Intervista a Kim Young-Ha

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Kim Young-Ha sembra più giovane dei suoi quarantasette anni. Raggiunge i giornalisti nella hall dell’albergo nel quale è ospite in occasione del Bookcity di Milano. Si presenta a tutti con estrema gentilezza, quella del resto che in genere siamo portati ad associare agli orientali. Lo scrittore coreano, ormai famoso in tutto il mondo e con dati di vendita di tutto rispetto, è in Italia per presentare il suo ultimo lavoro, che racconta di un serial killer che si ammala di Alzheimer. “Perché voi italiani usate l’espressione serial killer? Non avete un termine nella vostra lingua?”, domanda curioso ai presenti. Un inglesismo che deriva dal cinema e dalla televisione d’oltreoceano che ha sostituito il meno affascinante “assassino seriale”, qualcuno gli spiega. Un altro domanda perché la memoria sia spesso al centro dei suoi romanzi. “Da giovanissimo sono stato vittima di un incidente. Ho respirato un gas tossico che mi ha fatto perdere il ricordo di diversi anni della mia vita”, racconta lui sempre sorridendo. Kim Young-Ha è di quelle persone che – pur parlando in una lingua così diversa dalla nostra e della quale nessuno capisce nemmeno un vocabolo – ha il potere di catturare l’attenzione quando risponde alle domande che gli si pongono.




Capita spesso nel mondo del cinema, delle serie TV e della letteratura di trovarsi davanti ad una figura dell'assassino umanizzata. Quasi come se si trattasse del nuovo eroe romantico. Per uno scrittore è più interessante cimentarsi con questo tipo di personaggio?
Questo dipende molto dall’aspettativa del lettore. Ci sono due tipi di uomini: un tipo molto malvagio e uno debole. Quando ci troviamo davanti a una persona malvagia, vorremmo che questa venisse punita proporzionalmente al tipo di male che ha generato. Diversamente, davanti a una persona debole, sviluppiamo un senso di empatia; come l’invalido che aiutiamo a salire su un mezzo pubblico. Nel protagonista del mio libro Memorie di un assassino ho inserito la malvagità e la debolezza: un assassino con l’anima del poeta. La distinzione tra santo o demonio è una visione superficiale. Quando si crea un protagonista, si potrebbe scegliere tra un buono o un cattivo, ma in tutti e due i casi questi potrebbero essere dei semplici o dei complessi. In genere, nella letteratura si opta per un profilo positivo e complesso. Io ho preferito scrivere la storia un uomo malvagio e complesso. Come esseri umani, ci crediamo dei buoni complessi e siamo portati a pensare che una persona cattiva sia essenzialmente semplice. Non è così: potremmo essere noi stessi dei malvagi complessi senza rendercene conto e per questo provare simpatia e comprensione per il mio protagonista.

Il tuo libro, che è scritto come fosse un diario, è ricco di considerazioni sulla società, sulla filosofia e sulla letteratura. Hai trasferito qualcosa di te nel tuo protagonista?
Non ho cercato di confessare di essere un assassino, se è questo che vuoi sapere! Non c'è nessun legame tra me e il protagonista. Quando delineo le caratteristiche di un personaggio, cerco l'ispirazione in vari libri come il canone Buddista, oppure da testi di filosofia; in questo caso ho letto Nietzsche ed Edipo.

Ho letto che Memorie di un assassino diventerà un film. Pensi che la trasposizione cinematografica di un diario possa mantenere la stessa dimensione intimistica e lo stesso fascino?
Il libro diventerà un film distribuito in Corea, India e America. Non amo i film tratti dai miei libri. La possibilità di “vedere” rende il tutto troppo diretto e questo mi mette a disagio. Ricordo di essere stato a un’anteprima di un film tratto da un altro mio libro e di aver assistito a una scena di sesso che – sebbene io stesso l’avessi scritta – vista sul grande schermo mi è sembrata una forzatura, una cosa troppo diretta. Alla fine della proiezione, ero talmente imbarazzato da non riuscire a parlare con l’attrice protagonista.


I LIBRI DI KIM YOUNG-HA


 

 

 
 
 
 
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