Intervista a Lars Gustafsson

Lars Gustafsson
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Giornata piovosa e freddina. Sono rintanata in casa sotto le coperte, quando zac! arriva la telefonata del direttore: a Pisa arriva un certo Lars Gustaqualcosa, fa solo due date in Italia, sarebbe bello avere una sua intervista, bla bla. Faccio buon viso a cattivo gioco, mi informo, scarico materiale su Internet e scopro che questo Lars Gustaqualcosa ha una storia letteraria da far paura. Vergognandomi della mia ignoranza raggiungo Pisa, Dipartimento per le lingue scandinave (o qualcosa di simile). Inizia l'incontro, tutti capiscono la lingua quindi le letture divertenti - suppongo dalla reazione dei presenti - fanno ridere o sorridere tutti tranne me... che peccato! A fine incontro mi avvicino, chiedo di poter scambiare due chiacchiere con lui che accetta, le chiacchere diventano quattro, che si aggiungono a risate e scambi di idee masticando stuzzichini dai nomi impronunciabili made in Ikea! Felice di averti incontrato, Lars.

 
 
Come mai l’idea di un libro dedicato al gusto, alla cucina, come questo Fru Agnetas Blomquists matbok?
Ho scritto questo libro insieme a mia moglie Agneta, mio è un trenta per cento, lei ha fatto il resto, non è un vero e proprio libro di cucina, ma un viaggio attraverso i sapori, le ricette legate alla tradizione, una sorta di ‘biografia gastronomica’. Per esempio all’interno c’è un racconto dedicato alla salsiccia italiana, nel quale riporto un episodio di molti anni fa. Era il 63’ quando un comunità di scrittori era in conflitto con l’ideologia dominante nell'allora Unione Sovietica e a Roma era riunito tutto il mondo intellettuale a partire da Jean Paul Sartre per creare una nuova organizzazione di scrittori. Per farla breve alla fine di tante discussioni e confronti il nuovo gruppo era ancora più polemico! Tra l’altro racconto anche un mio piccolo screzio con Sartre stesso... ma per arrivare alla salsiccia, dopo una giornata piena di discussioni insieme ad un collega giornalista italiano andammo a cena in un ristorante in via Margutta dove mangiammo la famosa salsiccia, era talmente gustosa da farmi dimenticare tutte le discussioni di quei giorni complicati e mi misi a riflettere sulla differenza con la quale voi italiani godete del piacere del cibo a differenza di noi che eravamo schiacciati dal luteranesimo e i sensi di colpa nei confronti dei piaceri della tavola.
 
Nel libro c’è anche un racconto dedicato ad animali totemici come l’orso e l’alce, trattati però come cibo!
Nella storia dell’orso troviamo un inizio molto in linea con la sacralità dell’animale e la sua tradizione rituale e anche le parole usate fanno pensare ad una cosa sacra, e magica, poi la storia evolve fino alla ricetta per cucinare le zampe d’orso. In queste ricette c’è una  grossa quantità di magia del primitivo, di tutto ciò che è primigenio anche se non si vuole andare troppo nel profondo, nell’antichità, ma è un dato di fatto che le vecchie ricette si lasciano leggere come poesia.
 
Il libro inizia con la parola Assenzio...
In effetti è la prima parola in ordine alfabetico e sono stato ispirato dal dizionario personale di Bernardo Sansovino appena uscito in una edizione tedesca. Qui parlo di August Strindberg e lo fotografo negli anni ottanta dell'Ottocento mentre stava vivendo una grossa crisi mentale, la crisi culminò a Parigi e appariva come una paranoia. Scelse di non farsi internare in un ospedale psichiatrico, ma trasformò questa crisi in un nuovo genere letterario, infatti la sua produzione successiva assume caratteristiche molto diverse volte al misticismo. Questa sua produzione ha avuto grande importanza per gli impressionisti.
 
Ricette e ristoranti hanno qualche rapporto con la letteratura?
Sì, in questo libro c’è anche il racconto di una cena ad un ristorante di Stoccolma dove a ancora si può mangiare del buon cibo mentre si legge poesia,  le pareti infatti sono coperte da versi si poeti e con stupore fu chiesto anche a me di scrivere ed ho lasciato lì una poesia dal titolo “Desiderio” da molti giudicata molto svedese per l’atmosfera che evoca.
 
Lei è stato definito il Borges svedese: come accolse questo lusinghiero paragone?
Naturalmente fui molto onorato dell’accostamento a Borges, paragone riferito alla mia prima produzione letteraria legata ai racconti fantastici, una raccolta ripubblicata di recente in Svezia. Questa raccolta ebbe un successo 'normale' nel mio paese al momento dell’uscita, ma la riedizione ebbe un successo di pubblico incredibile perché vennero ripubblicati su molte riviste in tutto il mondo. Ho incontrato Borges una volta a Stoccolma, era alla fine della sua vita, io ero ancora redattore e per questo fui invitato all’ambasciata argentina. Lui era in compagnia della madre vecchissima, era già cieco, i suoi occhi erano già bianche superfici rese tali da una malattia ereditaria. Fui invitato a sedere accanto a lui e parlammo per un po’ del problema del cambiamento di forma di tipo mitologico di una saga e di quanta importanza avesse nell’opera di Wagner... Tolkien all’epoca non era stato ancora pubblicato. A quel punto accadde qualcosa di straordinario: un uomo enorme quanto spiacevole si mise a sedere tra me e Borges e si sostituì a me nella conversazione. Borges, che era totalmente cieco, non notò la differenza e continuò a parlare escludendomi! Mi arrabbiai, ma poi vedendo la stranezza della scena non potei che constatare che avevo appena vissuto una situazione... a la Borges!
 
Cosa pensa degli autori italiani?
Gli autori italiani vicini al mio modo di essere sono Umberto Eco, Eugenio Montale, Ungaretti che ho conosciuto di persona negli anni 60/70 prima di partire per gli Stati uniti per lavorare come professore di Filosofia teoretica all’università: successivamente ho perso completamente i contatti con la letteratura italiana. Ho parlato anche con Moravia e Sanguineti, ma sarei felice di conoscere i nuovi autori italiani, cosa che mi ripropongo di fare.
Oggi sono membro di un’Accademia letteraria a Berlino che ha un programma per i giovani dove scrittori, registi, e compositori sono invitati a stare a Berlino per creare delle collaborazioni tra persone della propria generazione. Del mio incontro con Ungaretti ricordo che lo andai a prendere con un taxi per accompagnarlo all’ambasciata italiana a Stoccolma, era un pomeriggio malinconico, quando siamo usciti  dall’ambasciata lui ha esclamato “Quella luce è di porcellana”. In fondo in quel modo mi regalò una poesia.
 

 

 

 

 
 
 
 
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