Intervista a Marco Belpoliti

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Benedetto Croce amava ricordare che dopo i 18 anni chi scrive poesie o è un poeta o un cretino. Un modo tagliente per ricordare che, dopo una certa età, chi ha un po’ di sale in zucca è chiamato a scegliere fra l’hobby d’intrattenimento personale e la vocazione sentita come autentica. Così, quando ero adolescente e poi più avanti con gli anni, leggevo per imparare, per maturare nella mia anonima e personale scrittura. Fra i tanti intellettuali che hanno calamitato la mia attenzione c’è stato anche lui, collaboratore di uno dei giornali che leggo più volentieri, “La Stampa” e, fra l’altro, recensionista di categoria extralusso per “l’Espresso”: il Prof. Marco Belpoliti, autore di un recentissimo libro dal sapore “post” e “global”. Grazie alla cortese intercessione dell'ufficio stampa Guanda, lo abbiamo intervistato per voi.




Nell’introduzione al tuo L'età dell'estremismo ricordi lo storico Hobsbawm, in particolare il suo contributo ad aver notato nella società del xx secolo la dimenticanza del passato a vantaggio di un “eterno presente”. Condividi questa preoccupazione? E se sì a quale o quali fattori addebiti tale tendenza all’oblio?
Se mi baso su quella che è la mia esperienza d’insegnante di scuola media – l’ho fatto per 15 anni, alle superiori – direi proprio di sì; già all’università, dove insegno ora, è meglio. Ma certo la storia non è ben conosciuta. Non parlo delle Guerre puniche o delle guerre di successione nel Settecento, ma dell’Europa contemporanea. Molti ragazzi non conoscono le vicende della Prima guerra mondiale, e anche quelle della Seconda sono note in modo approssimativo, per schemi e semplificazioni. Il problema è che per conoscere bene la storia ci vuole tempo, attenzione e memoria. Perciò la storia recente, le due Guerre del Golfo, ad esempio, non sono neppure ricordate. Saddam Hussein forse tra un anno o due nessuno in Italia si ricorderà più chi era. Anche la geografia è poco nota. A scuola non la s’insegna più come un tempo, usando il metodo mnemonico, che è l’unico metodo che assicura una conoscenza certa. Oggi ci si fonda su quella “memoria esterna”, Internet, Wikipedia, utilissima per ricordare date o dettagli, ma non per studiare o imparare. L’Oblio è il fratello gemello di Memoria, il suo opposto e rovescio, due facce della medesima medaglia. La nostra memoria individuale a un certo punto declina, non si ricorda più con precisione. Così accade anche agli organismi sociali, ai gruppi e alle nazioni. Forse è anche meglio così, perché altrimenti un eccesso di memoria porta a tenere aperte ferite e conflitti. In futuro non ci vorrà forse un po’ di oblio perché le nuove generazioni di palestinesi e israeliani possano vivere in pace? Non dovranno forse dimenticare quello che è accaduto? Ma d’altro lato occorre anche ricordare, per non scordare affinché non si ripetano orrori, violenze, e massacri. Quando nelle stazioni italiane, al Nord in particolare, vedo sui muri, o nell’atrio, lapidi che ricordano i ferrovieri deportati dai nazisti, oppure i caduti delle Resistenza, e gli ebrei trasportati ad Auschwitz, penso che la memoria abbia un senso. 


Ne L’età dell’estremismo frequentemente compaiono artisti che con le loro opere hanno “fotografato” gli eccessi della contemporaneità. Assegni all’arte ancora un ruolo privilegiato per dire chi siamo e cosa siamo diventati?
Senza dubbio nell’arte agisce un elemento immediato, istintivo, non sottoposto al pensiero razionale. Di recente lo ricordava lo scrittore John Berger parlando del disegno, da lui praticato sin da giovane: appartiene a una sfera che si può definire inconscia, per questo attinge a forze e a questioni che ci sfuggono. L’arte rappresenta qualcosa che non può essere detto direttamente. Ma bisogna interpretarla, e questo non è sempre facile, perché l’interpretazione è aperta, imponderabile, discutibile. Ci vuole fantasia, intelligenza, sensibilità. Ma se ci si riesce, l’arte dice cose che sono molto interessanti sugli individui, sulla società, sui desideri, i segreti e le pulsioni collettive.


Nel panorama contemporaneo la dimensione della ribellione continua ad avere un suo ruolo socio-culturale e i media ne danno puntualmente notizia in ogni angolo del pianeta. Personalmente credi ci sia una differenza fra l’utopismo rivoluzionario ottocentesco e le spinte analoghe della cornice storica contemporanea?
Le utopie ottocentesche hanno fatto fallimento. Il socialismo e il comunismo, in primis, anche se il sogno di una società giusta, egualitaria, che abolisce le differenze tra i ricchi e i poveri non è scomparso. Però intanto modelli non ce ne sono più, e domina il “pensiero unico”. Almeno qui in Occidente, ma il mondo si è allargato, è globale, e quindi le questioni sono diventate complesse. Nessuno pensa più di costruire un sistema politico mondiale fondato su un’unica ideologia. O meglio, c’è già: è il capitalismo finanziario. E allora cosa succede? La strada possibile è quella della ribellione, della rivolta. Fuochi che si accendono, ardono, poi si spengono. Credo che per almeno un po’ questa sarà la dimensione più diffusa del ribellismo. In un mondo in cui tutte le sottoculture, le controculture dei decenni scorsi, dagli Hippy ai Punk, sono state vampirizzate dai brand della moda, che spazio resta se non la rivolta improvvisa e violenta? La forte integrazione attuale necessita di valvole di sfogo: il calcio e le competizioni sportive in genere, le droghe, il conflitto latente, ma anche il graffitismo nelle periferie, le violenze del branco, forme di devianza sociale che non trovano canali per diventare qualcosa d’altro e di più duraturo. Poi ci sono momenti in cui un’idea, un sentimento, una visione, coagula intorno a sé energie, nasce una parola d’ordine, si diffonde. La rivolta diventa virale, ma poi si spegne.


La tecnica, nel suo potere di gestire gruppi umani, economie e processi produttivi sembra essersi definitivamente imposta come Il titano invincibile di cui non si può fare a meno. Forse è per questo motivo che gli “imprevisti eccessivi”,(attentati, calamità naturali, imprevisti crolli finanziari) riescono, rompendo quest’ordine tecnico, a farci meravigliare?
La tecnica ci affascina. Ci ha donato la tecnologia, e noi siamo tutti malati di tecnologia, che si modifica rapidamente e ci consegna sempre nuovi gadget. Gli occhiali virtuali cosa sono? Qualcosa di cui abbiamo bisogno? Non credo. Ma sono certo che avranno successo, anche se adesso sembrano qualcosa di infantile, da fantascienza alla Star Trek. Le catastrofi, poi, ci meravigliano e ci attraggono. Scuotono di colpo il nostro tran tran quotidiano, fatto di regole ferree, di abitudini d’acciaio: una gabbia da cui è difficile evadere. Forse solo gli artisti e i dropout sfuggono a questo, ma sono pure rivolte personali, spesso destinate al fallimento. Ho posto all’inizio del libro una frase di Calvino, che dice: “Giorni di catastrofe sono tutti i giorni in cui non succede nulla”. Siamo come dei bambini che vogliono tutti i giorni qualcosa di nuovo per rompere la monotonia della loro condizione. I mass media fanno questo. Hanno bisogno delle catastrofi per tenerci desti, per scuoterci, per farci meravigliare, ma anche terrorizzare. E noi volgiamo essere terrorizzati nel nostro intimo lo chiediamo. Il terrorismo vive di questa doppia dimensione: sono persone che vogliono uscire dalla quotidianità, fare qualcosa di eccezionale, e con la loro azione creano davvero questa eccezione, che rompe la crosta del quotidiano. Roland Barthes ha detto una volta che la paura era stata una delle grandi passioni della sua vita. 


In tutta onestà pensi che la nostra sia un’epoca che gioca al senso del tragico, consapevole in realtà che è tutta una finzione, oppure pensa di sdrammatizzare tutto ignara del pericolo che corre?
La nostra epoca rifiuta il tragico, lo respinge. Noi italiani, in particolare, non amiamo la tragedia. Preferiamo la commedia; così si intitola il nostro libro più famoso: Divina commedia. Siamo il popolo del melodramma, dell’opera lirica, non della tragedia. Nei paesi nordici, a causa del protestantesimo, c’è più il senso della tragedia. Si pensi a Kierkegaard e al pietismo. Ma nonostante questo la tragedia anche lì la tragedia non è di moda. Si tende di più alla finzione. La televisione con le soap opere prima, poi le serie televisive successive, che sono l’equivalente delle opere di Balzac e Dickens, ha stemperato il senso della tragedia, l’ha annacquata. Tutto è finzione. Anche il Grande Fratello. La stessa realtà virtuale non è amica del tragico. Lo rifiuta, lo elide. Del resto è anche giusto così: nessuno ama stare nel dolore. La crisi del cristianesimo è anche la crisi di questa idea della vita come sofferenza, dolore, sopportazione, espiazione. La tragedia mal si adatta al capitalismo finanziario che domina oggi. Ma sotto la cenere cova qualcosa che non sappiamo mai bene cosa sia, ma che prima o poi si rivela. In fondo lo desideriamo anche la tragedia: temiamo e desideriamo insieme. La cupio dissolvi fa parte della psiche umana. Qualcosa di ambivalente e d’insopprimibile.

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