Intervista a Jonathan Safran Foer

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Ama l'Italia e da lei è molto amato, viene spesso da noi anche insieme alla moglie Nicole Krauss, legge Italo Calvino e Primo Levi, è uno scrittore disponibile e gentile: così quando gli ho chiesto se aveva voglia di rispondere ad un paio di domande ha accettato di buon grado. Le domande son diventate un po' più di due… ma pazienza, no?

C’è scambio a livello creativo tra te e tua moglie, la scrittrice Nicole Krauss?
Inizio a rispondere con una barzelletta americana: c’è un ginecologo che venerdì sera torna a casa, trova la moglie discinta, vestita sexy e stesa sul letto con una bottiglia di champagne aperta e che gli fa cenno di sdraiarsi vicino a lei, e lui risponde schifato "Potrei morire, vomiterei a vedere un’altra di quelle cose a quest’ora!". Io scrivo sempre quando sono casa, fuori casa, insomma di continuo, e così mia moglie: la scrittura occupa singolarmente le nostre giornate interamente  e la sera quando torniamo a casa non parliamo mai dei nostri libri, almeno non prima che siano stati portati a termine. Ci siamo conosciuti dopo il nostro secondo libro, e credo che rispetto ad altre  coppie parliamo molto poco di letteratura tutto sommato.
 
Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
I miei maestri sono due italiani: Primo Levi e Italo Calvino, due poli della mia maturazione letteraria: il primo è un ebreo che esaminava profondamente la memoria, la storia che viveva, il secondo è molto più immaginativo più fantastico.
 
Com’è nato il tuo primo libro Ogni cosa è illuminata?
Un vero e proprio incidente inaspettato: non partivo dal presupposto di scrivere un libro di successo, la rima a volte è più intelligente del poeta stesso e le parole che capitano per caso sono le migliori. Lo stesso vale per la mia genesi di scrittore: non leggevo molto, non tenevo diari, sono uno scrittore per caso, uno che è entrato dalla porta secondaria, per me la scrittura è un mezzo non un fine.
 
Hai ricevuto nella tua carriera ancora 'giovane' forti critiche: come reagisci?
Non mi curo della critica, il mio obiettivo non è quello di farmi amare dagli altri, le critiche sono sempre positive perché vuol dire che c’è interesse. Quello che cerco di trovare è un equilibrio tra emozioni e struttura del libro. I romanzi non sono delle costruzioni organiche e il mio è un atto di equilibrismo, di acrobazia continua, una lotta quotidiana tra ragione ed emozione. A volte si vincono determinate guerre anche se si perdono tutte le battaglie, io cerco sempre di tirar fuori un libro onesto e genuino, combattendo contro le bugie della costruzione. C’è un detto che dice che il miglior compromesso è quello in cui le parti sono entrambe scontente. Un libro per me è il miglior compromesso possibile.
 
Ti identifichi in quello che scrivi?
Quando si ha un lavoro che non va bene possiamo dare la colpa al nostro il capo, ma se sei uno scrittore devi odiare te stesso perché la colpa è per forza tua, per questo scrivere è difficile. La pagina vuota significa che non hai niente da dire. Nei momenti più felici nella mia scrittura vedo riflesse molte cose di me, per esempio vedo me come americano, oppure me come uomo, o me come padre, o come ebreo... e proprio il fatto di avere questi specchi diversi  forniti dallo scrivere che rende la scrittura gratificante.
 
Cosa c’è di ebreo nella tua scrittura?
Gli ebrei prendono seriamente i libri, in questo sono ebreo. Posso dire che io mi sento ebreo quando scrivo, molto più che nella mia vita quotidiana: non vado alla sinagoga, non credo in Dio e non prego, tuttavia per esempio ho un senso dell’umorismo fatto di comicità e tragedia, una caratteristica che viene attribuita agli ebrei.
 
Come molti altri scrittori americani, hai appoggiato il senatore Barack Obama nella sua corsa alla presidenza. Cosa ha di diverso Obama?
Per otto anni gli americani quando erano all’estero avevano il bisogno di spiegare perché erano americani… avevano la necessità di sottolineare il fatto che se avesse vinto Al Gore le cose sarebbero state diverse, etc. Io ho sostenuto Obama  perchè trovo stimolante l'idea di un futuro nel quale non bisognerà dare spiegazioni di supporto e poter dire "Sono americano e questa amministrazione mi rispecchia". Ci vorrà tempo, molti valori americani sono compromessi, come la libertà civile, la libertà di espressione, il rifiuto della tortura, dell’occupazione come strategia di politca estera. Il mondo sembra aver dimenticato cosa era il mondo otto anni fa.
 
I tuoi studi filosofici hanno influenzato quello che scrivi?
La Filosofia è una materia precisa, ma io da giovane non ero uno strumento preciso,  non avevo un interesse preciso, un indirizzo, ho scelto la Filosofia e non so perché: l’influenza nella scrittura quindi sta più nel modo più che nei contenuti. Nelle argomentazioni filosofiche le idee vengono spinte fino all’estremo e io faccio questo portando i miei argomenti fino all’assurdo.
 
Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo libro?
Mi piacerebbe poter essere in grado di farlo, purtroppo io per primo non so mai cosa scrivo come vanno a finire le storie che scrivo, ma certamente conterranno sempre una rilettura del passato, con una presenza forte della memoria, ma in modo fantastico.
 
I libri di Jonathan Safran Foer

 

 

 

 
 
 
 
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