Intervista a Luc Dardenne

Luc Dardenne
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Il circolo dei lettori di Torino è ospitato da un palazzo storico, elegante, seducente, ma che allo stesso tempo non può non mettere timore. Questi soffitti tanto alti, i camerieri in livrea, la solennità degli spazi spiazzano chi come il sottoscritto è abituato a condurre interviste nelle algide sale stampa ricavate nelle sedi dei più importanti festival italiani. A questo primo, spiazzante impatto, segue però una piacevole sorpresa. Giulia di ISBN ci fa accomodare attorno ad uno di quei tavolini da tè, o da caffè se preferite. Piccoli e rotondi. Io, un’altra giornalista e Luc Dardenne. La formalità di cui sopra scompare, il nostro microcosmo si dimentica del vortice rumoroso ed elegante intorno a noi e la chiacchierata può cominciare.
Tenere un diario significa scrivere del presente. Il proprio e quello del mondo che ci circonda. Il cinema può essere lo specchio del quotidiano, del nostro presente o non deve necessariamente assolvere questa funzione?
Il mio diario non è una vera e propria narrazione del presente. O meglio non è sicuramente una narrazione quotidiana. Scrivo quando ne sento il bisogno, quando ho qualche pensiero concreto che mi voglio appuntare, ma non scrivo per abitudine, tutti i giorni meccanicamente. Lo faccio soprattutto per me stesso. Tenere un diario aiuta il mio lavoro di regista e sceneggiatore: ho bisogno di capire perché faccio questo o quello, ed ho bisogno di capire come cambia il mio punto di vista nel tempo. Per questo prendo appunti e poi vado a rileggerlo. Scrivo le sensazioni che mi danno certi libri, certi film, per poi riproporle a mio fratello. Attraverso questo diario riesco ad arrivare alle sceneggiature dei miei film. Il cinema, per come lo intendo io, deve narrare questo tipo di presente. Il tuo presente, quello che provi e vuoi tu. Non tanto essere specchio del quotidiano, ma del tuo quotidiano. Quando filmo, per esempio, una rivolta operaia non sono interessato a mostrare quello che avviene, ma le emozioni che sono palpabili in quei concitati momenti. Per questo tengo un diario, perché non voglio dimenticarmi certe sensazioni, rileggerle e cresce personalmente e professionalmente.
 

Il tuo cinema, così attento alla scrittura, così intimo, così posato, sembra opporsi ai blockbuster hollywoodiani che spopolano nelle sale di tutto il mondo e sembra essere l’antitesi a chi sostiene che il 3D sia finalmente la panacea di tutti i mali della settima arte. Cosa pensi a riguardo?
Pur amando alla follia il cinema divenuto ormai classico, di ogni epoca e di ogni paese, adoro Mizoguchi come Hawks, come Rossellini, e facendo cinema molto più vicino a questi modelli che a quelli degli autori postmoderni, non credo in una divisione così netta tra questi due mondi. Prendi l’esempio di Matrix: il film si avvale di effetti speciali e di un’impianto visivo davvero moderno e tecnologico, ma ha di fondo una struttura classica, soprattutto nella sua scrittura e nei suoi contenuti. Come quindi non credo che si debba per forza tornare ad una classicità, sono anche scettico sul fatto che le nuove tecnologie possano risollevare le sorti del cinema. L’unica cosa che può giovare alla settima arte è una schiera di registi che finalmente capisca, o torni a capire, che il cinema deve essere fatto principalmente per sé stessi, per una pulsione personale forte, senza accondiscendere ai gusti del pubblico.
 

Nel tuo diario al giorno 29/12/1991 leggiamo: "Bisogna continuare a filmare?" Come se tu ti interrogassi sul senso o meno di continuare a far film al giorno d’oggi. Cosa significa questa frase e come la dobbiamo intendere?
In quel periodo ero in un momento terribile della mia carriera, avevo fatto un film (“Je pense à vous”) di cui non ero affatto contento e la mia situazione economica non era delle più floride. Ciononostante avevo una gran voglia di fare un nuovo film. In quelle parole mi interrogavo su cosa significasse fare cinema al giorno d’oggi, se fosse necessario farlo o e per quale motivo. Provavo ad indagare la voglia di rimettermi al lavoro dopo un insuccesso. Come ti ho detto prima, scrivere per me è un momento di ricerca personale, un momento in cui indago nel mio io più profondo, e scrivere quelle parole serviva proprio a scoprire il significato ultimo che davo al mio rapporto con la settima arte. Nonostante i fallimenti volevo continuare a girare, non ho mai sopportato chi, come Godard per esempio, si affanna a dichiarare la morte del cinema.
 

Prima hai detto che bisogna fare cinema per se stessi, lasciando in secondo piano i gusti del pubblico. Questo potrebbe significare anche non curarsi della critica cinematografica. Che rapporto hai con essa?
Semplicemente non ne ho alcuno. Nonostante mi piaccia leggere di tanto in tanto alcune critiche ai miei e ad altri film, non ho un vero e proprio rapporto coi critici. Certo, ce ne sono un paio, francesi, che reputo molto validi e che amo leggere più degli altri, ma non abbiamo alcun contatto diretto. Questo significa anche che non mi arrabbio particolarmente o comunque non lascio dichiarazioni quando un mio film viene aspramente criticato o, a mio modo di vedere le cose, poco capito. Penso tuttavia che la critica cinematografica possa dare un apporto costruttivo al lavoro dei registi. Non solo perché crea dibattito attorno ad un film, ma perché molto spesso gli scrittori più capaci riescono a cogliere aspetti, positivi o negativi che siano, che possono servirci per migliorare in futuro. Diciamo che rileggendo le recensioni ai miei film posso imparare tanto. Non è detto poi che mi debba conformare a quello che mi è stato detto o consigliato, voglio sempre fare un film come piace a me, ma un confronto non può che fare bene al mio cinema e a quello degli altri. Devo però sottolineare quanto trovi ridicola la critica che si esprime a “pallini” o “stellette”, insomma chi per doveri editoriali o di sintesi, si limita ad accompagnare con un voto le poche righe che scrive su una pellicola. Quella è davvero una critica sterile, fine a sé stessa, distruttiva.
 
I libri di Luc Dardenne

 

 

 
 
 
 
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