Intervista a Ken Follett

Ken Follett
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Ken è persona spiritosa, simpatica e gioviale. Si presenta alla conferenza stampa del festival letterario toscano "Anteprime" indossando un’improbabile giacca rossa che scopriamo essere stata comprata a Bond Street, a Londra. Presenta un libro? No: la prima mondiale del suo concerto con la sua band Damn Right I Got the Blues. Risponde alle domande dei giornalisti e sorride quando il traduttore traduce il nome di Mangialibri. Ecco cosa ci siamo detti in una chiacchierata più o meno affollata e informale.
Quando hai messo insieme la band?
Il gruppo ha esordito vent’anni fa, non con questa formazione, negli anni siamo cambiati e cresciuti anche nel numero. In genere ci troviamo in uno studio di registrazione londinese per provare ogni lunedì sera per circa quattro ore, ci troviamo, suoniamo, ci divertiamo.


Suonare è una fuga dalla realtà? E scrivere?
Beh sicuramente sono due cose molto diverse tra loro, scrivere è un’attività decisamente cerebrale, io scrivo libri complessi, le mie trame sono complicate, suonare invece è un’esperienza totalmente sensoriale. Sono molto meglio come scrittore che come musicista - credetemi - non scrivo nemmeno i testi delle canzoni della band, non per questo la band non ha rinunciato a scriverne, ma il risultato è stato terribile! Ma state tranquilli, sul palco deliziamo il nostro pubblico solo con una delle nostre composizioni, il resto sono cover di ben altro respiro.


Sei uno scrittore attento alla dislessia…
Sì, anche se io personalmente non ho mai sofferto di dislessia, ma sono stato per oltre dieci anni presidente di "Dyslexic Action", un’associazione senza scopo di lucro, oggi c’è un presidente molto più giovane, ma io sono rimasto all’interno dell’associazione e, in maniera molto attiva contribuisco a ricercare i fondi per sostenerla.


Beatles o Rolling Stones?
I Rolling Stones sono troppo difficili… :)


Con tutta questa musica non è che stai tralasciando la scrittura?
No, sto scrivendo il secondo capitolo della trilogia a cui sto lavorando, L’inverno del mondo: ho finito la stesura della bozza, sono contento.


Ne La caduta dei giganti si parla di grandi dinastie europee: come mai non hai scelto una dinastia italiana?
In ogni paese in cui vado mi fanno la stessa domanda! Mi chiedono perché non ho scritto di questa o di quella famigia, eccezion fatta nei paesi di cui mi sono occupato, ovviamente. Diciamo che mi sono dedicato a quelle famiglie le cui storie avevo voglia di raccontare, mi sarebbe piaciuto scrivere di una per ogni nazione europea, ma alla fine ho optato per una scelta meramente letteraria, non potevo conciliare le esigenze della trama con tante dinastie diverse, ho scelto l’appartenenza, le più rappresentative per narrare la storia del secolo.


Come è cambiato il  tuo lavoro con l’impatto del digitale?
Internet ha cambiato radicalmente il mio modo di lavorare, per me è stata una manna. Prima consultavo l’enciclopedia tutti i giorni, adesso è molto più facile fare ricerche e trovare quello che ti serve. Ed è utile anche per ricontrollare il lavoro, mi ha reso la vita decisamente più facile. Nell’editoria invece il digitale ha sviluppato in modo molto positivo il business, ha portato dei cambiamenti, certo, ma ogni cambiamento porta con sé nuove possibilità, miglioramenti.


Ken Follett e i social network?
Sono l’autore dei miei messaggi su Twitter, lo faccio tutte le mattine, è bello che Twitter mi dia un limite di caratteri che posso usare, mi piace farlo, mi piace dare il buongiorno ai miei tanti lettori. La mia pagina di Facebook invece la tiene il mio staff, anche se ne ho una familiare dove scriviamo un po’ tutti.


Cosa fai prima di scrivere?
Nuoto tutte le mattine da quando mia moglie mi ha fatto notare come fossi ingrassato.


C’è qualche libro italiano che ti ha particolarmente colpito?
Il giardino dei Finzi Contini senza esitazione alcuna e Il Gattopardo che ho letto due volte, un libro che fu rifiutato dagli editori come molti capolavori proprio perché opere particolari, originali, mai lette prima e quindi difficili da apprezzare di primo acchitto, si tende sempre a rifiutare il nuovo. Anche Il giorno dello sciacallo fu rifiutato perché troppo bello, troppo grande.


I tuoi lavori sono mai stati rifiutati?
Sì certo, e a ragione. Ma non mi sono né arrabbiato né scoraggiato, mi sono chiesto perché. Se la prendi in modo pedagogico capisci cosa ci vuole per scrivere un libro di successo, un libro che piaccia ai lettori, ho capito cosa dovevo fare per migliorarmi, per fare meglio e capire in cosa avessi mancato. Per esempio mi piace scrivere storie su ogni singolo personaggio e sul fatto che ognuno sia inserito nella società in cui vive. C’è chi ama scrivere sulla psicologia dei personaggi, sui suoi anni di vita trascorsi, io non leggo quei libri, per me è importante far vedere come un personaggio reagisce alla vita della sua città, alla politica, come i personaggi sono pervasi dalla realtà in cui sono imbrigliati.

I libri di Ken Follett

 

 

 

 
 
 
 
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