Intervista a Marcelo Figueras

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Io e la mia interprete di fiducia incontriamo Marcelo Figueras un giovedì pomeriggio nella piccola hall di un albergo piantato proprio nel cuore di Pordenonelegge. Fuori l’afa è quasi intollerabile e non c’è ancora il pienone di gente che affollerà il festival durante il fine settimana. Marcelo è una persona molto gentile, cordiale, dai bei lineamenti ed è - come mi dirà Paola Turco della casa editrice L’asino d’oro che lo accompagna ovunque - una persona “multitasking”. Infatti, io gli faccio le domande in italiano e lui mi risponde in inglese: la conversazione assume toni un po’ surreali, tanto che nemmeno l’arrivo inaspettato di Giovanni Trapattoni (sì, proprio lui!) alle nostre spalle ci distoglie dal portare a termine l’intervista.




Nei ringraziamenti spieghi che lo spunto per il tuo romanzo Aquarium nasce da un reportage sulla seconda Intifada, ma che la storia che avevi in mente era un’altra. Dunque, che cosa ti ha fatto immaginare il viaggio di Ulises?
La risposta va in due direzioni. Una ha a che fare con l’esperienza che ho vissuto mentre ero lì: scioccante, emozionante, che è rimasta dentro di me al punto da farmi dimenticare il romanzo che stavo scrivendo; dall’altra parte quanto accadeva all’epoca in Argentina mi stava dilaniando. Sono andato in Israele e in Palestina nel 2000 e nello stesso periodo in Argentina è scoppiata la crisi economica. Ne avevamo avute altre in precedenza, ma non paragonabili a questa. Ho percepito un grado di violenza che all’epoca pensavo appartenesse a quel passato legato al periodo della dittatura militare. Credevo che non avremmo mai più vissuto simili esperienze, invece il livello di violenza era simile, aveva a che fare con la crisi e si concentrava sui giovani poveri che non avevano niente, non avevano un futuro. Una larga parte della società argentina che prima supportava la dittatura ora chiedeva allo Stato misure per eliminare questi giovani poveri, scuri di pelle, che minacciavano la gente perbene. Questa sensazione di violenza incombente mi ha fatto pensare all’esperienza in Israele. E Israele era uno scenario adatto a una storia come Aquarium, basata sul bisogno di tolleranza.

Ulises e Irit comunicano tra loro con lingue diverse e rispondono al suono delle parole pronunciate, immaginandone il senso. Verso la fine del romanzo c’è un passaggio molto bello tra Ulises e Nina, l’amica di Irit, che magari può sembrare insignificante ma che esprime molto bene questo concetto. Il loro dialogo è quasi surreale, eppure è altrettanto efficace. In altre parti del libro citi Humpty Dumpty, il personaggio di Lewis Carroll, per ribadire che la forma dà la sostanza. Come sei arrivato a questa soluzione?
Ci sono degli studi che provano come tutti noi umani reagiamo allo stesso modo a certi suoni, anche se parliamo lingue diverse e abitiamo in luoghi molto distanti tra loro. Ho parlato di questo nel mio precedente romanzo Kamchatka. In molte lingue la parola “madre” è molto simile. Molte delle parole positive hanno suoni simili nelle varie lingue, mentre sono i vocaboli che definiscono concetti negativi a renderci diversi. Credo che questa sia una considerazione generale applicabile a tutta la condizione umana, perché in fin dei conti abbiamo più similitudini che diversità, nonostante il colore della pelle. I bisogni sono i medesimi. Proprio perché siamo molto simili dovrebbe essere più semplice andare d’accordo, eppure non è così. La lingua è uno strumento che spesso viene utilizzato non per capirci l’un l’altro, ma per accentuare le differenze, per negare l’altro come entità e come identità.

Nel romanzo affermi che le storie, di solito, si comprendono nella terza parte. Secondo te è così anche nella vita? Esiste una terza parte della nostra esistenza che chiarisce il tutto?
In un certo senso lo possiamo affermare, ma quello che io cerco di dire in questo libro, specialmente quando David Kaufman parla del tempo, è che il futuro già esiste, lo possiamo vedere, perché ci sta mandando degli indizi e ci trascina verso di sé. Questo futuro, questa terza parte, così facendo, influenza il nostro presente, mentre noi cerchiamo di raggiungere un traguardo positivo.

L’Ulises che incontriamo dalla prima pagina, fragile, debole e spaventato è molto diverso dall’Ulises che viveva a Buenos Aires e che il libro ci svela: drogato, prigioniero della stessa prigione in cui lavora. C’è un punto di rottura che mi è sfuggito…
Ulises è cresciuto sotto la dittatura militare, a Buenos Aires. Io e lui siamo coetanei e anch’io, quando ero piccolo, pensavo che persino i ragazzi più giovani di noi potevano essere persone sospette e questo ti costringeva a isolarti. Mi ricordo che all’epoca c’era una sorta di campagna pubblicitaria nazionale il cui obbiettivo era quello di ostacolare i rumori forti nelle città. C’erano dei manifesti affissi ai muri che dicevano Il silenzio è salute, che era un altro modo per dire: stai zitto, non parlare, non fare domande. Quindi, credo che le barriere che Ulises si è costruito per sopravvivere, in un certo senso, abbiano minato la sua capacità di relazionarsi con gli altri, compresi i suoi figli. Quello che sta cercando è un evento sconvolgente, uno shock che lo tiri fuori da questo torpore, ma da solo non ci riesce. La fuga della moglie in Israele è l’evento scatenante e Irit è l’unica che riesce ad attraversare le barriere di Ulises e raggiungere il suo cuore.

Possiamo dire quindi che Aquarium sia la terza parte della vita di Ulises?
Sì! (ride)

Il suo nome rimanda all’Odissea e non è causale, dato che citi Omero nelle fonti. Come mai lo hai scelto? I due personaggi non sembrano molto affini…
Sì e no. Ci sono molti secoli tra le due storie. Però anche lui è uno straniero, che in un certo senso ha perso la sua patria. In Argentina non si sente più a casa sua, ha perso tutti i suoi affetti, che cerca di riconquistare. Anche Idit è nata in Belgio, la sua prima lingua è il francese, i Kaufmann sono americani e di Daniel, il bambino solo, non conosciamo la nazionalità. Sono tutti persi e stanno cercando qualche cosa e alla fine, nonostante la tragedia, quelli che sopravvivono saranno costretti a formare una specie di strana famiglia.

C’è un legame tra Kamchatka e Aquarium? Anche in questo romanzo i personaggi vivono in territori che non esistono, ma che sono luoghi simbolici: l’acquario, il deserto, il negozio-appartamento di Irit…
Non in un modo conscio, ma credo che entrambe siano storie di persone che tentano di superare il loro dolore personale, la loro sofferenza privata e che cercano di provare a sé stessi che si può vivere e non solo a sopravvivere. Entrambe i protagonisti hanno vissuto esperienze simili nell’infanzia.

All’interno del romanzo ci sono molte musiche, quasi una colonna sonora. Sembra un film, sei d’accordo? Pensi che lo diventerà?
Mi piacerebbe molto, infatti Aquarium è nato prima come sceneggiatura, perché credo che avesse dei personaggi estremamente reali, in un contesto colorato come la Palestina, che conosco bene. Sì, credo che sarebbe un buon film. Ma la sceneggiatura non era sufficiente per me e ho voluto che diventasse anche un romanzo.

È stato complicato trasformarla in un libro?
No, anzi, è stato più facile, perché la sceneggiatura traccia la struttura della storia e, quando ce l’hai, poi sei libero di improvvisare. Scrivendo Aquarium mi sono sentito come un musicista di un gruppo jazz, nel quale ogni strumento ha una propria melodia sopra la quale può inventare. E quando sei sicuro che la struttura che hai costruito è buona puoi perderti, perché sai che alla fine tutto andrà bene.

Oltre che scrittore e sceneggiatore, sei anche un inviato di guerra. Sei tornato nei luoghi dell’Intifada dopo il reportage?
Ci sono tornato nel 2006 e nel 2007, mentre stavo scrivendo questo libro per vedere i luoghi, che sono una parte fondamentale del romanzo. Ma prima ero andato a New York, dove i Kaufman vivevano e poi sono andato in Israele. Una delle più grandi differenze tra il viaggio del 2000 e quello del 2006 è stata la visione di quel lungo muro, che è stato costruito in modo perverso, diabolico, subdolo, perché cerca di guastare la vita dei palestinesi. Ti faccio un esempio: a volte il muro passa tra la tua casa e la scuola dei tuoi figli o la casa dei tuoi genitori, oppure tra la tua casa e il tuo luogo di lavoro o, addirittura, tra la tua casa e il tuo giardino. È stato costruito per far impazzire i palestinesi e rendere la loro vita di ogni giorno impossibile.

Come ti vedi? Prima scrittore, giornalista o sceneggiatore?
Io penso a me stesso come a un narratore. Mi piace raccontare storie e non mi dispiace cambiare generi. Se la storia è una buona storia, il processo di scrittura per me è esattamente lo stesso. Certo, come giornalista devo fornire le prove di quanto sto raccontando, mentre nella fiction no, ma in ogni caso la storia deve essere efficace.

Domanda di rito: progetti dopo Aquarium?
Ho scritto un romanzo dal titolo El rej de los espinos che la mia casa editrice italiana sta traducendo e che verrà pubblicato il prossimo anno. Si tratta di un libro molto diverso dai precedenti e più corposo: un’avventura fantascientifica ambientata nell’Argentina del 2019, ma che si ricollega anche all’Inghilterra del Medioevo, alla Cina della seconda guerra dell’oppio. È il genere di libro che ho sempre voluto scrivere sin da quando ero giovane e ora finalmente ci sono riuscito. Gli autori che amavo quando mi sono innamorato della letteratura, scrittori come Dumas, Salgari, Conrad e Verne, scrivevano proprio questo tipo di romanzi. Dopo la sofferenza di Kamchatka e Aquarium sentivo il bisogno di giocare con l’avventura.


I LIBRI DI MARCELO FIGUERAS


 

 

 
 
 
 
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