Intervista a Luciano Troisio

Luciano Troisio
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E’ appena rientrato dal uno dei suoi frequenti, interminabili viaggi in Oriente, quando mi riceve nella sua abitazione di Padova. Sarei tentato di scrivere che Luciano Troisio non ha bisogno di presentazione, se non mi appartenesse l’amara consapevolezza che abitiamo un paese che consuma solo bestseller. L’uomo che mi trovo dinanzi, autore di prestigiose pubblicazioni a carattere scientifico, di scritti in prosa, ma soprattutto di importanti raccolte poetiche è stato ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova ed ha insegnato negli atenei di Pechino, Shanghai, Bratislava e Lubiana. Ora egli è un grande occhio spalancato sull’Oriente, che cerca di raccogliere quanto attraversa per un attimo la sua pupilla.

 
 
Nuvole di Drago ha un andamento non sistematico. Sembra quasi una forma di intrattenimento con il lettore, una sorta di opera aperta. Per chi scrivi le tue impressioni di viaggio? 
Intrattenersi con il lettore sarebbe l’ideale. Intanto scrivo per lui. Questo primo volume fornisce quasi un’antologia scelta tra abbondante materiale. Certamente è un’opera aperta; ho visitato molte destinazioni più volte, scrivendo diari ogni volta autonomi. Ho vissuto a Shanghai per oltre quattro anni: potrei raccontarne molte, anche di brutte. Ero lì nei giorni di Tiananmen (3 giugno 1989). Il mio diario è ancora inedito. In questo libro propongo soltanto anticipazioni “politicamente corrette”.
 
Il viaggio normalmente è legato all’innamoramento per un luogo o per una cultura. Come e quando nasce in te l’amore per l’Oriente? 
L’Oriente mi ha sempre affascinato, sia pure in modo molto indistinto. Da bambino non sarei riuscito a distinguere un cinese da un giapponese, o da un birmano. Il film “Obiettivo Burma”, con le marcette di John Wayne, visto al cinema dell’oratorio, non l’ho più dimenticato. La copertina di Life anni 50 in bianco e nero, con le danzatrici balinesi, l’ho vista in mano ad amici più ricchi di me (forse a casa del figlio del Primario). Per me Bali poteva essere a lato di Tahiti, o in qualsiasi altra parte a oriente. Alle medie avevamo un buona biblioteca. Il primo libro che ho letto è stato il diario (censurato dai riferimenti e usi sessuali) di Pigafetta. Le isole dei Ladroni e tutte le altre vicende anche tragiche mi hanno molto impressionato. Ho viaggiato prima in Europa, poi per la prima volta nel 1975 ho visitato, con due amici molto più esperti di me, la Tailandia, il Laos prima del comunismo, e giù fino a Singapore e Bali. E’ stata la magica scoperta della mia vita. 
 
Di solito quanto ti trattieni nei luoghi che raggiungi? Quali sono le ragioni che ti trattengono in un posto più a lungo rispetto ad un altro? 
L’unico aspetto che mi interessa davvero è quello culturale. Ovviamente in passato sono stato più sensibile alle grazie femminili, ma ho sempre avuto una certa avversione per i rapporti mercenari con le donne locali, costrette da trista nefanda necessità e sfruttate (per non parlare poi del rischio di malattie veneree. La mia generazione proviene dall’epoca della terribile sifilide. Non che oggi le cose vadano tanto meglio). In genere rivolgevo le mie attenzioni verso le turiste. Ora non più (a meno che non sia insistentemente corteggiato da bonone). A volte si incontrano donne molto educate, colte e simpatiche, con le quali è piacevole conversare anche in altre lingue. Molte persone perbene pensano che io viaggi per torbidi motivi erotici (come se a Padova non ci fossero occasioni, comprese le suddette e le loro mamme, e risparmiando poi sul volo). La seconda ragione è il clima. Bisogna viaggiare durante la stagione secca, evitare le piogge monsoniche. Viaggio da solo, mi sposto quando voglio, calcolo i tempi a discrezione, come leggendo un fumetto, e non vedendolo al cinema dove la scansione è decisa da altri. Posso fermarmi una notte o molto di più. Nell’ultimo viaggio, in Laos mi sono fermato nella sola città di Luang Prabang per 25 giorni, ammaliato dalla calma, dalla mancanza di traffico, dall’atmosfera (confesso di averlo fatto per scrivere un lungo racconto).
 
Chi arriva in un determinato paese è sempre un diverso per chi vi abita. Nel tuo caso che tipo di accoglienza ricevi? 
Tu mi fai ricordare il primo viaggio in Cina nel 1983, ma anche il soggiorno di quattro anni dal 1987 al 1992; i cinesi erano educati al disprezzo verso l’occidentale (chiamato in tre modi: barbaro, nasolungo, diavolo dell’occidente). Spesso per strada i passanti incontrandomi arricciavano il naso e allargavano la parte inferiore della bocca, in segno di schifo. Ora non è più così. I cinesi sono molto superbi, affetti da un grande complesso di superiorità, che mi riempiva sempre d’allegria, quando a letto ringraziavo Dio per il lato B di non essere nato cinese. Invece gli indocinesi sono molto più dolci, gentili e ospitali. Anche gli indonesiani musulmani di Giava, di cui non potrei dire che bene, perché sono persone rispettose, moderate e perfino simpatiche, anche le donne. Ragazze molto belle che se ne vanno in giro in motorino a gambe nude. L’accoglienza è ottima, se hai dollari in tasca. Mi è capitato di non averne: l’accoglienza muta immediatamente, si diventa istantaneamente intoccabili. Il motto è “no money no honey”. Il turista è un re, però se succede il minimo inconveniente, tutto si rovescia e puoi morire di fame. Questo dovunque, compresa l’Italia. La gente che gravita intorno al turista di solito è la peggiore feccia, incline all’inganno e alla truffa (ho una poderosa esperienza sincronica).
 
Ogni tanto non ti capita di avvertire un fremito d’insofferenza nei confronti dei nostri connazionali che incontri all’estero? 
Non sempre, ma molto spesso. Sono molto rumorosi e disordinati. Ma non solo i soli e forse nemmeno i peggiori. Ne ho incontrato anche di decenti, con alcuni conservo i rapporti, ci mandiamo informazioni via e-mail. Quando ci incontriamo all’estero mangiamo insieme, facciamo anche escursioni. A Cieng Mai (nord Tailandia) ho conosciuto due itali maturi playboy. Ci vedevamo solo la sera a cena (perché non avevano interessi culturali), poi andavamo al mercato notturno. Comperavano soprattutto orologi e borse contraffatte (fase che ho superato ormai da decenni). Alle nove li salutavo e tornavo a casa. Loro aspettavano le dieci per andare a folleggiare in discoteca. 
 
Provi mai un po’ di vergogna quando devi tirare fuori il passaporto italiano ? 
Assolutamente no. Sono stato dipendente del Ministero degli Esteri (con passaporto diplomatico di servizio) per 14 anni all’estero. Ho sempre cercato di mantenere un ottimo comportamento, di onorare il mio paese che mi aveva inviato ufficialmente, ho fatto il tifo per tutte le squadre azzurre che venivano a gareggiare, e così per i musicisti, teatranti, perfino per i letterati italiani in visita. Al fine di evitare il vuoto assoluto costringevo i miei studenti ad ascoltare le loro noiose e banali conferenze. La targa e il passaporto diplomatici mi hanno spesso protetto dall’arrogante stupidità di burocrati e vigili urbani. Ho fatto anche gli esami per la patente cinese, dato che la BNL mi aveva regalato una vecchia auto Mazda. Quando sono in fila per il controllo passaporti, siccome l’80 % dei turisti viene dall’Unione, i passaporti color lilla sembrano tutti uguali. A volte tengo la copertina verso il basso per non farmi identificare dagli altri europei. Del resto anch’io sbircio i loro passaporti, e dal grado di villania cerco di divinare la nazionalità. Concludendo: non ho mai invidiato un’altra nazionalità e in nessun caso muterei la mia. 
 
L’originalità dei tuoi resoconti è dovuta a mio avviso al fatto di interrogare la verità delle cose con animo disincantato e a tratti persino scanzonato… 
Da parecchio ho deciso di non tenere in nessun conto convenienze e mode: cerco soltanto di annotare quel che vedo. 
 
Nella tua carriera di poeta a quali autori hai guardato con maggiore insistenza? E a quale ti senti più affine? 
Ricordo negli anni 50 l’antologia curata da Masselli-Cibotto pubblicata da Vallecchi. Quegli autori mi hanno stregato. Negli anni sessanta, il decennio delle radiose esagerazioni, ho attraversato tutta la gamma degli estremismi, dei gruppuscoli. La Neoavanguardia mi ha visto neofita, forse lì ho davvero scoperto il Neosperimentalismo che non ho più abbandonato, sebbene, come sai, abbia ormai abbandonato la provocazione della non comunicabilità del Prof. Sanguineti, orientandomi sul versante della condivisione (apparentemente più semplice) come dimostro con quello che scrivo. Appartengo all’ ”Area cultissima” veneta, quindi, dopo le grandi cotte, non potevo che abbandonare il fragile (psichicamente) ambito ”industriale”–operaio (quasi lombardo) della triste Ragazza Carla, per il più illustre, luminoso e solido “paesaggio” neopetrarchesco, seppur devastato da nigredo, della mia opulenta regione. Mi ritengo troppo debole per dichiararmi affine a qualcuno (se lo facessi farei però una pessima figura…)
 
Alla luce delle tue frequentazioni culturali tra oriente ed occidente, qual è lo stato di salute della nostra civiltà contemporanea? 
Mi sembra che stia poco bene. Io comunque ne sarò coinvolto ancor per poco, dato che mio leasing va verso la scadenza. Nonostante tutto sono ottimista. 
 
Quali sono i poeti che trovi maggiormente interessanti nel nostro paese?  
Se intendi del XXI secolo, non mi pare di aver individuato grandi figure né grandi novità, quindi preferisco quelli del millennio scorso, una decina che non occorre citare , perché credo che tutti siamo d’accordo sul loro valore letterario. Ci sono parecchi giovani (fino ai cinquanta) di talento. Vedremo.
 
Che ne pensi della tanto declamata nuova generazione di poeti cinesi? 
Io sono fermo al “Pesce fossile rinato” cioè ai poeti che hanno fatto sentire la loro voce costretta la silenzio, dopo il crollo della rivoluzione culturale (1976): in quella antologia ci sono poeti e poetesse di grande livello. A Shanghai, con l’aiuto delle mie studentesse, ho anche tentato di tradurre due poetesse di grande bravura, una di Taiwan: Xi Mu Rong, in assoluto la migliore (secondo me), e una della Repubblica popolare: Shu Ting. Ambedue di grande fascino. Ho letto alcune scrittrici giovanissime di Shanghai, ma non mi sento in sintonia…
 
Quale libro stai leggendo in questo momento? 
Non leggo mai un solo libro ma tre o quattro alla volta, perché mi stanco presto: sto rileggendo “L’infinito viaggiare” di Claudio Magris”, “Il lume degli occhi” di Domenico Cara, “Manto di vita” di Pietro Pancamo, “Arte di prudenza di Balthasar Gratian”, l’antologia poetica “Terre”, dieci autori padovani del gruppo “Inverso”. Da gennaio non ho ancora finito, ma quasi, “I fiori blu” di Raymond Queneau, comperato di seconda mano nell’isola di Lanta (Thailandia).
 
 
I libri di Luciano Troisio

 

 

 

 
 
 
 
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