Intervista a Levi Henriksen

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Il mio incontro con Levi Henriksen avviene sotto l’imponente Nuvola di Fuksas durante la fiera dell’editoria Più libri più liberi, edizione 2017. Davanti a me c’è un uomo uscito direttamente da un qualsiasi negozio di Nashville: camicia da cowboy nera con cactus verdi, stivali e tazza di caffè. Prima di accendere il registratore, iniziamo a chiacchierare del più e del meno, della Norvegia, di Tromsø e della sua natura à la Twin Peaks, della nascita dei suoi romanzi e di come i tour in America di sua madre con il coro della chiesa pentecostale del paese gli abbiano dato il la per raccontare questa storia.




Nell’edizione italiana il titolo del tuo libro è Norwegian Blues (nell’edizione originale è Harpesang). Quanto è assolutamente e solamente norvegese il blues raccontato in questo romanzo? E ti piace questo titolo?
Sì, mi piace. Ho trovato divertente il fatto che nell’edizione italiana abbiano usato un titolo inglese. Probabilmente sarebbe stato difficilissimo tradurre il titolo norvegese in italiano. Hanno fatto un ottimo lavoro, secondo me. Ho avuto modo di parlare con la traduttrice del romanzo e mi ha detto che ha avuto serie difficoltà a trovare un titolo che le piacesse. Sicuramente in italiano sarebbe stato qualcosa di molto poetico. Riallacciandomi alla domanda, non credo che il mio romanzo sia “blues”, anche se in Norvegia si parla di me come di un autore di romanzi “blues”. Una volta ero a Memphis e ho parlato con una donna afroamericana e le ho detto che mi sarebbe piaciuto suonare blues in Norvegia e lei mi ha detto che il blues non ha colori. In qualche modo riesco a comprendere il titolo italiano, forse è un modo di percepire la Scandinavia. Si sarebbe potuto intitolare Scandinavian Blues. Io a dire il vero abito a pochi chilometri dal confine con la Svezia.

Quindi, la storia come i personaggi sono radicati nella cultura norvegese o potevano anche avere un’altra nazionalità?
Penso che la storia sarebbe potuta accadere in molti altri luoghi: Stati Uniti, Inghilterra, Svezia. Non credo in Italia. Ma in America sì, forse in Minnesota, in un luogo in cui la cultura religiosa raggiunge quasi il fanatismo. Qualcuno ha anche parlato della vicinanza dell’ambientazione ai fratelli Cohen. Sarebbe un sogno se i fratelli Cohen trasformassero il mio libro in un film.

Leggendo il libro, infatti, vengono in mente le immagini dei loro film. Anche il tempo della narrazione è molto cinematografico. È una cosa voluta?
È il mio modo di scrivere. Tutti i miei libri sono scritti in questo modo. La mia è una narrazione in cinemascope. Uno dei miei romanzi, Hjem til ju, è anche diventato un film in passato, per la regia di Bent Hamer del 2010 (il film è uscito in Italia con il titolo di Tornando a casa per Natale, ndr). Quindi, credo sia vero che scrivo in maniera cinematografica.

Nel tuo romanzo si ha la sensazione che la natura sia la nostra salvezza…
Non so se la natura in sé, ma credo che tornare in un luogo lontano dalla città, più silenzioso, possa aiutare a riguadagnare la propria anima. Scrivo i miei romanzi in una cittadina estremamente rurale, Kongsvinger, a quattro miglia dal confine svedese e dieci miglia da Oslo. Forse è anche per questo che le storie che racconto avvengono i paesini come il mio. Mi sento molto vicino. La natura rilassa, forse non salva, ma rilassa.

C’è molta musica in Norwegian Blues. Quanto della tua rock band, Levi Henriksen and the Babylon Badlands c’è in questo romanzo?
Questo è stato il libro più divertente che ho scritto. Raccontare la storia di questi tre fratelli che cantano canzoni gospel di chiesa… è stato come scrivere una biografia rock con tre anziani come protagonisti. Penso sia un romanzo decisamente rock. La mia band è sicuramente più presente nel mio romanzo uscito a settembre, anche perché la sua pubblicazione è quasi coincisa con l’uscita del mio nuovo album. Il titolo del mio secondo romanzo poi è quello da cui ho tratto il nome della mia band, Babylon Badlands. In tutti, comunque, è chiara la mia posizione sulla musica attuale e sul genere musicale che faccio: il rock sta, purtroppo, inevitabilmente morendo.

La parabola vissuta dal protagonista del romanzo, da produttore cinematografico a elettricista, è molto particolare, non trovi?
Sì, ho preso spunto dalla vicenda vera del produttore di un’altra mia band del passato. Aveva un suo studio ma ha iniziato a lavorare come idraulico, perché si era stancato del business, si era stancato di tutto il caos che lo circonda. Purtroppo, adesso nessuno più compra musica ed era costretto a lavorare tantissimo per guadagnare poco. E’ una storia che mi ha sempre fatto sorridere. Stiamo parlando di una persona che ha anche vinto un Grammy norvegese come produttore. L’ho sempre considerato un personaggio da romanzo. Tutti immaginano la vita di un produttore musicale come quella glamorous e patinata delle riviste. Lui, al contrario, fa l’idraulico. In Norvegia, molti sicuramente lo considerano un passo indietro. Io, invece, sono sempre stato affascinato da persone del genere. J D. Salinger, per esempio, che ha lasciato il mondo della letteratura all’apice della sua carriera.

Ci sono molta ironia e umorismo nel tuo romanzo. Quanto questi elementi fanno parte del tuo lavoro di scrittore? O meglio, quanto il tuo modo di scrivere è radicato nell’umorismo e nell’ironia?
Anche se le storie che racconto sono sempre molto serie, mi piace inserire una sequenza che potremmo definire slapstick. Probabilmente, è un modo per divertire me stesso, anche perché scrivere un romanzo di 400 pagine può a volte risultare pesante. Ma penso che l’umorismo sia fondamentale per i miei libri e soprattutto per questo che, ripeto, è il mio romanzo più divertente. È qualcosa legato all’ambiente di cui parlo, ai tre fratelli. Il modo in cui li ho ritratti è a tratti umoristico, ma in maniera naturale, perché la loro è una storia di per sé ironica.

I LIBRI DI LEVI HENRIKSEN



 

 

 
 
 
 
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