Intervista a Marcello Simoni

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La cosa che colpisce di più di Marcello è la disponibilità nei confronti dei suoi lettori e delle persone in generale. Sale sul palco del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival 2019 avendo un sorriso per tutti e parla del suo mestiere come se fosse la cosa più naturale del mondo scrivere gialli storici che volano puntualmente nelle posizioni alte delle classifiche di vendita. Nel caso di Simoni, quindi, è senz’altro possibile dire che è la passione a guidarlo. Passione per le sue storie, per i suoi personaggi, per le tante persone che è riuscito a conquistare romanzo dopo romanzo. Quando lo invito in sala stampa per l’intervista quasi non se lo aspetta. Ma accetta subito e così cominciamo a parlare dei suoi libri ma anche della sua capacità di incantare e affascinare narrando di fatti lontani e di personaggi quasi sempre esistiti realmente, così come accade anche nella sua ultima fatica letteraria. Questa l’intervista per i lettori di Mangialibri.




Si fa presto a dire thriller storico o giallo medievale, ma poi le storie devono avere anche un senso o una certa corrispondenza con il periodo narrato. E allora come si diventa Marcello Simoni?
Innanzitutto devi essere tu il primo ad amare quello che fai, le storie che scrivi. Devi essere in grado di fare un grande lavoro di documentazione che precede la scrittura del romanzo vera e propria e soprattutto devi essere molto bravo nella scelta del linguaggio, delle parole che usi, perché sono esse che poi creano la suggestione del romanzo stesso. Ma tutto questo non deve mai essere più importante dei personaggi del romanzo. Io scrivo romanzi, certo, ma in essi i protagonisti sono uomini come noi e sono loro che fanno la narrazione, molto più che la storia in sé. Pensiamo a un grande romanzo come I promessi sposi, che è uno straordinario affresco della Milano seicentesca e nel quale ci sono anche figure storiche di una certa rilevanza. Alla fine per tutti i lettori quello che conta sono i protagonisti, la loro sorte. Quello che a tutti i lettori preme è scoprire se Renzo e Lucia finalmente riescono a sposarsi. Questo nobilita il romanzo: la vita dei personaggi che sono persone vere, come noi.

 

 

Da qualche giorno è uscito il tuo nuovo libro La prigione della monaca senza volto e tra misteri, assassinii e verità nascoste troviamo come ambientazione proprio la Milano manzoniana del ‘600. Perché questa scelta e cosa ti ha ispirato?
Ho voluto vendicarmi del libro che ho odiato di più da ragazzo, ovvero I promessi sposi. Non fraintendetemi, il romanzo è stupendo e il linguaggio manzoniano trascinante ma a scuola dopo ogni capitolo dovevo fermarmi e fare gli esercizi di rito cosa che mi rendeva il libro detestabile perché spezzava il ritmo della mia lettura e non mi faceva apprezzare la storia nella giusta maniera. Scegliere la Milano del Seicento è stata anche una forzatura perché dovevo parlare di un inquisitore vissuto in quel tempo che si vede costretto a lasciare Roma e andare a Milano per salvare una suora di clausura che rimanda alla monaca di Monza manzoniana, ovvero la celebre Gertrude, ma non è lei, bensì suor Virginia, la vera monaca di quel tempo, realmente vissuta. E questo per me è stato un must.

Tu hai vinto premi letterari che rimandano direttamente ai lettori, a un loro effettivo riconoscimento. Come ti fa sentire tanta considerazione e tanta fedeltà ogni volta che pubblichi qualcosa di nuovo o semplicemente la vendita constante dei tuoi romanzi in libreria?
Io interpreto questa cosa come un atto di fiducia e di amore che tutti i lettori fanno quando entrano in libreria e scelgono un mio romanzo. Dal canto mio appena mi metto a scrivere un romanzo penso a questo, penso a chi poi lo leggerà e quindi è come se si creasse una sorta di simbiosi tra me e loro già nella fase creativa del romanzo stesso. Ovviamente io scrivo una storia che mi piace ma che penso possa piacere anche poi a chi la leggerà.

Parliamo un po’ dell’amatissimo Gerolamo Svampa. È davvero il tuo personaggio preferito o lo sfrutti solo perché ancora non ne hai creato uno che ti convince di più?
In realtà sono tutti personaggi preferiti. Le figure dei miei romanzi sono tipi umani che mi appassionano tutti e che soprattutto vedo funzionali alla storia perché li vedo in grado di cambiare ed evolversi in base alle avventure a cui andranno incontro. Io detesto i personaggi seriali statici ed è per questo che Girolamo Svampa si è evoluto nel tempo pur essendo un personaggio fisso. Lo Svampa che troviamo nel mio ultimo libro non è affatto lo stesso de Il marchio dell’inquisitore, perché essendo un essere umano è inevitabile che cambi nel tempo. E io voglio questo, che i miei personaggi risultino verosimili, mai statici ma in continua evoluzione così come si evolvono le storie.

Se dovessi scegliere una sola frase del tuo ultimo romanzo che lo racchiude tutto quale sceglieresti e perché?
Proprio all’inizio del romanzo cito una frase di Giambattista Basile che recita: “Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole”.

I LIBRI DI MARCELLO SIMONI



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