Intervista a Marco Vichi

Marco Vichi
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Tra i giallisti più in gamba del panorama contemporaneo, sembra burbero, ma forse è solo timido. Sembra schivo, ma forse è solo un pensatore o - come lo definirebbe Fred Vargas - uno "spalatore di nuvole". Incontriamo Marco Vichi su una panchina mezza al sole e mezza all'ombra. "Come per le azalee", fa giudiziosamente notare lui. Amante dei fiori, ottimo inizio.

Spesso dici che ami scrivere 'storiacce': cosa ti attrae in esse?

Il male mi sembra più interessante da raccontare, e anche, per così dire, più divertente. E poi, forse, scrivere storiacce è anche un esorcismo contro il male, un rito liberatorio.

 

La cronaca offre spunti o ruba idee interessanti?

Nessuna delle due cose. Non per me. Non amo raccontare fatti di cronaca. Se devo rubare dalla vita vera, preferisco vicende private che non sono apparse sui media.

 

Hai mai seguito un fatto di sangue e cercato di intuire come potessero essere andate le cose?

A volte, come tutti, mi sono lasciato scivolare in mente ipotesi e congetture. Nulla più di questo.

 

Qual è il tuo rapporto con la pagina bianca?

Ottimo. Cerco di riempirla.

 

Nello stendere un romanzo usi esclusivamente la tastiera o sei un amante della penna?

Da molti anni scrivo direttamente al computer, saltando un passaggio che mi faceva venire un gran mal di collo.

 

Tu hai curato delle antologie che sono andate molto bene nonostante in Italia ingiustamente il genere del racconto venga considerato letteratura di serie B. Da dove nasce questo pregiudizio secondo te?

Forse nasce dal fatto che alcune antologie venivano messe in piedi con il fondo dei cassetti di scrittori (anche bravi), solo per motivi economici.

 

Quanto agevola e quanto ostacola avere a che fare con un personaggio seriale come il Commissario Bordelli, molto amato dai lettori?

Il commissario Bordelli mi ha portato fortuna. Ma il marchio del 'giallista' (quale non mi sono mai sentito) comincia a pesarmi.

 

Nero di luna è stato anticipato da un importante quotidiano che lo ha adattato e pubblicato a puntate. Com'è stata questa esperienza?

Bella, molto bella. Mi piacerebbe che la narrativa fosse più presente sulle pagine dei quotidiani.

 

Anche in Nero di luna i personaggi che descrivi sembrano vivi e nella memoria del lettore acquistano una vera e propria fisicità. Per quanto tempo li porti con te dopo la pubblicazione del libro?

Per sempre, ovviamente. E' come conoscere una persona: se proprio non è il massimo dell'insignificanza, non te la scordi più... nel bene e nel male, ovviamente.

 

Domanda d'obbligo: che tipo di lettore sei? Cosa ti piace e cosa no quando leggi?

Leggo spesso più libri insieme, narrativa (antichi, classici e moderni), saggistica, storia, filosofia. Leggo quanto più posso, mi fa bene alla salute.

 

Che rapporto hai con la tua editor, Laura Bosio?

Magnifico. Ha una grandissima sensibilità letteraria. 

 

Perché sei tornato a scrivere del commissario Bordelli con Morte a Firenze? Nostalgia?
Lo sapevo che prima o poi avrei raccontato un’altra storia del commissario (e probabilmente ne racconterò altre ancora), ma volevo farlo solo quando lui si fosse degnato di raccontarla a me. E finalmente quel momento è arrivato.


Il libro è ambientato - con dovizia di particolari - durante l'alluvione di Firenze. Come ti sei documentato?
A quei tempi avevo nove anni, ma il ricordo dell’alluvione è ancora molto nitido. Ma per scrivere questo romanzo i miei ricordi non potevano bastare. Ho letto alcuni libri, sono stato alle Teche Rai ad ascoltare trasmissioni dell’epoca e a vedere filmati, ho consultato piantine degli allagamenti dell’Istituto Geografico Militare e i numeri dalla Nazione del novembre ‘66. Si può dire che sia stata una vera “immersione”.


Hai affrontato un argomento durissimo. Come ti ci sei posto davanti?
Ho cominciato con una traccia debolissima in testa, e il resto è venuto da sé. Mi piace scrivere inseguendo la storia e lasciandomi trascinare.
 

 

I libri di Marco Vichi
 

 

 

 
 
 
 
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