Intervista a Lawrence Osborne

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“This is pazzesco”. “Incredibile, porca miseria”. Lawrence Osborne sa qualche parola di italiano e gli piace tirarla fuori qua e là nella nostra conversazione, in un modo assolutamente divertente. Siamo a Firenze, l’occasione per la nostra chiacchierata ce la regala il Festival degli Scrittori – Premio Gregor Von Rezzori, giunto alla sua XII edizione. Incontriamo Osborne nella Sala Ferri del Gabinetto Viesseux, poco prima dell’incontro in cui parlerà del suo libro assieme allo scrittore Andrea Tarabbia. Per molti anni è stato corrispondente del «New York Times Magazine» e ha collaborato con le più prestigiose testate americane, occupandosi di scienza, cultura, vino e molto altro. Ha pubblicato diversi libri, storie di viaggi, memoir e reportage. È originario del Regno Unito ma ha abitato in molte città Parigi, San Diego, New York e ora vive a Bangkok da diversi anni. E tra i suoi trasferimenti c’è stata anche una piccola e peculiare parentesi italiana…




Come sei passato dalla scrittura giornalistica a quella narrativa, dalla non-fiction alla forma romanzo?
Ora ho smesso di fare giornalismo, anzi odio il giornalismo. L’ho fatto per tanto tempo ora basta. Prendi un organo e un pianoforte, sono strumenti simili ma in realtà sono diversi, per questo la scrittura giornalistica è il peggior nemico della tua prosa, è necessario un approccio totalmente differente. Certo, se ti piace scrivere all’inizio lavorare per i giornali è un buon modo per fare i soldi. Lo ammetto, io non ero ricco di famiglia, avevo bisogno di lavorare, mi hanno offerto migliaia di dollari per girare il mondo e scrivere reportage, beh come si faceva a dire di no? Poi ho cominciato a scrivere romanzi e ho capito che dovevo abbandonare il giornalismo. È cambiato il mio modo di vivere, per scrivere ora ho bisogno di solitudine, mentre il giornalismo è molto più “social”, devi frequentare tutto un mondo e mantenere una serie di relazioni che ora no, non ho proprio più voglia di mantenere. Anzi, devo ammettere che sto molto meglio, i giornalisti sono persone orribili! Insomma se fai parte della categoria lo sai anche tu…. L’unico lavoro giornalistico che ho davvero adorato è stato la critica enologica, l’ho fatto per tre anni ed è stato affascinante. Il mio primo amore è il vino italiano. Ho visitato vigneti, conosciuto persone che lavorano la materia prima. Per raccontare il vino devi conoscere chi lo fa e dove lo fa. Mi sono davvero divertito e appassionato anche se beh, non scriverò un libro sul vino.

Hai lasciato l’Inghilterra molto giovane e hai vissuto in tantissime città. Cosa ti ha spinto a essere “nomade” e cosa ora ti ha fatto scegliere Bangkok?
Tantissime città no, 6 o 7. Ora sto bene a Bangkok, forse sono pazzo – perlomeno è quello che mi dice mio padre ogni volta che lo sento! È una città in cui trovo tutto ciò che desidero e di cui ho bisogno. Posso stare tranquillamente da solo così come incontrare persone gradevoli e amichevoli. E poi, una cosa molto importante per me, è una città che ancora, dopo sei anni, non capisco del tutto e che non finisco mai di conoscere completamente. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo, non mi annoio mai! È una città enorme e particolare, un luogo davvero speciale. Mi piace stare lontano da tutto quel mondo giornalistico e letterario occidentale che frequentavo anni fa e che, devo dire, non mi manca per niente. Ho trascorso l’intera vita immerso nella cultura occidentale e a contatto con chi ne faceva parte, o presumeva di volerne far parte, e ora non ne potevo più. Sto bene qui, vado in giro per ora con la mia motocicletta, chi sta meglio di me? A New York frequentavo sempre i soliti posti e la solita gente.

Se non sbaglio non è la prima volta che sei in Italia, anzi in Toscana, e per un periodo della tua vita qui hai anche vissuto…
Sì, effettivamente in Toscana ho scritto il mio primo libro, avevo 22, 23 anni e ho abitato in un paesino del Chianti, a Panzano. È stata un’esperienza molto particolare, lavoravo in un frantoio e vivevo in una casa senza acqua corrente e riscaldamento. Le prime settimane di ottobre mi sembrava tutto bellissimo, un luogo da favola. Poi arrivò l’inverno, il gelo e fu incredibile, tostissimo. Insomma, un approccio un po’ “violento” all’Italia e alla Toscana. Ora sono qui a Firenze, c’è questo bellissimo festival, sto in hotel… devo dire è parecchio diversa la situazione.

I “barang” sono giovani occidentali in cerca di fortuna in Oriente. Si riconoscono da lontano, sono degli avventurieri, a volte poco eleganti, spesso sfaccendati e senza scrupoli, e da cui i locali tendono a diffidare. Sono i “cacciatori nel buio” che danno titolo al tuo romanzo, brancolano nell’oscurità, alla deriva, in cerca di occasioni e vantaggi personali. È una figura che incuriosisce, ma è un cliché o esiste realmente?
È un cliché sicuramente ma è un cliché che esiste davvero. Per dire, se vai in qualche bar a Phnom Penh e ti chiami John Smith non in pochi ti guarderanno storto. Ma nell’Asia Meridionale è pieno di questi ragazzi bianchi dalla personalità fluida, alla ricerca di non si sa cosa, sono figure che mi interessano.

Il confine tra Thailandia e Cambogia dove si svolge Cacciatori nel buio è un luogo misterioso, pieno di insidie ma anche di colori, di sorprese. Lo descrivi attentamente, con una ricchezza di dettagli che fa sentire il lettore quasi in mezzo a quelle piante e quell’ambiente. Si può dire che la tendenza al reportage ti è rimasta addosso?
Quando scrivo comincio dai luoghi. Penso che siano la cosa più importante in una narrazione, anche se generalmente in pochi li considerano il punto di riferimento, a mio avviso sbagliando. I miei personaggi derivano dai luoghi non l’inverso, questo per me è un passaggio fondamentale. Ambiento i miei romanzi sempre in posti dove ho vissuto. Certo non vado in quei posti per scriverne, ci vado perché… ci voglio andare, li voglio vivere. Ho appena finito un romanzo che si svolge a Bangkok dove ormai abito da anni. Mi piace raccontare i luoghi in modo approfondito, non dopo averli visitati da turista o di passaggio, ma dopo averli vissuti veramente, dopo una full immersion insomma.

In Cacciatori nel buio, seppure il romanzo sia ambientato in Cambogia, non parli mai direttamente della dittatura khmer. La vicenda storica è in un certo senso sullo sfondo ma in più punti si fa sentire in maniera drammatica, traspare dalle parole di alcuni personaggi, da alcune descrizioni. Le vittime, la violenza, non sono affrontate nello specifico ma emergono in alcuni passaggi “politici”. “Prima ci scaricate addosso bombe per mezzo milione di tonnellate, poi ci date un’ideologia micidiale, come il comunismo che stermina un quarto della popolazione, poi ci mandate i vostri missionari a insegnarci come dev’essere il nostro comportamento sessuale […] Per i texani siamo come l’Africa nell’Ottocento […] Ci avete trasformati nel vostro esperimento, dico io. Dopotutto siamo solo dei cambogiani. Troppo poveri”: questi sono alcune frasi del dottor Sar, il medico che assume Robert come insegnante di inglese. Quanto c’è di critica al sistema, di denuncia e quanto hai voluto insistere o vuoi che emerga questo aspetto del libro? Cacciatori nel buio è anche un romanzo politico?
È divertente, nel mondo anglofono Cacciatori nel buio non viene mai considerato un romanzo politico. Questo è il motivo per cui mi piace la critica italiana, è molto più attenta ai dettagli e alle sfumature della narrazione. Voglio parlare della contemporaneità ma nello stesso tempo anche al giorno d’oggi c’è una parte di storia che in quel posto si respira, si sente sulla pelle. Non ho voluto toccare il punto direttamente perché non è mia intenzione scrivere romanzi storici né mai lo sarà. Mio nonno ha combattuto nella seconda guerra mondiale, mio padre fu colpito da un proiettile tedesco, mio zio è morto in un bombardamento. Mia madre si è portata dentro il trauma della guerra per tutta la vita. È questo il motivo per cui non ho voluto né vorrò mai scrivere un romanzo storico. Avendo vissuto in una famiglia così colpita dalla storia non avrei potuto affrontare direttamente con la scrittura il dolore di un popolo, il suo trauma. Ma questo stesso trauma vive nella società odierna, per cui è comunque impossibile aggirarlo.

Il “Guardian” ti ha definito il nuovo “Graham Greene”. È una definizione in cui ti identifichi, oppure ci sono autori in particolare che hanno ispirato la tua scrittura e a cui ti rifai?
Questa cosa di Graham Greene io non l’ho mai capita. È una definizione che arriva dalla critica inglese e mi è sempre suonata strana. In realtà adoro Greene ma i miei veri riferimenti letterari sono altri, nello specifico Patricia Highsmith e Paul Bowles. E poi i romanzi gialli giapponesi, in particolare Seicho Matsumoto. Le sue opere sono piccoli meccanismi perfetti, con trame avvincenti e poetiche. Devi leggerli assolutamente.

I LIBRI DI LAWRENCE OSBORNE



 

 

 

 
 
 
 
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