Intervista a Koji Suzuki

Koji Suzuki
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Maestro dell'horror suo malgrado, Suzuki avrebbe sognato di diventare un grande autore romance. Un placido signore di mezza età che ama lo sport e le motociclette e che incontriamo all'Istituto di Cultura Giapponese di Roma. Grande silenzio, eco di passi sul marmo, ikebana su mobili di legno chiaro, alluminio e porte scorrevoli. Sorrisi, imbarazzi, voce bassa. L'Italia è rimasta chiusa fuori della porta.

Come nasce la tua vocazione per la scrittura ?

Una cosa è sempre stata importante per me nella mia carriera e nella mia vita : cogliere l’attimo dell’ispirazione. Ricordo che la prima volta che è successo facevo la quinta elementare. Quell’anno arrivò in classe una bambina nuova. Fece un inchino a tutti i compagni di classe per presentarsi e in quell’attimo capii che l’avrei sposata. Purtroppo fu da subito un amore a senso unico : ero un bambino schivo, timido, e non ebbi il coraggio di dichiararmi. Alle medie stessa storia, poi siamo andati in licei differenti e proprio in quel periodo ho deciso cosa avrei fatto nella vita : lo scrittore. Dopo l’università, lei ha trovato un posto da insegnante alle scuole superiori, mentre io sbarcavo il lunario dando qualche ripetizione e sperando un giorno di diventare uno scrittore. Da disoccupato non ero certo un buon partito, e non potevo quindi chiedere la sua mano : però credevo ancora molto all’ispirazione che avevo avuto quel lontano giorno della mia infanzia e quindi ho iniziato a corteggiarla. Dopo avermi conosciuto meglio, con mia grande sorpresa ha acconsentito a sposarmi. Solo in seguito ho scoperto che il suo sogno era fare la scrittrice : per questo motivo mia moglie è sempre stata molto complice con me. Anche grazie al suo sostegno la mia scrittura è molto migliorata. Dopo due anni di matrimonio è nata la mia prima figlia, e siccome io passavo tanto tempo a casa mentre mia moglie lavorava la bambina l’ho cresciuta io. E’ stato davvero difficile, ma anche questo secondo me ha contribuito a migliorare la mia scrittura.

 

Poi un bel giorno la fortuna ha iniziato a girare...

In quel momento della mia vita è arrivata la seconda grande ispirazione : nell’aprile 1989 ho capito che avrei scritto un romanzo di 500 pagine circa, un romanzo che sarebbe stato rivoluzionario. Ma non avevo nemmeno una trama. Mi sono seduto alla macchina da scrivere e sono andato a caso. Sono arrivato alla duecentesima pagina del romanzo senza nemmeno pensare ad un titolo. A quel punto ho aperto un vocabolario d’inglese e ho pescato a caso il nome Ring. Quando il romanzo è finito ho visto che erano circa 500 pagine e che funzionava. Fino a quel momento non avevo mai letto horror né volevo tantomeno scriverne. Chissà, forse proprio il fatto che non amo questo genere ed il fatto che non creo una trama prima fa sembrare ‘diversi’ i miei romanzi.

 

Come funziona esattamente il tuo metodo di lavoro ?

Secondo me scrivendo bisogna andare avanti a tentoni, come i pugili che mentre sono sul ring non sanno quale colpo arriverà. Se per esempio a vent’anni proviamo a pianificare tutto il nostro futuro non ci riusciremo, magari usciamo di casa il giorno stesso e subito cambia tutto. E poi una vita prefissata è noiosa, l’interessante è non sapere come va a finire. In questo momento sto scrivendo un romanzo con una donna protagonista. Mente scrivevo, qualche settimana fa, c’è stata una scossa di terremoto e in quel momento ho deciso di inserire questo particolare nel romanzo e così la storia si è spostata in una direzione che non mi aspettavo neanch’io. Cogliere l’imprevedibile contributo della realtà, ecco la mia filosofia. Per esempio se ad Hollywood mi dicessero : ti diamo 3 milioni di dollari per un copione di 10 pagine, anzi per una trama di poche parole, io penso che scriverei 1000 pagine e poi le ridurrei a 10, e penso che questo procedimento renderebbe possibile scrivere qualcosa di mai scritto prima. Scrivere è una lotta, un’avventura dinamica, un viaggio sena itinerario prestabilito. Come andare in giro di notte a fari spenti, piano piano. Per scrivere Ring ci sono voluti solo 3 mesi, ma a volte i burroni sono in agguato. E in quel caso, non potendo andare avanti, torno indietro e sempre nell’oscurità cambio direzione. Un romanzo deve raccontare cose nuove, parlare al pubblico di esperienze che non conosce. Io cerco di fare più esperienze possibili (Suzuki è un appassionato velista, un motociclista, ha un aereo da turismo e va a cavallo, ndr) e alimentare così il fuoco del racconto.

 

Ci si sente stretti nei panni dello scrittore horror, partendo da simili premesse ?

Non penso assolutamente di essere uno scrittore horror. La verità è che ho scritto la mia trilogia per caso. Ring è dell’89 ma è stato pubblicato solo nel ’91, e non ha venduto assolutamente niente in un primo momento. Prima e dopo di Ring ho scritto due romanzi d’amore, la mia vera passione assieme ai romanzi d’avventura. Poi si è sparsa la voce che c’era in giro questo romanzo stranissimo e le vendite sono salite. Allora l’editore mi ha chiesto un sequel, io non ci avevo proprio pensato. Così è nato Spiral, che è stato per me difficilissimo da scrivere : infatti ci ho messo 3 anni. Dovevo risolvere due ordini di problemi : uno, scrivere qualcosa di più interessante di Ring, due fare in modo che i lettori potessero trovarlo godibile anche senza aver letto il primo libro. Con le saghe l’interesse va sempre scemando, anche al cinema. E di solito anche il livello qualitativo va scemando, e io questo volevo assolutamente evitarlo. Allora ho cercato di fare una cosa completamente nuova. Appena Spiral è diventato un bestseller, subito la mia casa editrice mi ha chiesto con forza un terzo episodio. Io volevo scrivere romanzi d’amore e d’avventura ma vendevano solo i miei horror ! Loop ho cercato di farlo andare nella direzione di ciò che avrei voluto veramente scrivere, ed è andata bene visto che ha venduto più di 1 milione di copie. Mi hanno definito lo Stephen King giapponese, e di questo un po’ mi vergogno, per me è complicato. Penso che King sia uno scrittore nato, con tantissimo talento, ma molto diverso da me. Negli Usa e in Europa vengo accomunato al fenomeno del Japan Horror che va tanto di moda, e questo per me è fonte di un notevole imbarazzo, perché i romanzi del filone non li sopporto proprio. 

 

I libri di Koji Suzuki
 

 

 
 
 
 
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