Intervista a Luca Giachi

Luca Giachi
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Luca Giachi è un normale ragazzo di 30 anni. Normale alla sua età essere un dottorando precario, normale suonare la chitarra in un gruppo, gli Ádale, dell’underground romano. Un po’ meno normale aver scritto un romanzo, Oltre le parole, che nel 2008 ha vinto il Premio Mondello nella sezione Opera prima, e che si apre con una 500 gialla che cade dal cielo.

Nel tuo romanzo Oltre le parole due generazioni si trovano a confronto: quella di chi negli anni ’70 aveva circa 20 anni e quella di chi negli anni ’70 è nato. Pensi davvero che fra queste due generazioni qualcosa sia andato perduto e dovrebbe essere recuperato?

Sì, credo che qualcosa sia andato perduto. Ho sempre guardato con grande curiosità agli anni ’70. Io sono nato nel ’77. Adesso si ricordano quegli anni solo come i giorni in cui “ci si sparava per strada” ma è chiaramente una versione superficiale. Penso agli anni ’70 come a un periodo di grandi lotte civili, politiche, sociali, di entusiasmo e soprattutto di grossa spontaneità. Io non c’ero, non so perché, ma è così che li immagino. Il romanzo è incentrato proprio nel rapporto fra Nadia una ragazza che ha 28 anni nel ‘77 e Alessia che ha la stessa età ma nel 2004. Sono unite dalle lettere che Nadia scrive al suo ragazzo Federico. Lettere d’amore di quelle parole, sentimenti che Nadia è in grado di dire e esprimere e che invece Alessia non è in grado di fare. Mi piace pensare che negli anni ’70 fosse più facile “dire le cose”, raccontare l’amore, magari anche in modo ingenuo. È andata persa la capacità di esternare i sentimenti in modo spontaneo.

 

L’evento imprevisto, l’inverosimile, ha la funzione narrativa di determinare gli avvenimenti e i destini di 4 personaggi, e sei stato molto bravo a far dimenticare al lettore di avere bisogno dell’elemento della plausibilità, almeno fino alle ultime pagine. Come hai costruito il romanzo per rendere tutto ciò possibile, visto che si parte da una cinquecento gialla che cade dal cielo?

La 500 gialla che cade dal cielo è volutamente un atto impossibile. Alessia, la protagonista del romanzo, è una persona totalmente bloccata: non riesce a laurearsi, ha una relazione con il suo ragazzo che non riesce più a decifrare, un rapporto complicato con la madre. L’atto della caduta della macchina è l’imprevisto, l’unico possibile per lei, che giunge a spezzare l’equilibrio della sua vita. Ad Alessia il reale non convince più per risollevarsi, le serve l’“impossibile”. Nel momento in cui diventa “reale” per Alessia, che una 500 è caduta dal cielo, allora lo è diventato anche per me che scrivevo di lei. Ci sono dei momenti che per ognuno di noi sono importanti perché permettono di fare un “passo avanti”, di uscire da situazioni difficili che si vivono, di scardinare l’equilibrio precario in cui si vive. Nel momento in cui si rompe quell’equilibrio qualcosa avverrà, se ne ricreerà uno nuovo, che sarà differente da quello passato. La 500, e l’impossibilità che possa cadere dal cielo, è un modo per continuare a interrogarsi, a non “fossilizzarsi” al minimo traguardo raggiunto, a non rimanere su equilibri inutili e controproducenti per se stessi. Siate realisti, chiedete l’impossibile…

 

Colpisce la scelta di indagare e di approfondire maggiormente i personaggi femminili (Alessia e Nadia) per lasciare un po’ più sullo sfondo i corrispettivi maschili (Matteo e Federico). Come mai?

Avevo un’urgenza, quella di raccontare la mia idea di femminilità e quindi tengo moltissimo ai personaggi di Alessia e Nadia (in verità si tiene tantissimo a tutti i personaggi, ma questa è un’altra storia…). Le mie esperienze personali con la sfera femminile, spesso deludenti, mi hanno portato ad analizzare il più possibile i significati che ci sono dietro ai modi di fare, i comportamenti nascosti, le parole non dette delle ragazze. Sono partito dalle mie esperienze per costruire la femminilità di Alessia e Nadia. E poi, al dunque, è molto più interessante confrontarsi e scrivere di personaggi femminili, sfera più lontana da quella maschile che conosco (ovviamente) di più.

 

E poi ci sono le lettere. Intense, sentite. Sono lettere che avresti voluto scrivere tu nella vita reale?

Ci sono delle parole che avrei voluto dire ad alcune ragazze. Non me ne è mai stata data l’opportunità e allora le ho scritte. Ho cercato di raccontare nel modo più diretto possibile cosa significa per me amare una persona e cosa significa poter esprimere amore. Era un urgenza che sentivo in modo fortissimo. Le ho scritte quasi tutte di getto, senza pensarci, le prime sensazioni che ho avuto immedesimandomi in Nadia o Federico sono diventate le lettere. La prima stesura è quella finita nel libro.

 

Uno dei leit motiv di tutti il libro è questa volontà di andare “oltre”: oltre le parole, oltre l’evidenza, oltre il verosimile. Un libro che testualmente riporta: “Le parole sono poca cosa” fa sorridere, sembra quasi una sfida a cercare oltre lo scritto e il tangibile il vero “senso”. Eppure parte tutto dalle parole, in questo caso (e nel caso di ogni “libro”), come hai vissuto, da scrittore, questa apparente contraddizione?

Bisogna cercare il sentimento che si vuole trasmettere attraverso le parole. Le parole sono “poca cosa” perché cercano di fermare, descrivere qualcosa che è totalmente intangibile, l’amore. Le parole, quelle che mancano ad Alessia, e che ricerca per tutto il romanzo sono quelle per trasmettere un messaggio ma Alessia è cosciente, sempre, che l’amore va ben oltre le semplici parole. E lo scopre attraverso Nadia e Federico. Le parole sono un mezzo, sono “poca cosa”. Ma allo stesso tempo le parole sono fondamentali perché senza quelle non si può neanche provare a esprimere quello che si prova per un’altra persona. La contraddizione c’è, è evidente, ma la trovo bellissima.

 

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