Intervista a Loredana Lipperini

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Difficile che qualcuno non conosca Loredana Lipperini. Scrittrice, giornalista de “la Repubblica”, blogger della prima ora, conduttrice radiofonica di Fahrenheit su RadioTre. Ma forse soltanto adesso, raggiunta la maturità e attraverso un romanzo di difficile collocazione quanto a genere, lei ha deciso di raccontare qualcosa di molto personale. Lo ha fatto a modo suo, con un gioco di prestigio, comunque. Le abbiamo chiesto perché.




“Una bugia, quando è vissuta con convinzione, coincide con la realtà”, fai dire al personaggio più enigmatico del tuo romanzo L’arrivo di Saturno, il vecchio Acca. È quello che hanno cercato di fare in Italia con la vicenda di Graziella e Italo?
Non sono così saggi come Acca, temo, i depistatori: hanno provato, semmai, a rappezzare quello che con ogni probabilità è stato solo l’inciampo di due piccole vite in una serie di intrighi molto più vasti. Menzogna e illusione sono due cose ben distinte. Loro hanno mentito, noi ci siamo illusi che quell’epoca di bugie fosse alle nostre spalle.

Quanto pesa l’affare Moro – oltre che nella storia politica italiana – nel nostro immaginario collettivo?
Credo che sia tuttora il punto di svolta, il non detto, il non risolto. Lo spartiacque, se vuoi, da cui discende un cambio di passo che non è stato ancora compreso. Così come non è stata compresa la direzione del nostro cammino, temo.

Quanto dolore è costato scrivere questo libro? Quale è stato il sentimento che lo ha reso necessario? Tra le righe, a tratti, pare leggersi una specie di senso di colpa. Per essere sopravvissuta a Graziella, per aver fatto passare tanto tempo prima di scrivere, per non aver fatto pace in tempo, per non aver fatto qualcosa, qualsiasi cosa, trent’anni fa…
Il dolore, in realtà, era dormiente. Scrivere lo ha liberato, condividere la storia mi ha aiutata a chiudere i conti. Il sentimento di partenza è semplice: quando ho perso mia madre, e non sono più stata figlia, ho cominciato a fare i conti con la mia mortalità, e questo esige lo sguardo al passato. La colpa c’è, certo: non solo essere sopravvissuta, non solo aver taciuto così a lungo. Semplicemente, c’è la presunzione e l’onnipotenza di pensare “avrei potuto salvarla”. Non salviamo mai nessuna delle persone amate che perdiamo: questo è quel che dobbiamo accettare.

“L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità”, scrivi citando un pittore. E il cuore del libro è proprio nel rapporto realtà/finzione nell’arte, nello specifico nella letteratura. Hai voluto suggerire al lettore di cercare la verità all’interno della finzione del tuo racconto?
Esattamente questo. Ho provato a forzare il genere, non solo dell’autofiction, ma della non fiction novel, e del romanzo fantastico, e a fonderli e scavalcarli: proprio perché ogni finzione nasconde una verità, e non ha importanza quale sia l’una e quale sia l’altra.

“E così importante distinguere tra verità e inganno?” ti chiedi. Qual è la risposta vera?
Che è importante distinguere tra verità e menzogna. L’inganno, l’illusione, fanno parte della letteratura.

Come Dora, anche tu hai un debole per i giochi di prestigio? E, se sì, perché?
Sì. Sono solo una spettatrice curiosa, intendiamoci. Mi affascina l’idea dell’illusionista che attira l’attenzione sulla mano e compie il trucco con l’altra, e io lo so, e tutti lo sanno, ma ci credono lo stesso. Anche nei libri avviene così, a ben pensarci.

Di Dora dici che ha vissuto guardando in avanti e portando il peso del passato sulle spalle. Adesso, dopo aver scritto L’arrivo di Saturno, questo peso, che credo sia anche tuo, si è un po’ alleggerito finalmente?
No, temo. Scrivere non è liberatorio o consolatorio: aiuta a mettere davanti a te quel che pesa, ma non libera dal peso.

Ti scopri ancora, qualche volta, a pensare “ che lei prima o poi tornerà, e sarà l’occasione per rivedersi, per fare pace” e che magari “lei scriverà un libro bellissimo su tutto quello che le è accaduto”?
Sì, certo. Ma lo penso anche degli altri miei amati che ho perduto.

Cosa resta della e alla “generazione che è stata sul punto di cambiare il mondo”, come scrivi, quella che invece si è resa conto che “è andata in un altro modo”?
Dipende dalle persone, come sempre. Resta la capacità di formulare utopie, credo. E di pensare che quelle utopie possono realizzarsi. Non accade a tutti, ma accade.

“Ho paura. L’ho sempre avuta. In tutta la mia vita” fai dire a Dora. Forse, come allora, “quella di non lasciare traccia nel mondo”. E tu, hai ancora paura?
Ma sempre! È impossibile vivere senza paura.

La storia di Han van Meegeren è bellissima e legata ad un pittore straordinario e altrettanto misterioso, Vermeer. Come ti è venuta in mente? Sei appassionata di pittura, magari proprio fiamminga?
Quando ero bambina e poi ragazza dipingevo. Mio padre era bravissimo, un ritrattista dilettante ma impeccabile, e mi ha trasmesso la passione. Ho smesso di colpo, intorno ai vent’anni. Ma la passione prende sempre strade imperscrutabili per riemergere dai suoi percorsi sotterranei. Ed è bastata una mostra di Vermeer per riportarla alla luce.

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