Intervista a Lakshmi Persaud

Lakshmi Persaud
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Lakshmi ha passato la sua infanzia e gran parte della sua adolescenza a Trinidad, nell’america centrale caraibica. Lì la sua famiglia si trasferì dall’India, lì ha vissuto in una comunità indiana, e infatti permeati dalle tradizioni indù sono stati gli anni della sua formazione, fino al suo trasferimento in Europa, a Londra, dove tuttora vive, con il marito e tre figli. La sua produzione letteraria affronta tematiche scottanti come la condizione della donna in India e i violenti riti tradizionali: in particolare, l’uso di imporre il marito alle ragazze e, ancor più, il tremendo rito del sati, ovvero dell’immolazione della vedova sulla pira del marito defunto hanno talmente colpito Lakshmi da diventare il fulcro di un suo romanzo. Un impegno sociale e letterario talmente intenso e partecipato che merita di essere approfondito, in una chiacchierata telefonica con lei, a Roma in tour promozionale. Lakshmi, vivi in Europa da diverso tempo ma la tua produzione è costantemente segnata dalle tue origini. Come spieghi questo legame?
I miei antenati si trasferirono dall'India a Trinidad dove c'era un'importante comunità indiana. Qui sono cresciuta avendo a che fare abitualmente con religione, usanze, cibo e costumi indiani. Proprio  in questo ambiente mi sono formata: è inevitabile per me quindi essere impregnata di questi  valori, tanto da essere spinta a parlarne continuamente nei miei romanzi.

 


Trovo costante in tutti i cosiddetti scrittori migranti, volendo usare la definizione spesso utilizzata in riferimento a chi, seppur nato altrove, scrive di sé in un altro paese, il ricordo della propria patria e delle proprie origini: sei d'accordo? C’è qualcosa di diverso o di specifico, nel tuo caso, che ti spinge a farlo?
Non so se definirmi scrittrice migrante, il mio è un caso del tutto particolare. Innanzitutto da un punto di vista linguistico: conosco perfettamente l'inglese, Trinidad è una colonia britannica, l'inglese è la lingua con cui ho studiato, ne ho imparato e approfondito la letteratura. Non mi è difficile quindi usarla per scrivere, anche perchè questa lingua riesce a esprimere tutto ciò che mi interessa scrivere. Avendo studiato e scritto da sempre in inglese, possiedo tutte le sfumature necessarie ad esprimere i concetti nella maniera in cui desidero farlo. In realtà il motivo per cui parlo della cultura indiana non è legato semplicemente alle mie origini. Nel caso di Tenete alte le lanterne c'è un’ulteriore causa che mi ha spinto a scrivere, ancora più forte:  è stato proprio venire a conoscenza della barbara usanza con cui le donne si immolavano nella pira funeraria degli uomini che mi sono sentita in dovere di parlarne. Indagando quest'usanza mi sono resa conto della sudditanza a cui una donna nella società indiana è costretta dinanzi all'uomo. Quetso modo di reagire alla morte dell'uomo è atroce, ho reputato importante scrivere di tutto questo.


Nel libro parli di un matrimonio forzato. C'è ancora questa usanza? E più in generale com'è la condizione delle donne nel tuo paese attualmente?
Le cose sono molto migliorate, queste abitudini terribili non ci sono più, sono retaggi culturali generalmente sorpassati. In realtà in India c'è stato un periodo nel passato in cui le donne venivano più rispettate: successivamente, le invasioni barbariche hanno indurito il tratttamento riservato al genere femminile.


C'è stato o c'è un movimento femminista?
C'è stato una sorta di movimento femminista e in parte c'è ancora laddove ce n'è bisogno. Ha consentito alle done di migliorare la loro condizione. Ma ciò che ha definitivamente permesso un concreto miglioramento è l'istruzione, ha portato la mobilità nelle caste ha avvicinato la donna a opportunità nuove, diverse. È cambiata anche la maniera di vedere la realizzazione femminile. Se prima una donna che lavorava era una sciagura ora anche da parte dell'uomo la carriera di una donna è vista come un bene: la futura moglie, se ha un buon reddito e una buona posizione lavorativa è di certo un "buon partito" , sicuramente è intelligente e con porta a casa soldi in più, il che può solamente agevolare in futuro la condizione familiare.


Lakshmi, hai fatto e fai diverse cose nella tua vita, hai insegnato molti anni e hai prestato la tua voce per audiolibri accademici rivolti a non vedenti. Ma quando esattamene ti sei avvicinata alla scrittura e per quale motivo?
È curioso, ho inizato a scrivere perchè ero tormentata dagli incubi. Un tormento a cui ho cercato di porre fine mettendo per iscritto questi terribili incubi, trasportandoli su carta per esorcizzarli, per potermene liberare. Ho raggiunto questo obiettivo, sono libera dagli incubi ma la passione per la scrittura mi è rimasta. Infatti il mio primo romanzo Butterfly in the wind, è frutto di questo voler mettere per iscritto gli incubi e parla proprio di un adolescente nella Trinidad degli anni ’40 che sogna molto e sente dentro di sé varie voci contrastanti.


La dimensione onirica è una costante della tua produzione, anche Vasti ha un sogno che la trascina in una sorta di stato ipnotico. Quanto c'è di autobiografico nella tua produzione?
È autobiografico il background di riferimento, il modo di pensare che sta dietro ai miei libri. Ma i personaggi no, sono tanti, non potrebbero sempre incarnare me stessa, anzi a volte avverto lo stesso personaggio dirmi  “Lakshmi stai parlando tu non io! Io non direi mai queste cose in questo modo”. Di mio nella mia produzione c’è la filosofia sottostante, c’è una sorta di filo conduttore che rappresenta il mio pensiero ma i personaggi variano e raffigurano, volta per volta, aspetti diversi della società che voglio prendere in considerazione.


Credi nella valenza sociale della letteratura? Quanto sono in grado i libri di farsi portatori di messaggi, cause, di denunciare storture o quant’altro?
Sì, credo molto nella capacità dei libri di veicolare messaggi. L'animo umano è complesso e scrivere aiuta a capire sè stessi e gli altri. È bello poi se il lettore nota uno di questi messaggi, ci pensa e magari lo mette a frutto nel quotidiano: scrivere dà questa possibilità, è giusto e doveroso sfruttarla.


Parli di sogni ma spesso hai anche una scrittura “onirica”. Da dove deriva il tuo stile oscillante tra prosa e poesia e, se ne hai, quali sono i tuoi autori di riferimento?
La lingua inglese non è una lingua emotiva mentre la cultura indiana è molto emozionale. Gli inglesi hanno colonizzato tutto il mondo e la loro lingua si è impossessata di molti vocaboli fino a diventare quella nel mondo che ne ha più di tutte le altre: è quindi possibile modellarla a proprio piacimento e inserire quell'emotività in più che normalmente mancherebbe all'idioma. L'emotività di questo mio ultimo romanzo però deriva in primo luogo dall'aver sofferto vedendo la morte delle donne indiane per colpa di questi riti, dovuti a una profonda e grave mancanza di istruzione. Cerco di rendere profondamente sensibile e recettiva la mia scrittura e l’emotività che traspare deriva proprio dal mio stare male di fronte a questi soprusi nei confronti delle donne. Ho mescolato la cultura indiana che di per sè è emozionale con un'esperienza fortemente emozionale come quella dell'aver constatato in prima persona la crudeltà di questa pratica e di averne sofferto: aggiungi a questo l'acquisizione di vocaboli nuovi che rendono l’inglese più adatto ad esprimere queste sensazioni ed eccomi, sono io che scrivo. Un autore di riferimento? Senza  dubbio il premio Nobel Vidihadov Naipaul, nato a Trinidad anche lui. Ciò che lui scrive trae origine da ciò che riscontra quotidianamente e ciò che ha riscontrato nella sua educazione: è la stessa cosa che faccio io o che comunque sto tentando di fare. Leggere Naipaul mi ha aiutata nel riscoprire e far emergere una sensibilità diversa, più profonda, che ha dato ispirazione alla mia scrittura.

I libri di Lakshmi Persaud

 

 

 
 
 
 
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