Intervista a Luigi Romolo Carrino

Luigi Romolo Carrino
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Il suo blog, scritte grigie su sfondo bianco, evoca mondi sottopelle, secchi e bruciati: dalle "Acquemagre" alle "Arti anoressiche", nel mezzo si immaginano mondi popolati di parole contorte e suoni metallici, dove la consolazione è cosa ormai fuori moda. E a leggere i suoi libri (un plauso andrebbe alla scelta dei titoli, mai banali), permane la sensazione di aver visitato un universo oscuro, fatto di frasi lucenti e taglienti come lame. Per fortuna, a guidarci e non lasciarci soli in un lungo viaggio nella giungla della follia, c'è la penna salda del suo creatore, Luigi Romolo Carrino.

Pozzoromolo è il diario, scritto in prima persona, di chi in un ospedale psichiatrico giudiziario sta trascorrendo l'esistenza dopo anni bruciati dalla sofferenza: come e perché è nata Gioia, un personaggio costruito su un passato doloroso, dall'identità sessuale incerta, che nella vita sembra non aver mai incontrato nemmeno una pallida felicità?
Pozzoromolo è sangue crudo. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale Gioia è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della sua mente e risalirne quindi modificati, purificati. C’è stato un periodo della mia vita che ho utilizzato la scrittura come catarsi, come cura. Ero praticamente muto, non parlavo. Gioia nasce da qui. E poi molte delle cose di Gioia sono mie, come la paura di non riconoscersi, la paura di pensare, il discorso sul nodo genitoriale. Ma è tutto trasformato, allocato nella toponomastica del ricordo.
 
Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari per narrare una storia intrisa di follia? Cosa hai letto prima e durante la scrittura di un libro ambientato in un OPG?
La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Ma anche gli studi di Lurija... Ho una fissazione sul discorso ‘memoria’. Ho letto anche molti testi dell’editore “Sensibili alle foglie”, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto ma anche dal Fitzgerald di Tenera è la notte, dalla Morante de La Storia, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare, l’immensa Kristof della Trilogia della città di K., da Süskind, Buzzati, Carnevali, dalla Sechehaye del Diario di una schizofrenica… Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove esattamente proviene.
 
Avere a che fare con il male pagina dopo pagina ha comportato, da parte tua, un coinvolgimento emotivo particolare? Sei diventato almeno un po' Gioia, o sei rimasto il neutrale deus ex machina della narrazione?
Ma per tutti i libri che uno scrive, e secondo me vale per tutti gli scrittori, c’è un coinvolgimento emotivo. È la manifestazione di questa emotività a cambiare da autore ad autore. Se non ‘diventi’ quello che scrivi, se non vivi davanti alla tastiere le cose che scrivi, è difficile che venga fuori un bel lavoro. Ma questo non vuol dire stanislavskijare la scrittura, ovvero non penso che, ad esempio, Tolkien si sia incontrato con gli elfi nel bosco, prima di scrivere. Per dire che io sono stato Gioia, mentre scrivevo. Ma assolutamente non lo sono, adesso.
 
Hai mai avuto paura che una storia tanto forte, in cui si intrecciano morte, sesso e pazzia, fosse fatta oggetto di attenzione solo per il contenuto e non per la scrittura, per lo stile?
No, anzi. Lo stile della narrazione, assolutamente non ammiccante al lettore (sia in Pozzoromolo che in Acqua storta, e differente tra i due stessi romanzi) è la manifestazione implicita di un mio invito a non lasciarsi sedurre solo dagli elementi della storia. Ogni storia va raccontata in modo diverso, è la storia stessa che lo chiede. Io seguo questa regola.
 
Dopo l'uscita del primo libro, Acqua storta, sempre per Meridiano Zero, accolto con interesse e grande attenzione da stampa e lettori, hai avvertito l'ansia e la tensione crescere attorno ad un'altra tua prova letteraria?
Sì, anche se la tensione non è stata tutta a carico mio. Ho la fortuna avere un grande editore come Marco Vicentini. La sua guida, riguardo il mio lavoro, è decisamente importante per me. Ci abbiamo pensato più di un anno, prima di decidere se pubblicare Pozzoromolo come secondo libro. Alla fine, so che abbiamo fatto la scelta giusta.
 
Entrambi, Acqua storta e Pozzoromolo, raccontano storie ai margini della società: sono loro che, in qualche modo, vengono a cercarti, o è la tua scrittura ad aver bisogno di un certo tipo di avvenimenti, di vissuto, per poter dare il meglio?
Non saprei. Di certo però non parlerei di sfondo sociale. Io non ho parlato di camorra (nel primo romanzo), né dei meccanismi di cura/detenzione negli OPG (nel secondo). A me interessa raccontare la reclusione, la frammentazione, la disintegrazione, l’impedimento al divenire e il modo di appartenere al mondo. Giovanni in Acqua storta è parte di un sistema rigido, fatto di leggi non scritte che vanno rispettate: questo gli impedisce di essere se stesso, deve soffocare la sua natura di omosessuale. Gioia è un essere puro, devastato dall’infanzia, la più bella età dell’uomo. La ricerca di se stessa è infinita, durerà per tutta la vita. Non so se riuscirà nel suo intento. Queste storie prendono in prestito un contesto, assolutamente verosimigliante, ma è un’ambientazione, nulla di più.
 
I libri di Luigi Romolo Carrino

 

 

 

 
 
 
 
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