Intervista a Laura Liberale

Laura Liberale
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Ho contattato Laura su Facebook complimentandomi con lei per l’idea originale alla base del suo primo romanzo - per me quasi un miracolo che se ne parli in un libro - della tanatoprassi come uno dei motori fondanti della storia (la lettura può avvenire infatti su diversi piani). Siamo finite a parlare di “Buio Omega” di Joe D'Amato, di quanto sarebbe bello scrivere un romanzo a quattro mani sul tema (intendeva io, lei e i rispettivi compagni!) e ho intuito un tale entusiasmo in lei da volerle porre qualche domanda di approfondimento. Di donne/mamme indologhe, scrittrici, musiciste (suona pure in un gruppo rock!), malate di cinema con un animo sensibile e acuto ce ne sono davvero poche. Laura ne è una perfetta rappresentante ed è già alle prese con una nuova storia.

Un titolo insolito, originale per il tuo libro. non tutti sanno che cosa sia la tanatoprassi. Come nasce l'idea?
Sei l’unica, finora, ad aver collegato esplicitamente il titolo Tanatoparty alla parola “tanatoprassi”, com’era nelle mie intenzioni originali (e sì, meglio specificarlo che per tanatoprassi s’intende un trattamento conservativo cadaverico temporaneo). Com’è nata l’idea? All’inizio (subito dopo la morte di mio padre) c’era soltanto una certezza: avrei parlato di questo, della catastrofe della perdita. Ho cominciato a pormi delle domande. Mi sono buttata a capofitto in letture e frequentazioni disparate. Ho riempito tabelloni di appunti (sembrava dovesse venir fuori un saggio di Foster Wallace), e poi, dopo tre riscritture, eccoti il libercolino di 128 pagine. Piccolo, sì, ma almeno un minimo denso lo spero (denso, non vischioso). 
 
Spettacolarizzazione grottesca della morte, desiderio di perpetuare la vita per sempre. Per non essere dimenticati, per lasciare un segno indelebile o perché non siamo capaci di accettare che la vita sia un'esperienza a termine?
Ma tutto questo, certo. Accettare il nostro inevitabile, ininterrotto trascorrere, fare pace con questa realtà, è attingere la saggezza. E l’Oriente ha tanto da insegnarci in merito. Poi ci sono quelli come me, che almeno ci provano. Quelli che scrivono, in preda all’ansia e al pathos, cose come questa:

Imparolirsi Sparolizzarsi
Accumulare e accumularsi Disperdere e destratificarsi
Sedimentarsi Squagliarsi
Immanentizzarsi Assolutizzarsi
Se fossero questo vita e morte…
Quanta similattività, che simulacro d’azione
nei verbi di un morire siffatto.
Il guaio è che a sinistra trovi pure:
annusare il profumo della testa dei figli
bere il latte la mattina
infilare le mani nel grasso della terra
pedalare in saliscendi
guardare dall’alto a valle
scegliere di ascoltare la musica o il silenzio
fare l’amore e intrecciare le lingue quando non parlano
ridere o piangere, o ridere e piangere insieme
come quando il figlio si tuffa fuori dal ventre
leggere e scrivere poesie sulla vita e sulla morte.
Di questi verbi nessun opposto attivo è dato.
Soltanto il non. La negazione.
Così si trema.
Tremare
verbo di sospensione
tra la mia vita e la mia morte.

 

Ogni personaggio svela se stesso attraverso la morte di una persona vicina. Lati di un carattere che sarebbero altrimenti rimasti sopiti? Sono dunque gli avvenimenti più sconvolgenti a far emergere la verità su chi siamo?
La raccolta della semina ci tocca sempre, prima o poi, tutti quanti. Certamente sì. Gli avvenimenti traumatici e sconvolgenti ci mettono sempre di fronte a noi stessi, nel bene e nel male. Ricordo che molti pensavano che sarei rimasta emotivamente distrutta dalla morte di mio padre. Avevo un po’ quest’aura da pseudo artista fragile, da proteggere sotto una campana di vetro. Animella in costante pericolo di perdersi, preda di se stessa e degli eventi. E invece… Ho scoperto di avere delle riserve di forza e serenità sconosciute, e con esse ho fronteggiato la malattia e la morte. 
 

Si dovrebbe parlare di morte per esorcizzarla, invece la temiamo. Fortemente. E' una sorta di sindrome da immortalità?
Non è una sindrome, ma una condizione naturale. Nel pensiero, nelle architetture mentali viviamo una condizione d’immortalità e la morte è sempre qualcosa che riguarda gli altri. Si tratta di un meccanismo certamente utile alla preservazione della specie. Solo il pensiero imbrigliato, soggiogato, disciplinato può attingere una realtà più profonda, forse la vera realtà, chissà. Per questo religioni e filosofie hanno da sempre insistito sull’ascesi o comunque sul dominio di sé attraverso una pratica strenua e continuativa. Forse per noi, uomini comuni, sarebbe sufficiente, al fine di una discreta salute interiore, “condurre a galla i nostri cadaveri, non fare del buio una fucina di mostri”, come ha scritto Dome Bulfaro, poeta.        
     
Le pagine sono incorniciate da citazioni tratte dal Libro dei morti tibetano. Perchè?
Ideona del mio editore, Marco Vicentini. Ha esteso a ogni pagina i rimandi al Bardo Tödöl che io avevo inizialmente usato solo per titolare alcuni capitoli. C’è quindi questa bella possibilità di commistione testuale, un vero e proprio impreziosimento del libro che per me è anche un omaggio a uno dei maestri dell’Indologia italiana: Giuseppe Tucci.
 

Affronti un tema tabù, quello della necrofilia. Un tema su cui si è detto poco, la cui cinematografia di riferimento è molto scarsa. Un 'disturbo' che è però, nella morbosità, una delle forme di amore più grandi, una venerazione completa, attaccamento disperato a un simulacro corporeo...
Mi sa che stai pensando a "Buio Omega" quando parli di attaccamento disperato a un simulacro corporeo! Non è però il caso del mio necrofilo, Leo, il cerimoniere funebre. In lui non c’è ossessione nei confronti di uno specifico simulacro. Citandomi: “(…) pur sapendo che alla prossima occasione, in presenza di un qualsiasi corpo che avrà raggiunto poco meno di venticinque gradi e un’apparenza di stasi perfetta e immutabilità permanente, finirà comunque per ricaderci”. Leo ha il terrore della vita, perché la vita è instabilità, mutamento, imprevedibilità, caducità. È dunque costretto (per coazione patologica) a scegliere l’inanimato, l’illusione/ossessione che un cadavere (che pure è apoteosi di trasformazione) possa porsi come compiutezza definitiva. L’universo necrofilo ha poi naturalmente la sua scala d’intensità. Si va dal semplice allestimento di scenari macabri e cimiteriali per fare sesso, alla necrofilia romantica (l’amata salma conservata in casa o visitata ripetutamente nella tomba), fino al necrosadismo con atti di mutilazione del cadavere.    
 

Quali sono gli interessi di Laura Liberale? Le passioni, le ossessioni, le curiosità?
Per interessi e passioni si salti avanti di due domande, alla voce “progetti” (e quindi letteratura, musica, India, la mia famiglia. Più: il lago di Levico, la mia roulotte, girare in bici e un’infinità di cose e cosette comuni a chissà quante altre persone). Quanto alle ossessioni, m’impegno costantemente per non averne, o per liberarmi di quelle che ho. Curiosità? Soffro il mal d’auto e sulle giostre-sconquasso rischio di vomitare, per cui non ci salgo più. Ho spesso bisogno di silenzio e raccoglimento. I centri commerciali mi fanno venire gli attacchi di panico. Fermiamoci qui, per carità.
 
Progetti futuri?
Finire la registrazione del cd col mio gruppo. Riuscire finalmente a godermi un po’ di arretrati cinematografici. Il secondo romanzo. Le mie nuove poesie. Un altro saggio sugli inni dei nomi divini hindu. Tornare in India.

 
I libri di Laura Liberale

 

 

 
 
 
 
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