Intervista a Josef Winkler

Josef Winkler
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Nell'ambito del Forum Austriaco di Cultura, fondato a Milano nel 1993 per l'incremento degli scambi culturali tra l'Austria e l'Italia settentrionale, è presentato da Franz Haas e Luigi Reitani il romanzo di Josef Winkler, il primo tradotto nella nostra lingua. Durante la presentazione, che avviene di mercoledì nella sede dell'Istituto Austriaco di Cultura come tutti gli incontri del Forum, qualcuno tra i diversi presenti rivolge a Winkler una domanda in tedesco, e pure se non capisco un'acca mi sento anch'io affine con la risata di tutti e dopo la battuta di risposta dello scrittore, sorrido, e sono piena di ammirazione per lui.


È davvero un’eccezione il tuo romanzo Natura morta nel corpus della tua opera letteraria?

No, non lo definirei proprio un’eccezione perché già nei miei primi libri ci sono degli accenni di quello che poi si ritroverà in Natura morta. Soprattutto sono presenti dei motivi poi sviluppati in questo libro. Questo è un libro che parla soprattutto della vita del mercato a Roma e parla anche di ciò che accade in piazza del Vaticano e nella chiesa di san Pietro in Vaticano. E dunque ci sono alcune cose che il lettore di Winkler già conosce, per esempio un negozio di articoli religiosi, un negozio di kitsch religioso. Questi motivi non sono caduti dal cielo, non sono completamente nuovi, sono già presenti nella mia prima narrativa. La stessa descrizione della vita nel mercato, con le bestie macellate per esempio, sono cose che conosco anche dalla mia esperienza nella casa di campagna, dalla vita contadina carinziana, ma certo questi motivi si costruiscono, si ampliano anche partendo qualche volta da alcune frasi. Anche soltanto dal suono di una frase. E partendo dalla melodia di una frase beh, si può costruire tutto un libro.

 

Cos’è che ti attira tanto di Roma? Perché hai scritto un libro su un mercato, cosa c’era di così attraente?

Dopo avere scritto tre romanzi sulla vita nella Carinzia, a un certo punto il materiale si è esaurito, avevo bisogno di nuovo materiale. Per me che in quattordici anni non ero mai uscito dal paese natale, che ero stato segnato dai riti cattolici che determinavano tutto lo svolgimento del calendario, dal natale alla pasqua, alla commemorazione dei defunti, che avevo vissuto la chiesa cattolica non dal punto di vista teologico – la liturgia non mi interessa, mi interessa la muffa della sacrestia – per me che ero stato chierichetto per sette anni, era naturale che volessi andare non a Parigi o a Londra, ma nella centrale della chiesa cattolica, e quindi a Roma. Ho cercato in un altro modo, a un altro livello, questi stessi rituali cattolici. Questo è anche il motivo per cui sono andato molte volte in Vaticano, per guardare come la gente si recava al confessionale e come usciva, con i volti diversi prima e dopo il sacramento. Provavo fascino anche per il caos della vita del mercato, sono temi che hanno caratterizzato la mia infanzia e che danno sicurezza al mio linguaggio.

 

Posso capire come mai tu abbia scelto Roma in quanto simbolo della cattolicità, ma voglio sapere perché hai scelto proprio piazza Vittorio che da sempre – forse un po’ meno quando c’era il mercato – è la zona più multietnica della città. Voglio dire, poteva essere Trastevere, o San Lorenzo, o addirittura Testaccio. Nelle zone limitrofe alle stazioni delle metropoli forse si crea una certa atmosfera, si crea un luogo “altrove” dove le culture si mischiano e quindi si potrebbe perdere l’identità cattolica che in altre zone invece è più forte?

Proprio per questa ricchezza, questa multiculturalità, questo elemento anche pasoliniano che si ritrova nel mercato di piazza Vittorio, che è il mercato più grande di tutta la capitale. Io ho visitato anche altri piccoli mercati, altre realtà, ma nessuna era così vivace, così colorata, così caratterizzata invece da questa presenza multietnica. Mi ha affascinato moltissimo proprio questo elemento pasoliniano del caos, del disordine, della ricchezza. In questo mercato mi è balzata subito all’occhio la presenza di crocifissi, di madonne illuminate, elementi su cui non posso passare sopra, mi colpiscono immediatamente. Il mercato di piazza Vittorio è caratterizzato da un elemento arcaico, una vita quasi di paese. La combinazione di questi elementi religiosi con gli elementi della macellazione produce un qualcosa di grottesco, che può essere letto anche in modo ironico. Questa combinazione è anche la mia ispirazione nella scrittura. Se un ostensorio si trova su un altare, è normale. Ma se pensiamo a un ostensorio da un’altra parte, già produce un effetto diverso, un effetto grottesco. In un film di Bunuel, mi sembra Un chien andalu si vede un vescovo uscire da un taxi, prendere un ostensorio e metterlo sull’asfalto: una scena fantastica, bellissima proprio per lo spiazzamento provocato dal portare fuori un elemento dal suo contesto naturale. Perché un ostensorio nella sacrestia non è interessante, ma piuttosto noioso.

 

Ma non è che il cattolicesimo ha influito troppo nella tua scrittura, e ti sei dovuto liberare da qualcosa prima di metterti a scrivere?

No. Con la scrittura e attraverso la scrittura ho acquisito consapevolezza. Prima sapevo soltanto che ero nato lì, che avevo frequentato quella scuola. È proprio attraverso la scrittura che ho acquisito questa consapevolezza, e ho grattato la mia anima, l’ho tirata fuori, l’ho tolta. Una cosa simile è capitata a Franz Innerhofer, che quando era all’università e ha cominciato a scrivere si è reso conto di quale mostruosità avesse vissuto, e la consapevolezza è venuta fuori soltanto con la sua scrittura.

 

Ci sono autori italiani del secondo Novecento che conosci e che ami?

Ungaretti, Pirandello, Vittorini, Pasolini, De Carlo è borghese, Busi è interessante per un qualcosa di più radicale nel linguaggio, ma con De Carlo la cosa è finita. Negli ultimi quindici anni… non so cosa ci sia. Da quello che ho capito, la letteratura italiana non ha avuto luogo negli ultimi due decenni.

 

Hai mai subito danni o censure, o difficoltà a pubblicare i tuoi scritti?

No. Non ho mai subito alcun tipo di censura. Soltanto una volta c’è stato un processo contro di me, per calunnia, perché un cacciatore si è sentito riconosciuto in una delle figure e sono stato assolto, ma non ho mai avuto difficoltà. Che poi io sia odiato dalle persone del villaggio in cui sono nato, questo è chiaro, ma non a una scala più alta. E nemmeno politicamente.

 

Che cosa pensi di quello che è accaduto in Italia qualche tempo fa, cioè dell’invito alla cerimonia di inaugurazione dell’Università La Sapienza da parte del rettore a papa Benedetto XVI, e delle proteste di professori e studenti che lo hanno fatto rinunciare?

Mi è piaciuto e mi ha impressionato molto che tanti professori e studenti abbiano dimostrato di non volere il papa. Questa cosa non sarebbe stata possibile in Austria. Questo papa non ha niente da dire alle università, deve fare i suoi pellegrinaggi e curare le proprie cose vaticane, senza mettere piede nelle università. 

 

I libri di Josef Winkler

 

 

 

 
 
 
 
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