Intervista a Margriet de Moor

Margriet de Moor
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Signora mite e raffinatissima dalla gran chioma fulva, Margriet de Moor ha studiato piano e canto ed è considerata una delle più importanti scrittrici olandesi contemporanee. La incontro a Milano per parlare con lei di letteratura, rapporti familiari intricati, musica e catastrofi meteorologiche.

Considerando la tua produzione letteraria complessiva, solo tre romanzi (Sonata a Kreutzer e Mareggiata per Neri Pozza, Il virtuoso per Garzanti) hanno trovato spazio in Italia: credi che vi sia differenza tra il lettore olandese e quello Italiano? Com'è lo stato dei lettori e dell'editoria in Olanda?
Per quanto riguarda il comportamento del lettore in Italia devo dire che non ho mai fatto ricerche in questa direzione, però posso parlare della situazione olandese: abbiamo una grande tradizione per ciò che riguarda le traduzioni e quindi abbiamo a disposizione molti scrittori stranieri, numerosi anche quelli italiani che vengono tradotti. Per quel che riguarda i miei testi posso fare un paragone tra ciò che accade in Italia e quello che invece avviene in Germania: devo dire che in Germania i miei libri hanno molto più pubblico e ricevono maggiori recensioni dalla stampa.
 

Qual è il tuo rapporto con il pubblico durante le presentazioni e come ti sembra reagire quello italiano?
Quando vai ad una presentazione per parlare della tua opera, devi sempre tener presente che quello che hai di fronte è in realtà solo una piccola parte di quello che è il tuo pubblico reale; potrebbero esserci cento o duecento persone, tu le guardi e ti chiedi: “Ma sono davvero questi, i miei lettori?”, tuttavia si tratta sempre solo di una parte. L’atteggiamento che hanno nei tuoi confronti è quello di massima attenzione, intervengono a qualcosa a cui sono interessati e non vogliono di certo sprecare la propria serata. Devi considerare poi che il lettore è silenzioso per natura, non ama gli eventi di massa dove accorrono molte persone, perché in quel caso viene meno quell’intimità che si è creata durante la lettura del romanzo: io amo invece questa sensazione di intimità, data dal rapporto uno ad uno tra lettore e libro, e cerco di preservarla.
 

Parlando del tuo Mareggiata, che si basa su fatti reali accaduti nel 1953, com’è stato il lavoro di ricerca storica? Prevale la realtà all'interno del testo o lo spazio per la fantasia?
Come in ogni opera letteraria i due elementi compaiono combinati tra loro ed hanno la stessa importanza. Prendiamo per esempio Guerra e pace di Tolstoj: gli eventi storici sono assolutamente reali, il modo in cui vengono contestualizzate le battaglie appare vero ed è su questo sfondo che prende il via la parte di finzione che coinvolge i protagonisti. Parlando della mia opera, bisogna tenere presente che la catastrofe di cui narro è quella che più ha toccato l’Olanda ed è rappresentativa di quello che siamo: un popolo che lotta eternamente contro l’acqua. Quindi anche nel mio lavoro di narratrice, dovevo fare attenzione a come presentare gli eventi per apparire credibile. Per dare precisione a quello che appare come un vero e proprio terzo personaggio del libro, la tempesta, ho passato un lungo periodo studiando la meteorologia; per quel che riguarda invece il rapporto tra Armanda e Lidy, ho potuto dare spazio alla parte di finzione, creando così il giusto equilibri tra realtà e astrazione all’interno dell’opera.
 

Colpisce molto il metodo di narrazione scelto, una doppia partitura tra il respiro di Armanda e la cronaca di Lidy, tra una vita vissuta nella sua completezza e una destinata a spegnersi nel giro di pochi giorni: è stato difficile dare lo stesso peso a due narrazioni così differenti, una molto lunga in termini temporali e l'altra così breve?
A dirti la verità non sono riuscita a mettermi all’opera sulla tesi della mareggiata sinché non ho trovato i due temi sui quali avrei potuto procedere con le partiture parallele: uno chiaramente è stata la vita molto intensa e breve di Lidy, l’altro riguarda la vita di tutti i giorni che Armanda percorre negli anni a venire. Tutti in realtà si chiedo - ed è questo il tema filosofico alla base del mio romanzo - se una vita breve possa essere altrettanto completa e ricca di passioni rispetto ad una vita lunga: la risposta implicita del mio romanzo è: “Sì, certamente è possibile”. Per fare in modo che la mia tesi si cogliesse all’interno dell’opera sono stata molto attenta bilanciando le parti, per fare in modo che avessero la stessa quantità di eventi al proprio interno. Al di là di questo non direi che è stato difficile, anzi l’interscambio tra le due vite - le trentasei ore di Lidy e il racconto dei settantacinque anni di Armanda, che nel corso della sua esistenza ripercorrerà scelte e avvenimenti della sorella - è ciò che ha reso molto bella e piacevole la scrittura di questo libro.
 

Dedichi questo libro alle tue sorelle, il rapporto tra Armanda e Lidy sembra però essere antagonistico e conflittuale: quali erano i tuoi rapporti familiari ?
Beh, la cosa buffa è che io ho addirittura sei sorelle, quindi penserai - dopo aver letto il mio libro - che io impongo una specie di autorità alle mie sorelle. In realtà non è assolutamente così, io vado molto d’accordo con loro, ma al tempo stesso rappresentano una specie di realtà inconoscibile, mai completamente chiara, come lo sono state per me i personaggi dell’opera: ho dovuto avvicinarle a me mano a mano che procedevo nella stesura. 
 

Da autrice e musicista, trovi parallelismi tra musica e letteratura?
La composizione è una categoria astratta che collega il mondo della musica a quello della letteratura. Infatti termini come ritmo, respiro, movimento non sono esclusivi per la composizione musicale o quella letteraria, bensì condividono il medesimo significato.
 

Da lettore ho trovato alcuni parallelismi: il destino, la fatalità, il dramma all’interno del nucleo familiare, in comune con le opere dell’autrice Josephine Hart. Conosci l’autrice e ti ha in qualche modo influenzata?
Non conosco l’autrice e le sue opere, ma penso che il libro esprima molto di me, lo sento particolarmente mio, rispecchia molto i temi che tratto spesso. Ad esempio parlo spesso di questi personaggi dall’apparenza normale che escono di casa di buon umore e poi magari non vi fanno più ritorno, scompaiono. Di conseguenza l’assenza, l’addio, l’abbandono sono tematiche che evidentemente mi interessano molto e compaiono nelle mie narrazioni. Un’altra cosa tipica delle mie opere, e in particolare di Mareggiata, è che solo apparentemente il senso di colpa è presente, in realtà i personaggi sono tutti innocenti, il vero colpevole è la tempesta che appare all’improvviso sconvolgendo tutto. Mi piace pensare che i miei personaggi siano privi di colpe, in questo il mio modo di procedere come narratrice è molto simile ai drammi della tragedia greca, in cui la colpa, in fondo, è solo della natura. [foto maria neefjes]
 
I libri di Margriet de Moor

 

 

 

 
 
 
 
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