Intervista a Luca Romano

Luca Romano
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Luca Romano, classe 1955 e origini austriache, ama la fotografia d’arte e la letteratura: il suo primo romanzo, L’angelo egoista, parla di questo. Di arte, immagini, camera oscura, amori, bellezza e inquadrature. Dopo un saggio sulla potenza della Cina negli anni dei Deng Xiaoping, e una brillante carriera di studi in Relazioni internazionali e Storia Contemporanea a Parigi, ha militato nel giornalismo come corrispondente estero per molti anni. Il suo debutto – degno di nota e attenzione – è un affresco realistico della Parigi degli anni ’30, ma non solo…

 
Lee Miller - la protagonista del tuo romanzo L'angelo egoista - è la donna che tutte, segretamente, vorrebbero essere. Bella, colta, creativa, priva di schemi, libera da ogni vincolo. E alla fine è triste, disperata. Sembrerebbe una contraddizione e invece è così che vanno le cose…
Lee era una donna senza paura, senza inibizioni e molto intelligente, qualità che le hanno permesso di vivere una vita intensa e appassionante. Ha incanalato tutta la sua energia creativa, tutti i suoi molteplici talenti, e li ha riversati non tanto in opere d’arte quanto nella vita. La sua vita stessa era un’opera d’arte, o un romanzo, un’epopea. Ha tenuto diari dettagliati da ragazza e anche le sue fotografie possono essere lette come un diario. Non aveva come traguardo la felicità, intesa come una vita serena, libera da affanni, circondata da affetti. Ma quando più o meno si rassegnò a invecchiare e ad accontentarsi di quello che gli altri ambivano, scoprì che per lei era come un whisky annacquato. Mancava di mordente. Così suppliva con la bottiglia.
 
 
Ti saresti mai innamorato di una donna del genere? O sono soltanto i protagonisti del tuo romanzo a cadere ai suoi piedi al punto di umiliarsi?
Vorrei dire no: non mi sarei innamorato di Lee. E penso che Lee non si sarebbe innamorata di me. Ma non ne sono tanto sicuro. Nella vita di Lee quasi tutti cadevano ai suoi piedi e molti si umiliavano, a cominciare da Man Ray che rimase talmente bruciato dall’esperienza che nella sua autobiografia dedicò pochissime pagine a lei, mentre su Kiki de Montaparnasse scrisse capitoli interi. Temo che Lee mi avrebbe sedotto (senza neanche provarci) che è tutt’altra cosa.
 
 
Dadaismo, surrealismo, l’arte come avanguardia, risposta anticonformista alla società. Ne sei un appassionato?
Il dadaismo e il surrealismo sono un po’ l’infanzia dell’arte del 20mo secolo. Fanno tenerezza e danno nostalgia. Ma sono stati totalmente superati. Quanto all’arte come avanguardia ho qualche dubbio. Le fotografie hard di Mapplethorpe, quelle veramente toste, saranno viste un giorno come arte anche dalle masse? Spero di no. Vorrebbe dire che per essere all’avanguardia bisogna essere sempre più scandalosi e trasgressivi e non riesco a immaginare a cosa possa rassomigliare una città in cui le immagini che oggi i piu’ considerano rivoltanti siano considerate ammirevoli dalla maggioranza. Ci sono molti modi di essere artista, non solo quello di épater le bourgeois.
 
E la fotografia? Gioca un ruolo fondamentale, le pagine stesse sono la narrazione fotografica, ma approfondita, degli eventi...
Sono un appassionato di fotografia e anche per questo ho scelto Lee Miller come soggetto di romanzo. Ho usato i dettagli delle sue immagini per ricreare i luoghi e il più possibile l’atmosfera delle scene. Come fotografo, anche se non professionista, ho un’idea abbastanza chiara delle sfide e delle soddisfazioni del mestiere.
 
Come ti sei documentato riguardo alle figure di Man Ray, Chaplin, Cocteau? Sono così reali che sembra quasi tu li abbia conosciuti personalmente. 
Grazie del complimento! Questa è una domanda che mi fanno spesso. Io sarei stato felice di includere una bibliografia alla fine del romanzo, ma è un’abitudine che non attecchisce in Italia. In due parole, oltre alla magistrale biografia di Lee scritta da Carolyn Burke e tutti i libri e articoli che sono mai stati scritti su di lei, ho usato le biografie e le autobiografie dei personaggi principali (quando c’erano), ho consultato i giornali dell’epoca, ho visto “Il Sangue di un poeta” di Cocteau una diecina volte, ho visitato la tomba di Man Ray al cimitero di Montparnasse, sono stato a Poughkeepsie (New York) a vedere dove era nata e cresciuta Lee, e ho anche pranzato alla Coupole, a Parigi. Ma la fonte più importante sono le fotografie stesse di Lee e di altri fotografi del suo tempo. Basta osservarle con molta attenzione ed è come entrare nello specchio di Alice.
 
La guerra porta con sé un senso di disperato attaccamento alla vita anche nel momento in cui si è più fragili che mai… non trovi? Se ne esce trasfigurati. Potremmo mai comprenderla?
Uno dei motivi per cui la guerra c’è stata e ci sarà sempre, fino a quando ci saranno uomini (e donne), è che non si è mai così vivi come quando si combatte a morte. Ma non lo dico per esperienza diretta.
 
L’amore che il narratore nutre per Lee va oltre il comune senso di sentimento. È qualcosa di ancora più profondo. Lui è l’unico capace di non farla sentire in gabbia. È questo il segreto per non essere dimenticati?
Non ha molta scelta. Se non la lascia libera la perde, e lui non vuole perderla. Non possiamo possedere gli altri, soprattutto non le persone a cui vogliamo veramente bene. Ma chi ci riesce davvero? Alla fine fa premio l’egoismo di tenerci quello che abbiamo. Ma come recita un vecchio detto taoista (riscritto a modo mio), per trattenere la coccinella bisogna aprire le dita e lasciarla volare.
 
A che cosa pensavi quando hai deciso di scrivere L’angelo egoista? Illuminazione o lavoro che covava da tempo?
Scrivere è per il novanta per cento lavoro e per il dieci per cento illuminazione. Tante piccole illuminazioni che vengono avanzando e che a volte ti sorprendono. Quello che covava si è schiuso scrivendo.
 
Romanzo storico, sentimentale, artistico-culturale. A quale sfera ti senti più vicino?
Riconosco che le categorie sono importanti da un punto di vista di marketing. Gli editori amano definire le cose per sapere a chi offrire il prodotto. A me invece piacerebbe scrivere storie che ti catturano, che leggi tutto d’un fiato e che ti lasciano con il senso che mentre leggevi hai vissuto un’altra vita, che non era la tua.
 
 
Adesso che puoi finalmente osservare l’opera da spettatore esterno vorresti cambiare qualcosa?
So che non è un romanzo perfetto. Ma non ero libero di cambiare nulla alla vita di Lee. Solo il narratore immaginario avrebbe potuto essere diverso, solo a lui potevano capitare altri episodi di vita. Ho scelto un inglese a ragion veduta, però, lo volevo appassionato, ma con abbastanza self-control. Tutto il contrario di me.
 
Scrivere è sofferenza o senso di liberazione?
A volte è anche una scusa per bere una buona bottiglia di vino rosso.
 
La prossima storia parlerà di?
La prossima storia è un giallo, quasi un noir, che si svolge a San Francisco nell’estate del 2008. Un reporter di cronaca nera, D.G. Stone, è chiamato dal suo amico d’infanzia, il capitano Harry Dugan, a vedere la scena di un brutto delitto. Ma Dugan non la conta giusta al suo amico e Stone lo intuisce. Il giornalista incomincia un’inchiesta che lo porterà a scoprire perché Harry gli ha mentito e qualche altra verità nascosta che avrebbe preferito non sapere...

 

 

 

 
 
 
 
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