Intervista a Marco Ferrante

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Marco Ferrante è innanzitutto un giornalista specializzato in Economia e Finanza. Ha lavorato per otto anni al TG 5, dal 2004 al 2008 a “Il Foglio”, poi per due anni è stato vicedirettore de “Il Riformista”. Ha collaborato con “Il Sole 24 Ore”, “Il Messaggero”, “Panorama”, “Vanity Fair”, “Io Donna”, “Corriere Economia”. In radio è stato uno dei conduttori di “Tabloid” su Radiotre. In televisione ha lavorato per Rai 5 e per “Matrix” a Canale 5, dal 2015 è vicedirettore di LA7. Ma alla prestigiosa carriera come giornalista Ferrante affianca da sempre una passionaccia per la narrativa. A quasi un ventennio dall’esordio letterario datato 1998, nel 2016 ha deciso di tornare a cimentarsi come romanziere: l’occasione giusta per intervistarlo. La foto è di Paolo Rizzo.




La prima è una domanda che faccio con una certa inquietudine: i Misiano esistono, vero?
No. Totalmente inventati. Che romanzo sarebbe altrimenti? Però ognuno di noi conosce delle famiglie che possono assomigliare alla loro.

Il romanzo ha una struttura che si potrebbe definire molto cinematografica. Personalmente, mi è venuto subito in mente Io sono l’amore di Guadagnino. Quali sono i riferimenti cinematografici, e se ci sono, di questo romanzo?
Anche l’interno di Guadagnino era molto borghese, però più rarefatto di quello dei Misiano. Non saprei dire se il mio è un romanzo cinematografico. Forse più o meno quanto lo sono tutti i romanzi moderni ai tempi del cinema. Non avevo in mente modelli cinematografici. Però ho letto molti libri e visto molti film basati su saghe famigliari. Le storie famigliari mi sono sempre piaciute. Elsa, la madre, è un tipico personaggio da saga.

Il ritratto della famiglia Misiano è a tratti impietoso, comunque poco assolutorio. Sembra quasi il ritratto che ne hanno fatti autori italiani del passato come Svevo. Domando, quindi: esiste una redenzione possibile per la borghesia italiana?
Non volevo scrivere un libro di denuncia sociale. Però c’è il racconto di una responsabilità civile e politica disattesa da parte di un ceto dirigente indebolito da se stesso, dalla scarsa fiducia e consapevolezza di sé, preso di mira da un generale e diffuso ideologismo pseudo-sociologico, a destra e a sinistra, che considera polverosa, noiosa e stantia la nozione di borghesia. Persino il suono della parola borghesia. Parola che invece a me piace. Ma questo è lo sfondo. Poi c’è un romanzo. La storia di una famiglia, di tre fratelli, delle loro vite sentimentali esplose. Il libro parla di loro.

Avresti potuto ambientare la storia in un'altra città italiana o le vicende dei Misiano sono legate indiscutibilmente alla Capitale?
La dimensione pubblica della loro vita è parecchio romana. Ma a parte la politica, avrebbe potuto essere ambientato altrove. Anche la Roma del libro mi sembra abbastanza scarna. Quasi vent’anni fa ho scritto un altro romanzo in cui Roma era molto più densa e presente.

Dopo Marchionne e la famiglia Agnelli (protagonisti di due precedenti saggi, ndr), c’è un personaggio della politica o dell'economia italiana di cui ameresti scrivere?
Su due piedi direi di no. Vorrei scrivere degli altri romanzi.

Per finire, che sapore ha e come si beve un gin tonic a occhi chiusi?
Ha lo stesso sapore del gin & tonic a occhi aperti. Dipende dal gin, direi. Adesso c’è una gran moda del gin.

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