Intervista a Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda
Articolo di: 

Nell’ufficio stampa hanno appena disposto in file ordinate le sedie per i giornalisti, c’è attesa. Mi guardo intorno: siamo in pochi, spero che qualcuno faccia da interprete, ho un sacco di domande da fare. Mi siedo in prima fila, ho anche sonno, speriamo bene. Arriva Sepúlveda, grandi occhiali neri. Si accomoda, e poco dopo una donna sorridente si mette vicino a lui: leggo sul suo pass Giovanna Weber (scoprirò poco dopo che più che un’interprete è una fatina che faciliterà assai il mio lavoro tanto è brava). "Cominciamo" - ci dice l’addetta stampa - "domande?". Sono io l’unica che dorme in piedi? Nessuno rompe il ghiaccio, Sepúlveda è immobile. Mi schiarisco la voce, e a questo punto lui mi interrompe con un gesto.

Ehm...
Faccio una premessa. Per me è sempre difficile essere intelligente in generale, ancor più difficile esserlo la mattina, triplamente difficile se per tutta la notte ho dovuto combattere contro una zanzara. Verso le cinque, quando oramai era chiaro che non avrei vinto io, mi è tornato in mente un racconto dello scrittore boliviano Giuli Soya, la storia di un uomo e la sua terribile angoscia per una zanzara che lo tormentava, che non lo faceva dormire. Poi ad un tratto riesce a catturarla e pensa a quale sia il modo migliore per vendicarsi. Passa in rassegna tutte le peggiori torture e poi realizza che in fin dei conti lei ha tutto il diritto di pungerlo, in fondo fa il suo dovere. Allora la prende, chiamandola 'compagna zanzara', e le propone un patto: la invita a fare quello che deve lasciandosi pungere poi, quando è il suo turno, la schiaccia senza pietà.
 
Che scrittore è Luis Sepúlveda e quanto gioca l’ironia nei tuoi libri?
Mi considero uno scrittore di stampo cervantino, un ‘nipotino’ del grande Cervantes, colui che più di chiunque altro è stato un maestro nell’uso dello strumento dell’ironia, un’ironia intelligente e sensibile, al contrario del sarcasmo - che è sempre vigliacco e offensivo. Io cerco di scrivere dal punto di vista di una sana ironia fatta di amor e umor. In più sono cileno, e devo dire che una particolarità dell’uomo cileno è quella di ironizzare sempre soprattutto su se stesso - a differenza degli argentini. Se un argentino viene lasciato dalla moglie cercherà subito uno psicanalista e al massimo scriverà un tango tristissimo, un cileno invece darà una festa per gli amici per raccontare, trasformare l’abbandono cercando delle spiegazioni e ridere anche di questo. Negli anni del carcere, che vi assicuro sono stati molto duri, non ci trattavano bene, ci torturavano e una delle torture più comuni era quella di strapparci le unghie dei piedi, ma anche lì quando tornavamo alle nostre celle con i piedi sanguinanti e dolenti non era raro sentire qualcuno che diceva "Sono stato dal podologo stamani, una vera bestia, ma non gli ho certo lasciato la mancia!".
 

Nel tuo romanzo L'ombra di quel che eravamo compare per la prima volta Internet. Che rapporto hai con la tecnologia?
Ho un rapporto normale con Internet, lo uso per leggere la posta, ho una pagina Facebook, lavoro come giornalista, partecipo spesso al blog de Le monde diplomatique e mi è sembrato interessante includere tutto questo mondo anche nel libro. Le informazioni che ci si scambiamo nelle mail sono sintetiche, scritte in modo riassuntivo, e questo genere di scrittura può generare malintesi, altre volte situazioni divertenti, è una forma di scrittura meno naturale della corrispondenza a cui eravamo abituati prima.
 
Nel libro si fondono l’aspetto ironico con quello politico: il personaggio di Lolo Garmendia critica il socialismo rumeno, per esempio...
Rispondo da un punto di vista molto cileno. Nel 1970 in Cile avevamo una visione critica del socialismo dei paesi dell’Est, del comunismo cinese, mentre un atteggiamento favorevole e buoni rapporti con Cuba. Ma capivamo che Cuba era una cosa e noi un’altra: il Cile non era Cuba. Allende considerava i paesi dell’Est come campi di lavoro forzato sotto una bandiera rossa ed avevamo un’idea molto negativa del loro socialismo. Ho vissuto in Germania negli anni ottanta e la poca simpatia che avevo nei loro confronti si è moltiplicata, quel socialismo non l’avrei voluto né per quei paesi né per nessun altro.

 
Qual è il rapporto che hai con i tuoi personaggi?
Riesco ad iniziare a scrivere una nuova storia solo quando sento maturi i personaggi, quando sono sicuro di loro, quando oramai li amo, quando sono definiti e l’affetto che ho per loro li rende indipendenti. I romanzi non vengono scritti dall’autore ma dai personaggi, lo scrittore si limita a seguirli nel loro percorso. Nutro per ciascuno di loro un affetto particolare e quando termino di scrivere un libro è difficile per me lasciarli andare. In fondo per un certo periodo di tempo si vive in un mondo che è quello della finzione, in quel paese, in quella storia e quando tutto finisce è triste. Allora mi prendo una bottiglia di whisky - premetto non sono un alcolista né un bevitore - me la scolo e vado a letto. E quando mi risveglio ricomincio.
 

Come è nato L'ombra di quel che eravamo?
Tre anni fa mi ritrovai con dei vecchi amici per una cena in giardino, a Santiago del Cile. Un’occasione dopo tanti anni di ritrovarci per stare insieme, mangiare carne, bere un buon bicchiere di vino. Eravamo riuniti lì con le nostre mogli, i figli, i nipoti, tutti invitati nella casa di un amico di gioventù, Manuel Rodriguez, che è stato l’uomo più ricercato del paese durante il regime.  Manuel era a capo della più importante organizzazione patriottica e con la loro militanza durante la dittatura non avevano mai smesso di opporsi a Pinochet obbligandolo infine ad un negoziato pacifico. Lo osservavo mentre cucinava la carne con la sua ricetta segreta, mentre badava al fuoco, lo guardavo mentre faceva una cosa quotidiana, normale. Noi tutti eravamo lì a scambiarci reciprocamente le foto dei nipotini, a raccontarci degli aneddoti della militanza, dell’esilio, ma a nessuno venne in mente di farlo in modo epico. Ci raccontammo le storie ridendo anche di noi stessi. Bene, fu allora che mi venne l’idea di scrivere un romanzo di quattro uomini che si rincontrano, narrare un giorno solo, un giorno che li porta a raccontare il loro passato. 

È forte quindi la passione politica, un vero patrimonio del popolo cileno. Una bella differenza con l'Europa di oggi, non trovi?

Agli inizi del Novecento la produzione più importante del Cile era il salnitro, un fertilizzante estratto nelle miniere del nord del paese che veniva esportato in tutto il mondo. In quelle miniere è nata la classe operaia più combattiva mai esistita in America, formata dal punto di vista intellettuale dagli anarchici dai tolstojani, dai vegetariani convinti, da chi difendeva il nudismo, il sesso libero, e tutte queste tendenze messe insieme hanno poi portato alla formazione di una mentalità sociale e politica molto aperta, senza alcun dogmatismo e questo è un patrimonio che io rivendico e che tento con ogni mezzo di diffondere.
  
Cosa pensi dei giovani, delle nuove generazioni?
I giovani di oggi sono un caso a parte, quelli della mia generazione hanno ricevuto qualcosa da chi li ha preceduti, hanno ricevuto un testimone importante, noi invece li abbiamo delusi. Anche tutto questo disinteresse e mancata partecipazione alla vita sociale che si attribuisce loro secondo me non è reale disinteresse, ma incomprensione. Quando dovrò spiegare ad un ragazzo di sedici anni perché una parte di questa gente ha eletto Berlusconi so che sarà una cosa estremamente difficile da fare. I giovani di oggi devono andare alla ricerca di nuove forme di comunicazione, si trovano a dover ricostruire tutto da zero. Ho un figlio di ventidue anni e qualche tempo fa per telefono mi ha detto che voleva farmi sentire un rap tedesco e mi ha cantato la storia di Edward, un cane poliziotto che lavora all’aeroporto di Monaco di Baviera, un cane antidroga che annusava solo le valige delle persone ben vestite e trascurava i ragazzi vestiti male, trasandati con gli zaini in spalla. Un giorno un poliziotto nota il comportamento insolito del cane e ferma un ragazzo di ritorno da Amsterdam a cui il cane non aveva minimamente prestato attenzione. Nello zaino del ragazzo viene trovata della marijuana. Edward viene degradato, buttato fuori dalla polizia e relegato nel canile municipale. Dopo un po’ però viene adottato dalla comunità punk di monaco e ben presto diventa una mascotte perché il suo gran fiuto riesce ad anticipare l’arrivo dei poliziotti!

 
La Letteratura ha una missione etica o serve solo a raccontare storie?
Credo innanzitutto che uno scrittore debba narrare non da un punto di vista individuale ma collettivo: deve avere come punto di partenza un generoso ‘noi’. L’opera di uno scrittore trova la sua più profonda giustificazione etica non tanto nelle cose grandi, ma in quelle piccole nella forma e grandi nel contenuto. Qualche anno fa uscivo da una libreria di Parigi e venni avvicinato da un ragazzo che avrà avuto vent’anni. Mi disse che aveva letto Un nome da torero, forse uno dei miei romanzi dove ho messo più di me stesso. Mi chiese se avevo un minuto da dedicargli e dal momento che ce l’avevo siamo andati a prendere un caffè. Vedevo che era molto emozionato, non riusciva a parlare così l’ho spronato a farlo. Mi ha raccontato di essere il figlio di Perez, massimo dirigente del Mir, ucciso dalla dittatura. Mi ha raccontato dell’odio che provava per suo padre perché era sempre assente, perché non lo accompagnava alle partite di calcio, non lo andava a prendere a scuola come tutti i suoi compagni. Leggendo il mio libro aveva capito chi fosse stato realmente suo padre e per cosa si era battuto, per cosa era morto. E allora non solo aveva capito, ma lo aveva amato, rispettato e di lui era divenuto orgoglioso. Ho realizzato proprio in quel momento la carica etica profonda della letteratura, un dovere a cui non posso certo sottrarmi.
 
I libri di Luis Sepúlveda

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER