Intervista a Lorenzo Mattotti

Lorenzo Mattotti

Un artista, un illustratore, un comunicatore che per narrare non ha bisogno della parola. Tra le altre (tante) cose ha illustrato anche libri per l'infanzia, misurandosi con classici immortali come Pinocchio, e per Eugenio si è meritato il Grand Prix di Bratislava - uno dei massimi riconoscimenti nell'editoria per ragazzi. Lorenzo Mattotti oggi vive e lavora a Parigi, ma lo abbiamo incontrato a Roma e abbiamo fatto due chiacchiere con lui seduti su una scalinata buia, sbirciando dall'alto il brulicare della fiera “Più libri più liberi”. Parlando di segno, del perché e quando serve il bianco o il nero, di emozioni, di meraviglia. E di paura.

Il tuo raccontare per immagini non ha sempre i bambini come interlocutori. Cosa cambia nel tuo modo di disegnare quando ti rivolgi  a loro?
Quando faccio libri per bambini trovo una mediazione: cerco un linguaggio che penso sia corretto nei loro confronti. Non so se questo sia il meccanismo giusto per arrivare ad avere delle grandi illustrazioni. Poi anche quando mi rivolgo ai bambini, ogni scelta dipende da ciò che si vuol raccontare. Nella serie che si chiama Barbaverde e i Pittipotti, ad esempio, volevo raccontare la dolcezza, l'ingenuità, il gioco, spesso attraverso delle gag.  Volevo che passassero altre emozioni e non la paura come nel caso di Hänsel e Gretel, per cui ho lavorato sulle immagini in modo diverso. Con Pinocchio, invece, volevo rimanere nella tradizione dell'illustrazione per ragazzi, non avevo nessuna intenzione di fare un lavoro 'artistico'. Ho sempre detestato gli illustratori che non si preoccupano dell'illustrazione, mirando solo a realizzare un'opera d'arte.
 

Eppure le tue illustrazioni non mancano di potenza...
La potenza dell'illustrazione deve emergere, riuscendo a restare nella tradizione dell'illustrazione, del raccontare con le immagini, pur sconfinando nel territorio dell'opera d'arte. In tal senso, mi ricordo di un Pinocchio realizzato da Schifano che era inaccessibile: l'idea pura di non narrazione. Credo che la differenza stia nel modo di porsi di fronte all'illustrazione: per me l'obiettivo è evocare e narrare, e credo che tutte le mie immagini siano evocative e narrative. Non ho mai pensato di sacrificare la narrazione in favore dell'opera d'arte.
 

Quale filtro hai usato nel disegnare Hänsel e Gretel?
Se avessi pensato al genitore, forse non avrei disegnato Hänsel e Gretel; quel pensiero mi avrebbe bloccato. Ma in quel caso volevo narrare la paura e nei disegni c'è la paura, la mia di quando ero bambino. Ho provato a lasciare la possibilità al bambino di guardarla in faccia, al sicuro nella sua cameretta, sotto le coperte. Sono immagini che mettono alla prova il bambino: “sarò capace di guardare?” “sarò capace di vedere?”. Porsi queste domande significa porsi nell'ottica dell'apprendimento. Significa avere il coraggio di fare.

Un modo di porsi dalla parte del bambino?

Sono prove di esperienza che ciascuno di noi dovrebbe superare, anche se non sempre si ha il coraggio di farlo. Non c'è sadismo né desiderio di tortura e credo che quelle immagini siano sufficientemente misteriose da poter essere guardate anche senza dovere per forza vedere. Non sono immagini malsane, permettono di sbirciare la paura.
 

Hai all'attivo anche una collaborazione con Michelangelo Antonioni, sia per te che per lui l'essenza delle immagini è fondante il processo di comunicazione...
È stata una esperienza interessante, in cui ho avuto la libertà di lavorare in modo completamente autonomo. Il parallelismo con Antonioni mi lusinga, dato che ho sempre amato il suo modo di lavorare, proprio in virtù della forza e dell'intensità delle sue immagini: dietro c'è una ricerca perfezionistica per trovare l'immagine e la situazione in grado di aprire la porta e raccontare altre cose. Guardandole si ha sempre l'impressione che ci sia un mondo parallelo oltre la storia; un mondo parallelo che passa attraverso le immagini e non attraverso le parole. Forse ha a che fare con la profondità della memoria: dentro c'è molto di più.
 

Che tipo di rapporto hai con il bianco e nero? Quale invece con il colore?
Con il colore posso mettermi in gioco e toccare certe corde, così come con il bianco e nero ne tocco altre. Nel caso di  Hänsel e Gretel, ad esempio, avevo paura di fare una foresta a colori, subito sarebbe diventata più spettacolare e meno diretta: avrebbe tirato in causa altre emozioni. Ci sono storie che già nella testa nascono in bianco e nero, ce ne sono altre che invece non possono fare a meno del colore; altrimenti sarebbe come se perdessero quel respiro di cui hanno invece bisogno. Ci sono, di contro, emozioni e sentimenti che ho la sensazione di riuscire a rappresentare solo con il pennino, farle a colori sarebbe come metterle a tacere. Anche la scelta della tecnica è funzione del tipo di emozione che si vuole che passi. E una scelta, non sempre razionale.
 
I libri di Lorenzo Mattotti

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