Intervista a Marco Dell’Omo

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L’aquilano Marco Dell’Omo ha lavorato per molti anni alla redazione politica dell’Agenzia ANSA e ha sceneggiato alcuni importanti documentari. Il suo debutto come romanziere è una rilettura originale e travolgente del capitolo della Resistenza. Lo abbiamo contattato per rivolgergli alcune domande sul suo romanzo e sulla sua visione di quella drammatica stagione della storia italiana.




Nell’evoluzione del personaggio di Piero Vinci, lucido e concreto esponente dei servizi segreti quando da giovane era il più aulico idealista della Banda Gordon, va forse riscontrata una sorta di nostalgia per quando gli uomini, anche all’estrema destra oltre che tra i partigiani, erano pronti a morire per un’idea?
Il generale Piero Vinci, nonostante la sua burbera concretezza, è fondamentalmente restato l’idealista che era a diciotto anni, con solo un po’ più di malizia. Mi piace pensare che abbia nostalgia di un tempo in cui c’era da compiere scelte nette, non ambigue, diversamente da quelle che si sarà trovato a compiere come uomo dei servizi segreti.

A partire da circa un quarto del romanzo, e sino ad arrivare a un po’ prima della conclusione, si percepisce "aria di thrilling", ossia sembra che da un momento all’altro, e c’è quasi l’imbarazzo della scelta su quale avversario possa esserne l’artefice, possa verificarsi qualche grave, capitale minaccia per la Banda Gordon. È stato tentato di dare alla trama una conclusione più esiziale, più "apocalittica" rispetto a quella poi conferitale? E, nell’aver scelto diversamente, si può dire che abbia prevalso il romanzo d formazione su quello di guerra?
La banda Gordon racconta la Resistenza non come un fatto storico ma come un fatto mitologico. Nella realtà le formazioni partigiane erano molto più legate ai partiti: i comunisti stavano con i comunisti, i cattolici con i cattolici, gli azionisti con gli azionisti. Nella banda Gordon, invece, convivono ragazzi legati al marxismo e al comunismo con altri ragazzi di estrazione borghese il cui antifascismo non nasce dall’ideologia ma da una istintiva repulsione per un regime che nega la libertà. Per raccontare la storia di questi ragazzi ho utilizzato il linguaggio dei fumetti, che è stato l’orizzonte mitologico popolare di tutti gli adolescenti italiani dal 1930 fino all’avvento di internet. Per questo motivo la storia dei giovanissimi partigiani della banda Gordon non poteva terminare in un bagno di sangue: un finale apocalittico come dici tu sarebbe stato storicamente plausibile e appropriato solo se avessi solo se avessi scelto la strada del racconto realistico. Ma io non credo che a ottanta anni di distanza da quegli eventi, la Resistenza possa essere raccontata in modo realistico o cronachistico. Fin dall’inizio ho avuto molto chiaro in testa che non avrei scritto un romanzo sulla resistenza o sui partigiani, ma un romanzo sull’amicizia, sulla crescita, sulla libertà, e sul modo in cui si ricorda e si rielabora il proprio vissuto.

Come mai la plurima confessione, piena d’imbarazzi, che Piero fa a stesso nella prima parte del romanzo, riguardo la sensazione di attrazione provata per Nico, non trova poi nessun tipo di sfogo o di sviluppo nell’evoluzione della storia, al di là della delusione umana e morale provata dal protagonista per il tradimento di Nico?
La relazione tra Piero e Nico è quella, molto classica, di due amici dei quali uno è estroverso, strafottente, un po’ bullo, ha successo con le ragazze, e l’altro è più timido, introverso, incapace di confessare le proprie debolezze. Piero ha qualche pulsione per Nico, ma sono pulsioni che non hanno uno sbocco immediato. Il personaggio di Piero ha paura di essere rifiutato e si tiene per sé i propri sentimenti. Io immagino questo ragazzo che probabilmente ha una natura bisessuale, ma niente lo aiuta in quegli anni a prenderne atto. Mi sono attenuto, nel costruire la loro relazione, allo stigma che in quegli anni colpiva l’omosessualità, anzi la "pederastia" come veniva definita durante il fascismo. Ovviamente questa scelta fa restare sospeso un "non detto" tra i due ragazzi, che forse è anche all’origine del tradimento finale.

Una delle abilità maggiori, tra le tante che si scoprono in quest’ opera, è quella di aver dosato i toni, senza mai giudicare nemmeno a livello ideologico. Ho trovato esemplare al riguardo il dialogo tra Piero e Mussolini nel sogno del volo. Sei d’accordo con questo tipo di lettura?
Sì, sono d’accordo, hai colto nel segno. Intendiamoci: i miei personaggi ce l’hanno a morte con il fascismo, chi per motivi politici, chi per motivi esistenziali. Il punto era: come trattare i fascisti? Mi sono regolato così: alcuni personaggi del campo fascista (il professor Pinto, per esempio, oppure la spia Palesse) sono caratteri usciti dalla Commedia dell’arte, buffi, grotteschi, ma per altri personaggi, come le tre ragazze naziste o il direttore della fabbrica, ho accuratamente evitato i cliché. Ognuno si porta dietro la propria natura, le proprie idee, le proprie scelte e le proprie contraddizioni. Mussolini, nella scena del volo, è un uomo stanco, rassegnato, che forse desidera farla finita. Ho preferito rappresentarlo come una persona che si sta arrendendo, come un uomo che ha capito di aver perso non solo l’appoggio del re e del gran consiglio, ma anche quello degli italiani e soprattutto dei giovani. Non so se Mussolini in quei giorni avesse in testa questi pensieri, ma dipingerlo in un modo più prevedibile, come il dittatore che non vedeva l’ora di vendicarsi dell’affronto subito, non mi interessava, sarebbe stato tradire lo spirito di una storia che non ha l’obiettivo di conquistare i lettori alla causa dell’antifascismo militante, ma piuttosto di raccontare un’avventura di alcuni adolescenti pronti alla ribellione.

Nel finale, all’interno della lettera che Marzia scrive a Piero, sembra trapelare un commento positivo, favorevole sull’ultima stagione del comunismo pre/perestrojka. Mi incuriosisce sapere se la positività che permea al riguardo la missiva della donna è in qualche modo condivisa dall’autore e se sì per quali ragioni...
Guarda, l’autore ha dato vita a una commedia dove ci sono vari personaggi, uno dei quali, Marzia, è una comunista ultra-ortodossa, ha imparato il marxismo da suo padre fin dalla culla si può dire, poi si è trovata a vivere in Unione Sovietica, in una posizione di relativo privilegio come allenatrice della nazionale di tennis, e di certo non ha conosciuto i gulag e le prigioni del Kgb. Quei giudizi sul comunismo sono i giudizi suoi, cioè di una donna che ha creduto che quel sistema fosse l’unico che potesse realizzare gli ideali di giustizia in cui lei credeva. Per altro la lettera viene spedita negli anni ‘70, può anche essere che più tardi Marzia abbia cambiato idea, ma queste cose non le so nemmeno io...

che cosa rappresenta l’impalpabile presenza del fantasma di Lev Davidovic in vari momenti cardine della storia? semplicemente un "deus ex machina" o si voleva comunicare qualcosa di più?
Lev Davidovic, cioè Trotsky, è soltanto la coscienza del Capitano, che lo guida nei momenti più difficili. Ma, ad essere sinceri, mi sono divertito a giocare con una delle grandi colpe dei comunisti: la degradazione di Trotsky da eroe della rivoluzione a servo del capitalismo, da capo dell’esercito rivoluzionario a fantasma del comunismo, espunto dai testi sacri, bandito dalle biblioteche e cancellato persino dalle fotografie dove appariva insieme a Lenin, e tutto questo perché, piuttosto saggiamente possiamo dire oggi con il senno di poi, credeva che instaurare il comunismo in Russia lasciando il resto del mondo com’era avrebbe portato a una dittatura. Per il Capitano è una sorta di bonaria nemesi il doversi appoggiare alle indicazioni di un uomo che i suoi compagni di partito considerano un nemico. Per il vecchio Piero Vinci, invece, Trotsky è il deus ex machina che interviene per sbrogliare alcune situazioni difficili, ma si sa che il racconto dell’anziano Vinci in molti punti è esageratamente fantasioso...

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