Intervista a Jonas Hassen Khemiri

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Jonas Hassen Khemiri è un giovane scrittore nato in Svezia da padre tunisino e madre svedese. Il potere della lingua e le sue contraddizioni sono al centro delle sue commedie e dei suoi romanzi, che affrontano anche il tema dell’identità etnica, come nel caso del suo primo romanzo, vincitore di un importante premio in Svezia e ancora inedito in Italia. Conversare con Jonas è molto piacevole, grazie alla sua gentilezza e disponibilità. Abbiamo chiacchierato con lui nel corso di una allegra cena in montagna, mentre fuori infuriava una tempesta di neve.




La tua formazione è quella di economista. So che hai trascorso anche un lungo periodo a New York facendo uno stage alle Nazioni Unite. Come sei arrivato alla scrittura?
Ho accolto l’invito di lavorare a New York con molto entusiasmo, ma ero anche un po’ spaventato per la quantità di burocrazia che si incontra alle Nazioni Unite. Per sei mesi non ho quasi mai parlato con nessuno e mi sono limitato a prendere appunti su quello che gli altri dicevano. Ma questa esperienza mi ha spinto a scrivere il mio primo romanzo. Anch’io, come il protagonista del libro, mi sentivo un po’ frustrato per non riuscire a parlare bene la lingua. Ho finito di scriverlo quando ero ancora a New York, nella primavera del 2002. Il libro venne poi pubblicato nel 2003. Quindi, benché io odiassi studiare economia internazionale, mi sono detto: bè, in fondo è servito per qualcosa di buono. In ogni caso la mia ambizione è sempre stata quella di scrivere, da quando avevo dodici o tredici anni.

A parte l’esperienza alle Nazioni Unite, New York ti è stata di ispirazione per il tuo romanzo Una tigre molto speciale (Montecore)?
No, direi di no. Sia per il primo libro che per il secondo, in genere le ispirazioni più grandi vengono dalla lettura di romanzi contemporanei, che leggo in grande quantità. Ma credo che il primo romanzo sia stato proprio ispirato da questa idea di sentirsi imprigionato nella lingua senza sapere bene come uscirne.

A proposito di romanzi contemporanei, leggendo i tuoi a me è venuto in mente Jonathan Safran Foer…
Mi ricordo che quando stavo scrivendo il secondo libro, lessi Ogni cosa è illuminata e ho pensato: cazzo! Perché in effetti fra i due libri ci sono molte similitudini. Forse la principale differenza è che nel mio libro i personaggi immaginari riescono ad avere il sopravvento e la fiction vince sull’autore reale.

Parlando di questo, fiction a parte, nel tuo secondo romanzo tu racconti anche la storia della tua famiglia. Come hanno reagito i tuoi genitori?
Sì, sono molto commossi entrambi. Quello che volevo fortemente in questo libro era dare ai personaggi un aspetto multidimensionale. Questo libro parla essenzialmente di come la politica influenza la nostra vita e di come sia difficile trovare una soluzione semplice a certi problemi. I  miei genitori sono stati contenti nel constatare che io non ho banalizzato la nostra storia familiare.

La tua lingua madre è lo svedese, ma tu hai anche voluto studiare l’arabo. La lingua paterna ha in qualche modo influenzato la tua scrittura?
L’arabo, che parlo molto male, non credo influenzi la mia scrittura. Però è molto importante conoscere un’altra lingua, perché questo ti consente di osservare la tua lingua madre da un’altra prospettiva. Mio padre era un insegnante di arabo e fin da quando ero bambino faceva dei divertenti giochi linguistici con lo svedese e credo che questo sia possibile solo per chi guarda un’altra lingua dall’esterno. Una delle ragioni per cui sono diventato scrittore è proprio perché mi ha sempre affascinato questo aspetto della lingua.

Tu sei anche drammaturgo. Quando affronti la scrittura teatrale Ti poni in maniera differente rispetto alla scrittura di un romanzo?
Scrivere per il teatro è divertente e lo considero un po’ come un break che mi prendo dalla “vera” scrittura. Ciò che ha cambiato veramente la mia vita sono i libri, non il teatro. La scrittura teatrale la considero un po’ un modo per mettermi alla prova e testare le mie abilità.


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