Intervista a José Eduardo Agualusa

José Eduardo Agualusa
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José Eduardo, scrittore e giornalista, vive tra Luanda, Lisbona e Rio de Janeiro: un nomadismo culturale e fisico che inevitabilmente riversa in tutta la sua produzione letteraria (che tra raccolte di racconti e romanzi comprende finora ben diciassette opere) proiettando il lettore in uno scenario vastissimo, che abbraccia ben quattro continenti, Africa, Europa, Sudamerica e i luoghi di presenza portoghese in Asia. Strenuo difensore di un sorta di “meticciato culturale” che da semplice condotta di vita è diventato quasi una missione da portare a termine, anche al Pisabookfestival, durante un incontro sulla letteratura lusofona, ribadisce l’importanza di “gestire e sottolineare la diversità in letteratura”: tutte premesse, queste, che mi incuriosiscono sempre di più e mi suggeriscono una serie di domande da porgli. Mi sembra che il concetto di letteratura lusofona ti stia, come dire, un po’ stretto. Posso definirti uno scrittore multiculturale?
Mentre scrivo non penso a queste categorie, scrivo per piacere, perché è necessario ma non penso a come incasellare quello che faccio. Non avverto proprio questo bisogno costante di dare una definizione: scrivere è un atto naturale, puro e semplice.

 


In Un estraneo a Goa, riferendoti a una giornalista alle prime armi che ti chiedeva cosa ti spinge a scrivere, dici di aver risposto: «scrivo perché voglio sapere come va a finire, comincio una storia e poi continuo a scrivere perché devo sapere come finisce». Se ti rifacessi la stessa domanda adesso mi risponderesti nello stesso modo?
Si ti risponderei proprio nello stesso modo. Effettivamente voglio sapere come va a finire  una storia, in fondo io penso proprio che sì ,si scrive perché si ha qualcosa da dire ma la scrittura è un atto d’amore lento ed è necessario essere innamorati di qualcosa, di un personaggio, di un’idea. Così inizio a scrivere, tratteggio il profilo di un personaggio, lo approfondisco e arrivo alla fine per vedere cosa succede. Quando scrivo la parte più interessante è l’inizio ma è anche la più difficile: bisogna trovare il modo giusto per raccontare la storia, scegliere quale voce narrante adottare poi la scrittura scivola via, fino alla fine, quando tutto si risolve come una specie di miracolo.


Hai vissuto in diversi continenti, sei stato a contatto con culture diversissime, avrai letto molti autori e di svariate provenienze: quali sono i tuoi scrittori di riferimento?
Per rispondere a questa domanda devo partire dai miei primi grandi amori letterari, quelli che iniziano in gioventù e che rimangono per sempre. Mi viene in mente un grande scrittore portoghese José Maria Eça de Queiroz, se poi dovessi aggiungere altri nomi farei un gruppo di latinoamericani, Jorge Luis Borges, Mario Vargas Llosa,  poi scrittori africani tra cui anche molti angolani. Il fatto che mi piacciano, comunque, non significa che mi senta influenzato o che veda tracce della loro scrittura nella mia.


Il rapporto che hai con Borges, però, mi sembra un po’ particolare, ne Il Venditore di passati hai dichiarato che è il geco chiacchierone Eulalio, narratore del romanzo, in Borges all’inferno è altri racconti è addirittura protagonista del racconto che dà il titolo all’opera ma è sempre raffigurato comicamente, stavolta, da morto, dentro un paradiso che non gli sembra il suo. C’è  un rapporto di amore-odio con lo scrittore argentino, insomma?
Borges mi interessa molto come scrittore meno come persona, mi sembra contraddittorio e non condivido alcune sue prese di posizione. Il racconto in questione è volutamente molto ironico: pensa che una cantante portoghese lo ha musicato interamente.


Stavo proprio per chiederti che importanza ha la musica nella tua vita di scrittore, visto che i tuoi romanzi sono infarciti di riferimenti musicali e anche nella vita ti occupi della promozione di molti cantanti e musicisti africani...
Questo rapporto con la musica è talmente naturale che non me ne accorgo, solo nel caso del mio ultimo romanzo Le donne di mio padre è deliberato. Un musicista portoghese ha musicato il primo paragrafo di questo libro, mi sembrava impossibile perché non è poesia, è prosa ma effettivamente ho sentito il suo album e la canzone corrisponde perfettamente a quanto scrivo. Questo per me non è solo un complimento, è una gioia: cerco di stare sempre molto attento al ritmo e alla melodia interna, vorrei che ogni mio romanzo potesse diventare un disco.


Hai collaborato a lungo con il giornale portoghese "Publico", poi con altre radio e riviste. Quanto ha influito la professione giornalistica nel tuo lavoro di scrittore?
Lavorare come giornalista mi è servito molto per diventare scrittore, mi ha insegnato ad avvicinarmi alle persone e a scrivere delle storie, oltre ad avermi insegnato la concisione.


Ora ti senti più scrittore o giornalista?
Scrittore. Credo di non essere stato granchè come giornalista perché ho una grande tendenza a inventare: per svolgere al meglio il lavoro di giornalista dovevo davvero trattenermi.


I tuoi traduttori parlano della tua come di una lingua bella, limpida ma a volte complessa da tradurre, forse per le influenze dei tuoi spostamenti. Tu come definiresti la lingua che usi?
Non lo so, davvero. Anzi, mi fa paura, spesso ho proprio paura di leggere quello che scrivono su di me, le tesi, gli articoli. Scrivo in maniera naturale, senza pensarci: un po’ come quando si balla, si balla in maniera naturale - se cominci a pensare a come fare non lo fai più.

I libri di José Eduardo Agualusa

 

 

 

 
 
 
 
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