la vita quotidiana all’interno dei campi, che cosa facevano, gli orrori che hanno subito. Quella è stata la parte più difficile.

Siamo attratti e ripugnati allo stesso tempo dalla violenza e dal macabro, che cosa ne pensi?
Penso che nasca tutto da una semplice domanda: perché? Vorremmo comprendere qual è l’origine del male. Ci chiediamo come sia possibile che persone normali, un padre, una madre, il vicino di casa, possano compiere azioni tanto terribili. Mi sono fatta l’idea che tutto parta dall’infanzia, che quasi tutti i casi di personalità violente derivino da maltrattamenti subiti durante quel periodo della vita. Non si nasce, ma si diventa killer. Quello che affascina è comprendere come e perché ciò accade.

Dove scrivi e a che ora del giorno? Quanto tempo dedichi al tuo lavoro?
Ho un ufficio a Londra e scrivo tutto il giorno. Mio marito porta mio figlio a scuola verso le nove del mattina e fino alle cinque del pomeriggio scrivo. Mangio da sola e lavoro senza staccare.

Non hai mai paura di ciò che la tua mente immagina e crea?
No, mai! So che sembra bizzarro avere un’immaginazione noir…la gente mi guarda e dice: “tu scrivi questo?!”. Ma mi interessa molto la psicologia criminale, mi stimola cercare di capire il perché. È mio marito che ha paura!

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