Intervista a Julia Glass

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Incontro Julia a PiùLibriPiùLiberi 2015. Una signora garbata e gentile ma con una luce frizzante negli occhi. Ha appena finito il suo “firma-copie” e mi prende sottobraccio mentre attraversiamo l’affollata Fiera della piccola e media editoria di Roma diretti allo stand dell’editore Nutrimenti per l’intervista. Vuole sapere che ne penso di alcuni blog letterari statunitensi e perché la città sia così piena di soldati. Ne penso quel che ne penso, i soldati sono qui per il pericolo di attentati: Isis, you know. Poi mi mette alla prova per capire se ho letto davvero i suoi libri. Convintasi con stupore che è proprio così, inizia a rispondere alle mie domande.




Come nasce il titolo del tuo L’oscura sacralità della notte?
Il titolo viene da un verso del testo della canzone What a wonderful world, quella cantata da Louis Armstrong, la conosci sicuramente. È in effetti una canzone davvero celeberrima, eppure quando mi sono trovata con i miei amici a spiegare questa scelta per il titolo del romanzo mi sono resa conto che sono pochi a conoscere bene il testo, quasi nessuno ha colto la citazione tranne un paio di mamme che l’avevano usata come ninna nanna per i loro figli. Perché questa scelta? Mi trovavo più o meno cinque o sei anni fa a New Orleans – dove tra l’altro Armstrong è una vera icona, un mito – e mi è capitato di ascoltare What a wonderful world eseguita da alcuni musicisti di strada, in quella cornice così suggestiva, tra tante persone e mi resi conto in quello stesso momento che non l’avevo mai ascoltata con attenzione, facendo caso a tutte le parole, soprattutto a quel “giorno luminoso e benedetto” contrapposto alla “notte oscura e sacra”. Mi è sembrata la rappresentazione perfetta del chiaroscuro dell’esistenza umana.

Pensando a Kit Noonan, il protagonista del tuo L’oscura sacralità della notte e ad altri tuoi personaggi viene da chiedersi: è l’inerzia il male dei nostri tempi?
Mamma mia che domanda difficile… Non so se sia il male dei nostri tempi, di sicuro è uno dei mali dei nostri tempi. Parlando solo della cultura e della società statunitense, direi che fa parte della cosiddetta “crisi di mezza età”, quella che colpisce i quaranta-cinquantenni (soprattutto uomini, ma anche donne) quando si rendono conto che contrariamente a quanto hanno sempre sognato o creduto di meritare, le cose non vanno affatto costantemente migliorando nella vita. Un problema di cui le generazioni precedenti non soffrivano o soffrivano meno.

È molto insolito nei romanzi non di genere che uno scrittore riutilizzi gli stessi personaggi (o alcuni di loro) in libri diversi, tornando sulle loro vicende magari da un punto di vista diverso o in un momento diverso della loro vita. Perché questa scelta?
Quando ho finito di scrivere Tre volte giugno pensavo di aver chiuso con quei personaggi. Mi capitava però continuamente che i lettori che incontravo alle presentazioni o alle fiere mi chiedessero cosa sarebbe successo a questo o a quel personaggio, e io mi meravigliavo e pensavo che un sequel non mi interessava assolutamente. Infatti ho scritto altre tre libri del tutto diversi, ma quando ho cominciato a pensare al mio quinto romanzo mi è tornato in mente il personaggio di Lucinda Burns, una donna su cui è stato difficile scrivere, per una serie di motivi. Non aveva avuto spazio in Tre volte giugno, l’architettura di quel romanzo era troppo stretta per lei, è solo la figura che traspare da alcun lettere ritrovate: mi sembrava che meritasse più spazio, più ossigeno, che fosse bello e giusto farle raccontare una parte della storia dal suo punto di vista di madre. Tutto qui, non credo proprio che tornerò mai a scrivere di questa famiglia anche se mi sono divertita tanto a farlo.

L’oscura sacralità della notte è più un sequel o un prequel di Tre volte giugno?
È entrambi. Non voglio che i lettori siano costretti a leggere i due romanzi in un ordine particolare, sono due libri che stanno tranquillamente in piedi da soli. Quello che in realtà ha sorpreso persino me stessa è che di tuti i personaggi di Tre volte giugno Malachy era forse quello di cui sentivo meno l’esigenza di scavare nel passato, nell’adolescenza: l’ingrediente prequel quindi è giunto inatteso per me prima che per i lettori, mi succede spesso di essere sorpresa dalla mia stessa scrittura, non sono di quegli autori che programmano tutto a tavolino, vado dove mi portano i personaggi e le loro storie. Ho capito poi che stavo anche scrivendo di mia madre, della sua infanzia in un fattoria del Midwest. Una storia di latte!

Una caratteristica peculiare della tua scrittura è questo lavoro sui flashback, la narrazione su piani temporali diversi…
Io sono la regina dei flashback. I miei recensori lo sottolineano sempre, alcuni intendendolo come complimento, altri un po’ meno perché dicono che sono capace di scrivere flashback dentro flashback dentro flashback! La realtà è che quando inizio a scrivere un romanzo parto sempre da un unico personaggio e poi aggiungo gli altri personaggi e gli eventi, come se fossero i rami di un albero che cresce. E scavo ostinatamente nel passato di ogni personaggio, credo che sia indispensabile per donar loro profondità: per me il passato è una sorta di ossessione. Al contrario di tante altre persone, che non pensano molto al passato e sono più protese verso il futuro, sono convinta che il passato abbia una influenza profondissima su di noi. Ecco perché amo partire da personaggi maturi per svelarne poco a poco l’infanzia, la giovinezza.

Perché il passato è oscuro e il presente luminoso, per citare la canzone di Armstrong?
Non intendo oscuro nel senso di sinistro minaccioso. Oscuro nel senso di buio, di sconosciuto. Sono stata per tanti anni in analisi, ho scavato tanto e tanto nel mio passato. Ora va di moda il motto “vivi l’adesso”, io credo invece che scavare nel pozzo del passato sia salutare, oltre che importante.

La ricerca di Kit Noonan è forse più una ricerca della sua identità che una ricerca di suo padre: volevi raccontare un disagio più profondo, un vuoto più incolmabile?
C’è chi l’ha letta come la voglia di riscattarsi dal dominio della moglie. Ecco, il personaggio di Sandra ha suscitato sin da subito le reazioni più svariate: chi l’ha trovata troppo fredda, troppo forte, troppo dura, troppo dominatrice – e del resto le migliori mogli sono quelle che comandano – chi si è meravigliato che spingesse Kit a cercare le sue radici. In effetti ho diversi amici che sono stati adottati e ho contattato che la voglia di conoscere il proprio passato e i genitori naturali è una caratteristica più femminile, di solito i maschi pensano più facilmente “i miei genitori sono coloro che mi hanno cresciuto”. Mi ha sempre affascinato chi non ha mai conosciuto i propri genitori, perché sono morti quando era piccolo o perché se ne sono andati: c’è nel passato di queste persone una gigantesca ombra. A mio padre è morta la mamma quando lui aveva solo 13 anni e solo quando sono diventata adulta mi sono resa conto di quanto lui fosse ossessionato dalla figura di questa madre: non ne parlava mai, ma quante cose stavano nascoste in quel silenzio, in quel buio! E il buio di Kit, l’ombra del suo passato era proprio ciò che volevo esplorasse e facesse esplorare ai lettori nello stesso tempo. In fondo poi quello della ricerca dell’eroe è un grande topos della letteratura, è il Graal, no?

Come mai tutto questo interesse per il mondo gay nei tuoi romanzi?
In questo periodo si parla tanto di gender, di definizione delle identità sessuali, di confini e diritti omosessuali. A volte assistendo a questo dibattito mi sento… voglio dire, non come se fossi un uomo gay, ma ecco avverto una grande empatia. Quando vivevo a New York (parliamo degli anni ’90) avevo molti amici gay e facevo volontariato in un’associazione che assisteva malati di AIDS e li aiutava nella cura dei loro animali domestici: era prima dell’avvento dei farmaci antiretrovirali e vedevo questi ragazzi, questi uomini morire, persone che avevano un grande bisogno di parlare per ore di loro, delle loro famiglie, del loro passato e questo mi ha segnato profondamente. Questo mondo è entrato in Tre volte giugno e spero di averlo saputo raccontare. Un’atra cosa da dire è che mi interessa da morire il modo in cui gli uomini pensano: non ho mai avuto fratelli, mio padre era un uomo molto mite, stava sempre in famiglia, non era certo uno stereotipo maschile. La sensibilità maschile è un mondo “altro” che mi interessa, si sa che le cose diverse da noi sono quelle che ci interessano di più, del resto.

La tua storia come scrittrice e come vincitrice del National Book Award è una sorta di favola, un sogno realizzato per ogni aspirante scrittore. Potresti darci tre consigli pratici per scrivere un grande romanzo mentre si vive una vita normale, con il lavoro, i figli, i ritmi di tutti i giorni?
La prima regola è di non prestare troppa attenzione alle regole pratiche che vi propongono tipo “Devi scrivere tre ore al giorno tutti i giorni” e così via. Secondo me la cosa più importante è che devi essere capace di stare solo con te stesso molto. Il che non significa che devi stare fisicamente da solo, ma che devi starci nella tua testa, senza farti distrarre da ciò che ti circonda. Mi è capitato spesso che degli amici o dei familiari si siano lamentati perché “ero altrove con la testa”. Il fatto è che ero davvero altrove e non volevo essere rintracciabile da nessuno! Ecco forse il male dei nostri tempi di cui mi chiedevi prima, è l’allergia alla solitudine: la gente odia stare sola, riempie la propria vita di cose per non restare sola con se stessa a pensare. Quindi la prima regola è che devi essere capace di ascoltare le voci nella tua testa, le voci che diventeranno i tuoi personaggi. La seconda caratteristica è una sorta di folle insistenza, io ci ho messo anni a raggiungere la pubblicazione, avevo più di quarant’anni quando è successo e guardando indietro ero pazza, non mollavo mai nonostante i continui rifiuti degli editori. La terza naturalmente è la resistenza, ce ne vuole per non mollare, ce ne vuole davvero tanta.


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