Intervista a Marco Piermattei

Marco Piermattei
Articolo di: 

Marco, trentasette anni, fiorentino, lavora da diversi anni nel settore aeroportuale. Racconta di sé che, mentre preparava la tesi in Scienze Politiche, amava passeggiare per i corridoi della facoltà e guardare la gente, fino ad appassionarsi a “tutto quello che mi stava davanti agli occhi, non c’era niente da buttare”. Tutte queste piccole storie avevano, già allora, qualcosa da raccontare, anche se solo a lui. Abbiamo chiesto a Piermattei di rispondere a qualche domanda per conoscerlo un po’ meglio, soprattutto come scrittore.

C’è un motivo particolare che ha determinato la scelta del genere, ovvero una sorta di romanzo di formazione, per questa tua prima prova da scrittore, I padri di Raul?

Mi piaceva l’idea di raccontare una storia nella quale i protagonisti incrociano le loro vicende in momenti diversi della vita. Volevo farli incontrare, poi farli perdere, e farli trovare di nuovo. Dopotutto, se durante l’infanzia non è immaginabile che un incontro sia qualcosa di diverso da un fatto casuale, nella tarda adolescenza e nella giovinezza si raggiunge invece quella consapevolezza necessaria per fare una scelta vera. I tre protagonisti del libro “vogliono” ritrovarsi, indipendentemente da tutto. Forse, perché si possa davvero parlare di romanzo di formazione, dovremmo avere sotto gli occhi l’intero percorso dei protagonisti verso la maturità, mentre qui ci si ferma un attimo prima. D’altro canto, qualcuno sa dirmi con certezza quale sia l’età giusta per la maturità?


Come ha preso corpo questa storia, l’idea di questa storia?
Posso dire che, fra il momento in cui questa storia è nata nella mia testa, e quando ho deciso di cominciare a scriverla, è passato del tempo. Cercavo un presupposto di base su cui costruire le vicende, e ho pensato al destino. Mi sarebbe piaciuto scrivere del destino. La domanda che mi frullava in testa era: dobbiamo accettare il nostro destino così come ci viene proposto o possiamo, attraverso le azioni, la sensibilità, l’intelligenza, modificare il corso degli eventi? Ovvio che non volessi arrivare a una risposta, se davvero ne esiste una. Però ho creato tre bambini, tre giovani, con una storia diversa, un’educazione diversa, un’intelligenza diversa, e li ho messi insieme. Volevo vedere come se la sarebbero cavata.


Amicizia e Amore. Sono i temi portanti, interscambiabili quasi, nella storia. In effetti, durante l’adolescenza, forse, è così un po’ per tutti … Cosa pensi in proposito?
Mi verrebbe da dire che amicizia e amore sono forse i valori più importanti nella vita di ognuno. Non so come potrei vivere, se non sentissi lo stimolo di amare, e desiderare di avere degli amici. Ogni volta che mi sono cimentato nella narrazione di una storia – anche solo per puro esercizio letterario -  ho messo insieme i due temi e ho cercato di giocarci il più possibile. Tanto si trattava di fantasia! Forse è vero, crescendo si lavora molto sull’amore, mentre tendiamo a modificare il concetto di amicizia. Da adulti, un amico è colui che possiamo invitare a cena anche una volta l’anno senza averne sentito la mancanza, tanto è un rapporto consolidato. Possiamo chiedergli consigli, parlare, sfogarci. In adolescenza, un amico può essere la tua metà, la persona con cui ti imbatti in lunghe notti insonni, con cui insegui sogni bizzarri, talvolta impossibili, con cui ami spingerti più in là di quanto non saresti capace se fossi solo. E’ una forza complementare, una spalla insostituibile.


Ho letto in un’intervista che consideri il mare un vecchio amico. Perché Danilo lo cerca alla fine?
Credo che anche Danilo consideri il mare un vecchio amico. E’ proprio di lui che ha bisogno, in momenti cruciali della sua vita. Il mare è conciliante, e sa ascoltarti. Ti culla, ti sta vicino senza fare domande, forse ti osserva. Insomma, è il miglior strizzacervelli del mondo.


Quanto c’è di Guido Laremi di Due di due in Danilo Cordelli? Ho avuto netta la sensazione che ci sia molto di quel personaggio in lui. È come se il sentimento di ribellione, che nel romanzo di De Carlo prende le forme dell’anarchia, delle comuni o della pace cercata sulle colline, nel tuo romanzo, ovvero trent’anni dopo, si facesse più solitario e intimista per una sorta di incomunicabilità del dolore e del senso di estraneità. Tant’è che il rifugio di Danilo è la solitudine inquietante del mare. È una percezione sbagliata?
Guarda, con questa domanda mi fai davvero fare un salto nel passato! Ho letto quel libro molti anni fa e, nonostante abbia una pessima memoria quanto a trame di film e di libri, adesso mi torna in mente quel nome, Guido Laremi. Credo sia proprio così: non direi che Danilo cerchi una forma alternativa di integrazione nel sistema, ma viva piuttosto un disagio interiore che non riesce a gestire. Il carisma che emana all’esterno è vero quanto è vera la sua naturale tendenza a tirarsi via dal mondo, un mondo a cui, tanto, non riuscirebbe a spiegare come ci si sente la sera quando si spegne la luce. Il mare torna a essere un amico fedele, o un mondo isolato e autentico dove forse, dopotutto, può valer la pena di perdersi.


In una intervista Raffaello Avanzini della Newton & Compton sostiene che non esista “il fascino dell’esordiente” ma solo quello esercitato da un buon libro, ma che il maggior difetto dei giovani autori sia quello di avere una scrittura autoreferenziale e di mettere se stessi e la propria esperienza al centro della propria scrittura. Cosa ne pensi? Cosa e quanto c’è di te in questo romanzo?
Anche a me piace pensare che un esordiente possa diventare affascinante solo per via di quello che ha scritto e grazie al quale è passato da sconosciuto a esordiente, appunto. Mi piace anche pensare che un “buon libro” venga scritto da una “buona persona”, e questa è una cosa plausibile ma non certa. Sì, forse la scrittura autoreferenziale ha un difetto di fondo. Se un autore viene alla luce grazie a un libro autobiografico, la mia idea è che la sua vita da scrittore sarà breve, e questo perché, con buone probabilità, si è messo il proprio ego davanti ad aspetti puri della scrittura come la fantasia e la creatività. Certo, non possiamo chiedere a uno scrittore di non metterci del suo, soprattutto quando, per inesperienza, attinge in primis dalla propria vita, ma un buon scrittore non può non desiderare di fare a pezzi un personaggio reale per poterlo ricostruire a suo piacimento, non può smettere di fantasticare sopra a luoghi e odori e fatti e persone, non può pensare che la sua vita sia così bella e intrigante da poter affascinare lunghe schiere di lettori. Ne I Padri di Raul c’è proprio questo, un paziente e metodico disfacimento di fatti e persone reali che rinascono, e con una vita e un’entità tutte proprie.


Racconti spesso di aver cominciato a scrivere su di una vecchia agenda. Anche il romanzo l’hai scritto a penna?
Assolutamente no. Mi piacerebbe averlo fatto, davvero. Mi avrebbe fatto sentire uno scrittorino coi fiocchi! Purtroppo ho una calligrafia così storta che riesco sì e no a rileggermi, dopo un po’ che scrivo a penna mi viene uno strano male al polso. Triste ma vero, non posso fare a meno del mio PC.


Il tuo romanzo sembra prestarsi bene alla sceneggiatura per un film. Pensi che, se qualcuno te lo proponesse, potrebbe interessarti una versione
cinematografica?

Sì, mi incuriosirebbe moltissimo. Sebbene non sia un assiduo frequentatore di cinema, adoro vedermi un bel film, e in questo caso sarei intrigato dall’interpretazione che l’ipotetico regista darebbe ai miei personaggi, magari prendendo in prestito solo qualcosa e trasformando il resto. Sarebbe un po’ come riscrivere questa storia, e stavolta in compagnia.

I libri di Marco Piermattei

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER