Intervista a Marco Buticchi

Marco Buticchi
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Marco vive a Lerici - in quella pittoresca parte della costa ligure chiamata Golfo dei Poeti - dove gestisce uno stabilimento balneare, ma ha viaggiato in Europa, Stati Uniti, Africa e Medio Oriente lavorando come trader petrolifero. Oltre un milione di copie vendute per i suoi romanzi, tradotti in molti paesi, che l'hanno fatto diventare Commendatore della Repubblica al merito "per aver divulgato la letteratura e la lingua italiana nel mondo". Volto e fisico da macho, camicia bianca sulla pelle abbronzata tutto l'anno, Marco mi riceve su una terrazza a due passi dal mare. Profumo salmastro, legno che cigola, grida di gabbiani in lontananza, rumore delle onde che si infrangono sulla battigia: quale migliore cornice per farmi stregare dalle sue parole e parlare un po' di avventura? Avventura nel senso del genere letterario, che avete capito!

Da quanto tempo scrivi?
Scrivo da sempre, dai tempi dei giornalini della scuola, e da sempre ho l'abitudine di racogliere le idee in forma scritta e di metterle da parte: prima o poi, pensavo, le mie impressioni o i miei ricordi potranno essere utili a qualcuno dei miei discendenti. E' quello che consiglio ogni volta che vengo invitato a racontare la mia esperienza ai ragazzi a scuola: se vi piace scrivete e conservate. Non pensate a folle di lettori, ma ai vostri figli e nipoti che un giorno, magari lontano, leggeranno i vostri scritti e si stupiranno nell'apprendere il vostro stile di vita. Fateci caso: la nostra memoria familiare si ferma dopo un paio di generazioni.
 

E com'è avvenuto il passaggio - anzi, il grande salto da molti solo sognato - dai primi libri autoprodotti alla major Longanesi che ti ha portato all'attenzione del grande pubblico?
Nasce da una stroncatura: negli anni '80 scrivo il primo romanzo che invio a un editore amico. Dopo 7 mesi questo risponde che avrei fatto meglio a fare dell'altro e che poi uno scrittore italiano che scriveva d'avventura in Italia era contrario alle fondamentali leggi economiche dell'editoria. Non ci ho pensato su troppo: se quello mi aveva risposto un amico, figuriamoci un nemico. Ho chiesto a una tipografia di stampare il romanzo: un'edizione di sole 1000 copie. Tanto per misurarmi di fronte al pubblico. Ho fato la partita Iva come editore e me ne sono andato in giro con il baule dell'auto pieno di copie a rifornire le librerie della provincia de La Spezia. E' accaduto il miracolo: il romanzo "di gioventù" andò esaurito nell'arco di pochi giorni. Col ricavato ne stampai un secondo e questo giunse nelle mani di quello che considero uno dei più gandi editori di ogni tempo: Mario Spagnol. Spagnol mi chiese di poter leggere quello a cui stavo lavorando e che avevo appena terminato: Le Pietre della Luna, si chiamava il manoscritto. Poco dopo mi ritrovai, unico italiano, accanto a Wilbur Smith, Clive Cussler, Patrick O'Brian e molti altri autori da milioni di copie. Ancora oggi, sono sincero, mi sembra un sogno.
 

Spesso dici che ogni tuo libro nasce da una "folgorazione". Cosa intendi esattamente e qual è il tuo percorso creativo e di scrittura?
Da una sorta di irresistibile passione che ti coglie nell'osservarfe un oggetto, nell'apprendere una notizia d'appendice, nel leggere poche righe di una biografia. Particolari all'apparenza secondari. Ma che scatenano in me una sorta di sindrome di Stendhal che mi porta a voler conoscere di più, a studiare l'oggetto, la persona, l'ambiente storico in cui sono vissuti.
 

Come si vive un successo che cresce esponenzialmente romanzo dopo romanzo?
Con una sana dose di ponderatezza e, ogni volta che scrivo, cerco di non pensare ai molti che mi leggeranno: il peso della responsabilità potrebbe fuorviarmi e, forse, farmi perdere il piacere e la passione con cui affronto ogni nuova impresa.
 

Quali sono le fonti che utilizzi per documentarti essendo i tuoi libri pieni di descrizioni ed incursioni nelle più disparate epoche storiche?
Sono "onnivoro": divoro tutto. E tutto sempre alla luce di un'ammonizione che mi fece Spagnol quando era ancora in vita: «Buticchi», mi disse un giorno, «lei scrive sì romanzi d'avventura, ma con delle basi storiche. E nella Storia si deve agire con rigore.»
 
Ti trovi a tuo agio con i cicli dedicati a personaggi fissi come Oswald Breil e Sara Terracini, oppure li vivi come un limite e sogni di evadere?
Non sono un limite: sono quello che ci vuole a volte per uscire da situazione complicate e da cui pochi altri, se non Oswald e Sara, saprebbero tirarmi fuori.
 
L'ostracismo della critica letteraria, di molti scrittori e di - ahinoi - una parte del pubblico italiano verso la letteratura di genere è una cosa che ti ferisce, una cosa della quale non ti importa nulla o una cosa che sotto sotto condividi?
Adesso c'è questa nouvelle vague un po' snob della letteratura di serie A, B, C e così via. Ricordo appena che, negli anni delle grandi crisi letterarie, quando sembrava che di libri non se ne vendessero più, a sorreggere il mercato editoriale furono scrittori d'avventura come Robbins o Smith. Questo per dire che, sebbene qualcuno faccia la bocca storta, l'avventura è ciò che si legge: un certo signor Dan Brown ne è l'esempio più eclatante ai nostri giorni.
Per quanto invece riguarda me, devo dire che raramente ho ricevuto critiche caustiche o stroncature per i miei lavori. E un milione di lettori in Italia non sono cosa da poco conto...
 
A quale dei tuoi romanzi sei più legato?
Sono tutti "figli miei", nessuno escluso. Ognuno dei miei romanzi questi è uno spaccato della mia vita.
 

Che libro stai leggendo ora e qual è il libro che ti sarebbe piaciuto scrivere?
Ho appena finito Il Suggeritore di Carrisi e ho attaccato La Mano di Fatima di Ildefonso Falcones. Sul comodino c'è Dan Brown in attesa. Oltre, naturalmente, a una quindicina - per ora - di saggi per il nuovo romanzo a cui sto lavorando. Mi sarebbe piaciuto partorire una saga dal sapore salgariano, con le "paludi putrescenti del Gange" a fare da sfondo al pianto del Corsaro Nero... ma qualcuno ci ha già pensato...
 
I libri di Marco Buticchi

 

 

 

 
 
 
 
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