Intervista a Luca Rinarelli

Luca Rinarelli
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Luca, classe ’75, vive a Torino. In realtà ha iniziato a viverci da quando aveva vent’anni, dopo aver trascorso la sua infanzia tra le colline del Roero. Nel capoluogo piemontese si è laureato in Scienze Politiche e lavora come impiegato. È appassionato di Storia del Novecento, di cinema e, soprattutto, di fotografia. Da anni fa parte di un’associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e, intanto, ha fatto il suo esordio nel panorama letterario, riscuotendo una serie di ottimi consensi. Il suo sguardo è quello di chi giunge dalla provincia in una grande città e inizia ad osservare con occhi famelici; e dopo aver osservato, inizia a descrivere. Ciò che Luca fa attraverso la fotografia e attraverso la scrittura.




In perfetto orario è un romanzo noir contraddistinto da una dettagliata cura dell’immagine fotografica. Cosa rappresentano per te la scrittura e la fotografia?

La fotografia è stata una specie di scoperta, avvenuta grazie a un amico. In senso puramente meccanico, la macchina fotografica è stata il primo mezzo che mi ha spinto a tradurre quel che vedevo e sentivo in una forma comprensibile anche per altre persone. Parlo di fotografia nel senso novecentesco del termine, quindi non di digitale e Photoshop. E’ immediata, è un’immagine che sembra costringere gli altri a vedere quello che hai visto tu. Io scelgo cosa dirti e come dirtelo. Ovviamente non è così, perché coloro che guarderanno quella fotografia, lo faranno con i propri occhi. La scrittura è del tutto diversa per me. Mi permette di inventare una storia, delle vite, delle persone, anche dei luoghi. Non ci si limita a interpretare la realtà e a mostrarla da un certo punto di vista. Scrivendo si può davvero inventare. Certo si usano pezzi di realtà, ma si è del tutto liberi di montare, aggiungere, togliere, modificare. In perfetto orario è certamente molto “fotografico”, semplicemente perché il mio modo di scrivere riflette come percepisco ciò che mi circonda: modalità audio-video-tattile-olfattiva. Come il mio gatto...

 


Ci sono scrittori ai quali ti sei ispirato?
No, nessuno. Leggo, e vi sono alcuni scrittori che mi piacciono davvero tanto e che ammiro. Ma vengo ispirato dalla realtà che mi circonda, dai luoghi e dalle persone che vedo e che sento. Questa è la prima fonte di ispirazione. La seconda fonte di ispirazione è il cinema, più che la letteratura, proprio perché mi esprimo per immagini. In perfetto orario è stato ispirato da luoghi e persone reali, ma deriva anche dalle suggestioni e dalle emozioni che mi hanno dato due film: “Goodbye Lenin” e “Il nemico alle porte”. Il primo mi ha acceso una lampadina riguardo alla difficoltà di cambiare e riadattarsi ad un ambiente che muta. La storia di questa donna figlia della Germania Est, convinta che il sistema socialista possa essere migliorato, e che entra in coma prima del crollo del Muro e che si risveglia dopo, è davvero commovente. Il secondo film, ambientato durante la battaglia di Stalingrado, mi ha impressionato per il paesaggio. Le fabbriche distrutte nelle quali si inseguono i due cecchini erano incredibilmente simili a quelle di Torino in dismissione, che ho fotografato. Mi è venuto in mente di farle diventare una parte della location del romanzo.

 


Nel romanzo c’è un personaggio, Giovanni Scavino detto “Gian”, un ex fotoreporter caduto in disgrazia, che ha mollato tutto ed è diventato un “invisibile”, un clochard, una di quelle persone di cui ti occupi con la tua attività di volontariato. Con quanti “Gian” ti confronti ogni giorno?
Non so se riuscirei a svolgere questa attività tutti giorni, per lavoro. Certo coinvolge molto, emotivamente. Ci sono molte persone che finiscono in strada, per i motivi più diversi. Un divorzio, la perdita del lavoro e del reddito. Alcuni, usciti dal carcere, non riescono ad avere alternative ai piccoli espedienti e ai dormitori pubblici. Nell’attuale situazione economica, e con le regole attuali del mercato del lavoro, non ci vuole nulla a finire sulla strada. Questo mi ha sempre inquietato.

 


Tu descrivi una Torino povera, una Torino notturna e, a tratti, “maledetta”. Qual è il tuo pensiero sulla città in cui vivi?
Mi ha sempre affascinato. C’è una certa mitologia maledetta su Torino, è vero, ma credo che sia esagerata. Dal punto di vista del crimine, credo che rientri nella media delle altre città dell’Europa Occidentale. Ovviamente con la crisi dell’industria la città si è impoverita, e io forse pongo l’accento su questo aspetto proprio perché mi confronto spesso con persone che hanno difficoltà. E’ una città anche molto ricca, in alcuni suoi settori, e di sicuro è “inventiva”, creativa. Questo mi è sempre piaciuto. Il fatto che il torinese ormai abbia le origini culturali più diverse, come succede a Londra o Parigi, a me piace molto. Dal punto di vista estetico, continuo a pensare che sia una delle città italiane con il centro storico più bello e intrigante, per differenze e sovrapposizioni di stili, solo che invece di provare un senso di confusione, passeggiando si ha sempre l’impressione che qualcuno abbia deciso, con un disegno ben preciso, che il tutto dovesse essere così. Torino inoltre esprime perfettamente tutti i miei stati d’animo.

 


I tuoi personaggi si muovono in una dimensione di crisi. Economica, sociale, esistenziale. Qual è il messaggio che si cela nel tuo romanzo?
Gli uomini hanno paura dei cambiamenti. Spesso, anche quando si sta male, si continuano a ripercorrere sempre le stesse strade, perché si crede di non conoscerne altre. A me è capitato spesso. Non è vero, e lo sappiamo bene, ma la paura ci blocca e ci fa guardare indietro invece che avanti. Le crisi, anche le sofferenze, possono provocare delle reazioni, che a me ricordano quasi a quelle chimiche. E’ questo ad affascinarmi degli incontri casuali, che sono la continua chiave di volta di tutto il libro. Si incontrano due persone sole e senza speranza, e si cambiano la vita a vicenda.

 


Vista con gli occhi dello scrittore, come ti sembra la situazione editoriale italiana?
Non so dirti bene, ci sono appena capitato dentro. Grandi disparità di mezzi tra editori grandi e piccoli, moltissime pubblicazioni, il che ti dà maggiori possibilità di pubblicare, ma rende anche il tuo lavoro una goccia nel mare. Pressoché invisibile.

 


Dopo l’esordio di In perfetto orario, hai cambiato leggermente direzione scrivendo un libro di denuncia: La gabbia dei matti. Come è stato approcciarsi ad un tema sociale così delicato e sempre attuale come l’abuso e le violenze da parte delle forze dell’ordine?
Tutto è nato da un fatto. Vedere le foto del cadavere di Stefano Cucchi ha rotto qualcosa dentro di me. Una sorta di cortocircuito emotivo che ha messo in moto il cervello. Ho iniziato ad informarmi, a documentarmi su questi casi che purtroppo non sono pochi. La storia a cui ho pensato per La gabbia dei matti è un urlo di rabbia. Ho immaginato una cooperativa sociale che si occupa di disabilità mentale: la Regione taglia i fondi, gli operatori perdono il lavoro e gli utenti perdono tutto. Uno di questi, depresso cronico, dà in escandescenze, viene arrestato e restituito morto il giorno dopo. Questo scatena la guerra. Per tenere la barra dritta, sia dal punto di vista narrativo che emotivo, ho mondato il composto da tutto ciò che era sovrastruttura. Andare al nucleo primordiale della questione, per poi assemblare poco a poco i vari pezzi su questo stesso nucleo. Il caso Aldrovandi, per esempio. Se per un attimo io non mi occupassi di Stato e forze dell’ordine, se io non guardassi le mostrine e le divise, vedrei solamente un terribile atto di violenza vigliacca di quattro contro uno. Poi riconsidero le divise, lo Stato. E allora al sopruso si aggiunge sopruso, ma soprattutto la rottura del rapporto di fiducia “democratico” tra i cittadini e chi dovrebbe tutelarli. Dopodiché c’è il comportamento dei media, e via dicendo. Ma partire dal nocciolo è stato davvero utile. Credo che nella letteratura noir sia necessario andare al cuore di ciò che si vuole narrare, che essenzialmente ha a che fare con la violenza. Sentire come ingiusto o inaccettabile un fatto di cronaca per poi costruirci una storia.


E ora il ritorno di Werner Hartenstein con Inverno rosso...
Werner non è un semplice residuato della DDR e del mondo pre-cortina di ferro: è un soldato, un “cavaliere” della parte che ha perso e che non ha mai superato il trauma della sconfitta. Alla caduta del Muro, agente operativo del KGB e della STASI, si ritrova anche senza lavoro. Prende a vagabondare per l’Europa e si inselvatichisce, si chiude sempre più in se stesso. Si ferma a Torino perché incontra Alfredo, un barbone che gli diventa amico e che si prende cura di lui, insegnandogli la vita di strada. Rispetto a In perfetto orario sì è evoluto, credo sia un personaggio più completo e il lettore potrà esplorare il suo passato. Werner è un rude laconico, tendenzialmente misantropo solitario e riesce a legare solo con pochissime persone. In Inverno rosso ha smesso di uccidere per mestiere e sbarca il lunario come lavapiatti. Un uomo minimale: pasti frugali, pochi abiti semplici, dorme in un sacco a pelo sopra un materasso nel suo piccolo appartamento. Werner è anche un alcolista, però non volevo scadere nel cliché noir dell’investigatore che beve e fuma tanto. Per lui è un problema e tenta di separarsi dalla bottiglia con una fatica estrema. È però anche una macchina da guerra dalla potenza devastante temporaneamente a riposo. Quando gli toccano gli affetti…


Nel tuo romanzo d’esordio descrivevi una città, Torino, in crisi. In Inverno rosso le cose sembrano addirittura peggiorate, non trovi?
Io mi occupo di una Torino che in genere non viene narrata, vale a dire quella di periferia, piena di disoccupati e impoverita fino allo stremo. Le cose sono peggiorate non solo nel mio romanzo e non solo a Torino: in tutto il mondo occidentale, la grande crisi finanziaria ha creato schiere di disoccupati e di famiglie in difficoltà estrema. Certo, la crisi di Torino ha qualcosa di diverso e precedente: la fine della grande produzione metalmeccanica e automobilistica, il tentativo, solo in parte riuscito, di diventare un polo turistico attraverso il volano delle Olimpiadi invernali del 2006. Poi va da sé che Torino sia anche una città stupenda, con degli scorci di una bellezza che definirei quasi struggente: ho cercato di far emergere queste immagini giocando a far contrasto con le “scenografie” decrepite e moribonde.


Werner è un tedesco della Repubblica Democratica. Come nasce la passione per quella parte di storia e per tutto ciò che le ruota attorno?
Il suo essere contemporaneamente tedesco e “soldato comunista” mi è servito per vari motivi. Innanzitutto volevo un occhio forestiero che scrutasse la mia città, già nel primo romanzo del 2009. Torino ha avuto varie ondate di immigrazione e io avevo bisogno di un immigrato, un non piemontese. Allo stesso tempo mi serviva uno “straniero” insolito, con una storia nella Storia molto potente alle spalle e mai digerita. Werner non è un eroe perfetto. Ha anche delle piccole meschinità ideologiche: siccome ha creduto negli ideali del comunismo e ne ha patito la sconfitta, la crisi dell’economia occidentale in un certo senso lo fa quasi godere: “Visto? Adesso tocca a voi…”.



Inverno rosso racconta una realtà, quella dei clochard, che sembri conoscere a fondo...
Per una dozzina d’anni sono stato volontario presso un’associazione che si occupa di persone senza fissa dimora. Rispetto a quando ho iniziato, adesso le persone che finiscono sulla strada sono molte di più e in gran parte diverse. Non c’è più differenza di età o di mestiere e anche chi fino al mese prima aveva un lavoro sicuro è a rischio. Quel che fa la differenza sono le relazioni, il non essere soli. Se perdi il lavoro e non hai nessuno, perdi la casa, la speranza e scendi in un vortice che è difficile contrastare.


Amicizia, solidarietà, amore. Nelle pagine del tuo romanzo vi è tanta sofferenza ma anche sentimenti forti che spingono i personaggi alle loro azioni...
Vero. Mi piace ancora pensare che alcuni esseri umani si muovano, prendano decisioni coraggiose o combattano per ciò che veramente conta, per quelle poche cose che ci distinguono da un sasso o da un tombino. In fondo è questo che distingue Werner dal suo antagonista Martin: anche se in passato hanno ucciso assieme, uno tende all’empatia, specie verso chi è indifeso. L’altro è quasi del tutto anaffettivo. Werner è uno che per Bof o per la bella Ilenia darebbe la vita senza fiatare, Martin ucciderebbe sua madre, se lo pagassero per farlo.


Siamo al secondo episodio della “saga di Werner”. E ora?
Sono nella fase del concepimento del terzo episodio, ma anche immerso in altri progetti. Dovrebbe uscire a breve un’antologia di racconti ambientati a Torino per l’editore Novecento media e sempre in questi giorni dovremmo presentare il progetto Torinoir, assieme ad altri undici autori torinesi di genere. Qualcosa si muove.

I libri di Luca Rinarelli

 

 

 
 
 
 
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