Intervista a Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini
Articolo di: 

Quando parla è una grandinata estiva, una tempesta elettrica. I cavalli si imbizzarriscono, i telefoni cellulari gracchiano interferenze. Donna sanguigna, uterina, fascinosa, che non ha pudore delle sue contraddizioni. E il suo pubblico la ascolta attento, rapito, alternando silenzio e slanci affettuosi. Incontriamo una delle muse della narrativa italiana in occasione della Fiera di Torino, e lei si concede ai lettori di Mangialibri con gentilezza e generosità.

Quanta strada hai percorso dal debutto con Il catino di zinco, e da quella storia che veniva dalla memoria della tua famiglia come sei approdata alla fiction vera e propria?
Dico la verità: quel libro non pensavo nemmeno sarebbe stato pubblicato. Andò che mio marito Sergio mi aveva regalato un quaderno per buttare giù pensieri, ricordi, scrivere. Ma io sentivo che non era per me, mio padre scriveva e ho sempre pensato che dalla scrittura non potesse venire nulla di buono. Poi piano piano la storia di mia nonna è cominciata ad affiorare: volevo ridare dignità a questa donna morta di ictus e che ha vissuto una vita così difficile. A volte sembrano così costruiti i miei libri, e invece sono così istintivi. La lingua che usi nasce con te, nel mio caso arriva da una famiglia particolare più che da scrittori o modelli letterari particolari. Una famiglia di affabulatori toscani avvezzi ai neologismi e ai nomignoli, con tanta abitudine al racconto. E pure la mia parte irlandese conta, perché è quella che mi ha lasciato in eredità un po' di cielo. Il catino di zinco come gli altri miei libri nasce da un buco, da un'assenza, da una menomazione, un rapporto che mi stringe visceralmente ai miei personaggi. Così è stato con Gemma di Venuto al mondo, che vive la menomazione più archetipica: l'impossibilità di procreare.

 

Come nasce l'idea di occuparti della Bosnia come hai fatto in Venuto al mondo?
Da molto tempo volevo parlare della guerra nei Balcani: quando è scoppiata avevo mio figlio Pietro appena nato, vedevamo la guerra in tv mentre mangiavamo o mentre stavamo seduti sul divano. Per un po' ho raccolto ritagli sull'argomento, poi ho lasciato perdere, non mi sentivo le spalle abbastanza larghe per parlare di una cosa così. Ma la memoria di uno scrittore è come una casa nella quale non trovi le cose ma sai che non sono perse, sono da qualche parte. Così un bel giorno mi sono decisa, ho preso un aereo e sono partita per la Bosnia: ero disperata, pensavo di non farcela, ogni volta è una sofferenza con questi libri. Io scrivo, ma non ho quasi mai voglia di pubblicare. Sarajevo è impressionante: un corpo disteso in una vallata costellata di lapidi, una ferita che spurga dolore. Lì la gente dice che la guerra non è finita ma si è semplicemente interrotta, ed è vero che di questa guerra si è scritto molto: ma non abbastanza.

 

Oltre che un romanzo sulla guerra di Bosnia però Venuto al mondo è anche 'semplicemente' una storia d'amore, no?
Sì. Ho scritto una storia d'amore perché scrivo quello che mi piacerebbe non dico vivere, ma leggere. E quindi mi piace scrivere d'amore. Soprattutto di storie d'amore imperfette come questa, che nasce come amicizia e poi si nutre, si cementa su una mancanza.

 

In chiunque 'tenga famiglia' suscita sempre la più sentita meraviglia come faccia una donna con marito e figli a fare la scrittrice. Qual è la tua ricetta?
Con la scrittura ho un rapporto violento: pensa che quando non sto scrivendo un libro non scrivo nemmeno bigliettini, nemmeno sms. Ma quando scrivo è una gioia furiosa. E comunque resto nel mondo, ho una vita che è un baillamme continuo... ho quattro figli, figuriamoci. Quando i bambini sono a scuola ho delle ore tutte per me, ma se per esempio c'è una varicella si ferma il libro. E succede che io mi aggrappo a qualsiasi scusa per non scrivere, perché quello studiolo dove scrivo io lo vedo come una sorta di prigione. Qualcuno ha detto che una carrozzina sul pianerottolo è il maggior pericolo per uno scrittore: io sul pianerottolo ho tricicli, passeggini, di tutto!

 

Quanto conta la tua formazione teatrale nella tua scrittura?
Il Teatro ha contato eccome nella mia vita: è un lavoro fisico, nel quale ci si espone. La mia scrittura un po' visionaria deriva forse da qui, dai confini che il palcoscenico ti dà.

 

Come rispondi alle polemiche scoppiate dopo che tuo marito Sergio Castellitto ha letto in diretta alcuni brani di Venuto al mondo durante il concertone del 1 maggio e alle accuse di conflitto d'interessi?
Chiunque conosce Sergio sa che ci tiene più lui alla mia carriera di me. Ma gli 'addetti ai livori', come li chiama qualcuno, ci sono sempre. Sul palco del 1 maggio c'è stata una diretta televisiva bellissima di otto ore che ha triplicato gli ascolti, toccando temi importanti: Sergio ha fatto uno sforzo enorme, un lavoro magnifico, eppure i giornali si sono andati a concentrare su quella piccola cosa - tra l'altro scelta e decisa dagli autori. C'è un rapporto affettuoso con molti musicisti che hanno partecipato al concerto, Vasco Rossi in primis, quindi era una cosa che ci stava tutta, poi si sa: Sergio non si trattiene...

 

I libri di Margaret Mazzantini

 

 

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER