Intervista a Leonardo Padura Fuentes

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Leonardo Padura Fuentes è uno dei principali scrittori cubani attuali nonché una delle voci di prim’ordine del continente sudamericano. Lo abbiamo incontrato e ci ha parlato del suo lavoro, dei suoi personaggi e del suo Paese, che ama alla follia ma di cui non esita a denunciare storture e incoerenze.




Leonardo, so che sarà una domanda noiosa che tutti ti avranno fatto, ma vorrei chiederti cosa significa essere scrittore nella Cuba di oggi? C’è fermento culturale nel paese, nella capitale principalmente?
Non è una domanda noiosa, quanto piuttosto complicata. La situazione cubana è così peculiare che per spiegare cosa significa essere uno scrittore e per approfondire i meccanismi della cultura de mio paese avremo bisogno di una giornata intera di discussione. Sarò per questo assolutamente sintetico. A Cuba uno scrittore oltre alla funzione logica di scrivere libri e esprimersi letterariamente ha una funzione sociale ben precisa per testimoniare una realtà che spesso non può essere raccontata dalla stampa. Le possibilità materiali per fare questo lavoro a Cuba sono complicate: è difficile  stampare un libro, distribuirlo, promuoverlo. Questo però non significa che la creazione letteraria sia diminuita,  la gente continua a scrivere, dipingere, fare teatro, c’è tutta una generazione di giovani cineasti, tutto ciò fa sì che ci sia una vita culturale attiva anche se l’arretratezza economica frena questo sviluppo.

Hai scelto di dedicarti al genere poliziesco, un genere apparentemente più “leggero”, anche se in realtà tratti molto da vicino temi delicati legati al tuo paese. Com’è nata questa scelta?
Guarda... Sicuramente chi vede il genere poliziesco come un genere semplicemente d’intrattenimento sbaglia, a partire da autori come Sciascia o Ruben Fonseca o Chandler questo tipo di letteratura ha smesso di essere tale già Chandler ha utilizzato questo genere per diventare impegnato. Gli scrittori che iniziano a scrivere negli anni ’80, come ad esempio Vazquez Montalaban e gli conferiscono una carica sociale, evitando il gioco letterario propriamente detto. C’è chi ancora scrive come all’epoca di Agatha Christie ora invece non è importante solo l’enigma o ma tutto assume un altro significato un'altra dimensione; è esploso non solo il potenziale letterario del romanzo poliziesco ma anche il suo potenziale sociale. Quando io cominciai a scrivere semplicemente mi piaceva il ma fin all’inizio mi sono accorto che romanzi apparentemente polizieschi per la loro struttura, in realtà erano romanzi sociali. Utilizzare il romanzo poliziesco per raccontare cos’è stata Cuba negli ultimi anni è quello che ho fatto in sei romanzi con il personaggio di Mario Conde e lo farò nel settimo che sto iniziando.

Il protagonista di molti dei tuoi romanzi è un poliziotto molto particolare, Mario Conde. Quanto hai in comune con questo personaggio?
Con Mario Conde si può dire che ho un rapporto intenso, non solamente letterario ma generazionale e umana. Attraverso di lui nei 6 romanzi esprimo il mio punto di vista sulla realtà cubana, mi è servito per esprimere preoccupazioni, idee, nozioni che in altro modo non avrei potuto esprimere. Condividiamo un’ esperienza generazionale, luoghi dove abbiamo vissuto, libri che abbiamo letto, ricordi, frustrazioni, speranze, sensibilità molto vicine tra loro. Un’altra cosa simpatica che lo riguarda è che a Cuba la gente vede Mario Conde come una persona, spesso mi chiede di lui come se lo conoscesse di persona, come sta, se lavora, si sposa, che fa insomma.

E con Ivan, il protagonista de L’uomo che amava i cani? Anche con lui condividi tutte queste cose?
Anche con Ivan ho una relazione generazionale ma meno vicina. Mario Conde ha una personalità forte Ivan meno, è più un personaggio generico e rappresentativo: concentra in sé i sogni e le frustrazione di una generazione. Mario Conde è singolare nonostante per certi versi possa essere definito anche anche lui rappresentativo, Ivan invece è plurale e il suo carattere è simbolico.

Com’è nata la tua volontà di ripercorrere la storia dell’assassinio di Trotsky ne L’uomo che amava i cani? Quali sono i motivi che ti hanno spinto a parlare proprio di lui?
Furono molte cose, in primo luogo la scoperta di chi fu davvero Trotsky dato che per tanti anni a Cuba, come accadde in Russia, nessuno sapeva chi fosse. Poi la grande commozione di quando visitai casa sua in Messico: sentii qualcosa che si muoveva dentro di me, la consapevolezza che Mercader, il suo assassino, aveva vissuto a cuba, la scoperta di cose che negli anni 70 successero a cuba di altre storie avvenute in Russia e in Spagna solo dopo la caduta dei relativi regimi. Fatti che mi hanno scosso, segnato. Quando penso a queste romanzo penso che lo dovevo scrivere da sempre ma prima non ero preparato per farlo. Ora mi sentivo di aver raggiunto la maturità per affrontare questa storia con passione e con distanza. Ho dovuto aspettare perché la passione ti impedisce di ottenere la distanza che vorresti dalle cose: non volevo che il romanzo si convertisse semplicemente inuna denuncia ma volevo fosse un analisi della storia, alla luce della realtà cubana attuale e passata. È stato un lunghissimo parto ma per un periodo non sapevo di essere “incinto” e la creatura è nata solo quando poteva nascere, nel momento più giusto.

I LIBRI DI LEONARDO PADURA FUENTES



 

 

 

 
 
 
 
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