Intervista a Livio Romano

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Livio Romano è senza dubbio da una quindicina d’anni a questa parte una voce di primo piano della narrativa italiana contemporanea. Insegnante elementare, editor, romanziere apprezzato dalla critica italiana ed estera, oggi anche dottorando di ricerca presso l’Università del Salento. Insomma, un’infinità di vite e un cocktail di passioni.




Hai definito il tuo romanzo Per troppa luce come la miglior cosa che tu abbia mai scritto. Perché tieni così tanto al tuo ultimo romanzo e perché lo consideri così importante e riuscito?
Sì, è vero, in qualche modo. Ogni capitolo della mia avventura narrativa ha rappresentato un’esplorazione di un piccolo squarcio di realtà, ma anche di una lingua, un sound, uno sguardo. Dai giovani in formazione di Mistandivò e la sperimentazione esasperata di un pastiche letterario son passato al reportage ameno e insieme zeppo di denunce gravissime, di annotazioni di costume, di impeto civile che fu Porto di mare. Poi ho voluto confrontarmi con il romanzo pop, se vogliamo chiamarlo così, che ricalcava il mood dei narratori britannici di cui all’epoca andavo pazzo (Hornby in primis). Niente da ridere raccontava una storia di everymen, di giovani adulti alle prese col metter su famiglia, di matrimonio e di accudimento. Spesso faceva ridere, altre volte provocava il magone. Da lì, poi, mi disintossicai della prima singolare e di una certa propensione a finzionalizzare me stesso scrivendo quella storia notturna e controllatissima che è Il mare perché corre. Infine il pamphlet Diario elementare, libro di denuncia violenta, ma ancora una volta una non-fiction novel, come si dice oggi, costruito non come un j’accuse vero e proprio, ma provando a inserire le riflessioni all’interno di una trama. Ecco, Per troppa luce mi pareva, mentre lo facevo, la summa di tutte queste esperienze. Ritorno alle contaminazioni linguistiche e a una quale raffinatezza linguistica, ricalco la battaglia civile raccontata in Porto di mare, riprendo i temi dei rapporti di coppia, del matrimonio, della famiglia; e, in certe scene di corse in auto, ritorno sulle fughe da sé stessi del Mare perché corre. E mi pare sia riuscito, pure se io son davvero l’ultima persona al mondo a poter affermare una cosa del genere. Ma c’è di più. Negli anni ho imparato a gestire plot sempre più complessi, a delineare bene i personaggi, a farli parlare in maniera verosimile. Ecco, mi pare che la vera esplosione di umanità varia che c’è in Per troppa luce riesca a farsi vedere, a star dentro la scena con misura e in maniera accattivante senza che abbia avuto il bisogno di strizzar l’occhio ai lettori.

Parafrasando Rimbaud, lo scrittore deve essere veggente. Mi viene in mente questa frase pensando al Salento favolistico e grottesco del parco tematico di Arrangiau (con fatti che si sviluppano fra 2010 e 2011) e alle recenti criticatissime dichiarazioni di Briatore su questa terra, che vorrebbe trasformare in un posto per nababbi in vacanza. Ti ritieni in quanto scrittore un osservatore privilegiato della realtà, che può riuscire a vedere più lontano degli altri?
Così si dice, di solito. Sai, gli scrittori hanno una curiosità patologica per le storie delle persone, stanno di continuo con le antenne rizzate, come si dice, sentono nell’aria gli umori collettivi, i tic, i cambiamenti, direi quasi che li assorbono come carbon fossile diventando i primi a rimanerne avvelenati – o divertiti, o affascinati, o commossi, o ferocemente indignati. Poi i libri nascono anche da altri libri, si sa. Fu una folgorazione, anni fa, leggere quel piccolo capolavoro che è Di questa vita menzognera di Montesano. A quei tempi circolava davvero per la Puglia un architetto portoghese che voleva costruire non ricordo quale mirabilia. Mi dissi: “La mia, di città finta, sarà ancor più mastodontica e volgare di quella di Montesano”. Perché il Salento si presta benissimo a queste incursioni. Siamo una terra relativamente vergine dal punto di vista naturalistico, e permeabile alle sperimentazioni degli avventurieri (salvo poi lottare strenuamente, dopo gli abbagli, perché gli stessi Briatore & C. si levino dalle scatole). Non potrei scrivere senza questa vena satirica, politica, da castigamatti: è la mia cifra più vera da sempre, fin da quando a 16 anni collaboravo col giornale di Nardò…

Quanto è difficile e, di conseguenza, stimolante scrivere un romanzo che tratti di una storia d’amore senza cadere nella trappola dell’ovvio o del melenso?
Una dose di dolcezza però l’ho riversata dentro! Nell’ultima riscrittura ho un po’ appianato certe asperità dei protagonisti, il loro cinismo che li difende dal mondo. Ho esaltato il loro sostanziale candore, tant’è che in esergo si cita Pope dell’Eternal sunshine of the spotless mind. Eppure sì, è arduo raccontare l’erotismo, come dire?, liberato dei nostri giorni, e la fase dell’innamoramento, e i ripensamenti e i sensi di colpa derivanti dalla nostra cultura cattolica. Ma, come tu dici, è anche estremamente stimolante, farci i conti. Piero Chiara ha trascorso un’esistenza a mettere in scena i molteplici intrighi di passioni e tradimenti che covano nella profonda provincia: un grandissimo maestro, per me. E l’altro punto di riferimento è Gaetano Cappelli dal quale ho imparato che puoi ambientare anche nella nostra provincia “terrona”, come dice lui, storie grottesche, comiche, satiriche eppure tantissimo moderne nel senso dell’evoluzione del costume.

Sin dal folgorante esordio con Mistandivò (adottato dal Dipartimento di Italianistica della New York University) la costante della tua produzione è stata il linguaggio originale, un impasto vitale che attinge da ambiti diversi. Quando scrivi il tuo linguaggio è continuamente in fieri, lo rinnovi ogni volta con ricerca e inventiva, o almeno in parte lo consideri qualcosa di consolidato?
Credo che chiunque scriva risenta delle letture che via via fa. Giorni fa ho notato, in una recensione a Per troppa luce che l’articolista, in una maniera del tutto inconscia e adesiva, si appropriava pari pari di un’espressione “metalinguistica” contenuta nel romanzo stesso. È inevitabile e salutare. Detto ciò, mi pare che a quarantotto anni il mio stile può esser lasciato a briglia sciolta, come in quest’ultimo lavoro, oppure può esser attentamente sorvegliato, eppure quello rimane. Una tua voce originale, diversa da ogni altra, che hai impiegato trent’anni ad affinare.

Pensi che la visione della realtà e del presente che permea il libro e che vive attraverso i personaggi sia pessimistica, ottimistica o semplicemente realistica?
Direi tremendamente, inesorabilmente, felicemente super ottimistica! Non riesco a esser davvero cattivo con alcuno dei tanti personaggi laidi che metto sulla scena. Li tengo tutti in braccio, li beffeggio, li faccio parlare come trogloditi, eppure li amo tutti. Perché nessuna persona al mondo è totalmente cattiva, o negativa, e nessuna persona è del tutto brava e buona e ammirabile. Mi sento a casa all’interno del genere commedia, con tanto di tutti gli attori in scena finale e questo gusto di dire al lettore come va a finire anche la storia del personaggetto secondario apparso appena sul palcoscenico. È ovvio, poi. Il professore universitario, il ricercatore, il proprietario della tv, la principessa araba, il medico e il resto della folla esemplare di questa immaginaria Neripoli: stanno tutti dentro a un Caos di inizio secolo in cui ogni riferimento morale è saltato in aria, in cui non c’è lavoro e la lotta fra poveri è sulle pagine dei giornali tutti i giorni. Ma, per dirla con Sergio Caputo, pure i californiani vivono su un terremoto perpetuo “ma non per questo si buttano giù”.

Ti occupi anche di editing di manoscritti. Cosa deve essere un romanzo per avere successo, e cosa pensi che ci sia in Per troppa luce che potrebbe regalargli il gradimento del pubblico e della critica?
Ne parlavo giorni fa con un’agente letteraria milanese, e nel tempio di quello che potrebbe diventare il nostro Paese se fosse un posto normale: la bellissima e avveniristica piazza Gae Aulenti. Non ci sono ricette che determinano il successo commerciale di un libro. Si sa che se fai un chick lit o un new adult (letteratura d’evasione, per intenderci) ben scritto, con una prosa il più possibile facile e nel quale molti si possano riconoscere, ecco: hai qualche probabilità che la cosa diventi molto venduta. Uso l’espressione “d’evasione” senza attribuirle accezioni negative: sono un divoratore di questi libri. Diego De Silva, che è uno scrittore di razza, grandissimo, ha conosciuto il successo vero quando ha cominciato a scriver romanzi umoristici sulla vita di tutti noi 40-50enni. Quando io leggo un manoscritto so già, nei rarissimi casi in cui lo trovi valido, quale editore potrebbe essere disposto a investirci tempo ed energie. Quanto a me, direi solo che se i miei affezionati lettori superano lo scoglio di questa lingua all’inizio apparentemente gravosa, e insomma mi seguono nel mio giochino fino a farsi condurre dentro a un Circo Barnum di tipi umani e impegno civile e sessualità e amori difficili: be’ sarebbe già un grande risultato. Le critiche accademiche impiegano anni a venir fuori. Tu un bel giorno ti svegli e scopri che tal ricercatore di Basilea si è occupato di un tuo libretto di dieci anni fa (proprio ieri, per dire, ho ricevuto la mail di una antropologa che ha bisogno di discutere con me attorno al reportage dalla Bosnia scritto nel 2005). La critica militante, quella delle testate cartacee o web, è di solito stata molto carina con i miei libri. Sono in attesa di capire se succederà anche stavolta.

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